Afghanistan Picture Show

ovvero, come ho salvato il mondo

Nel 1979, ventenne, William Vollmann si appassiona alle sorti dell’Afghanistan invaso dalle truppe sovietiche e comincia a passare da un lavoro all’altro, cercando di accumulare il denaro sufficiente per partire e affiancare i mujaheddin nella loro lotta di liberazione contro i russi. Nel 1982 parte alla volta del Pakistan, dove trascorrerà buona parte del suo soggiorno in casa di un generale afgano in esilio, parlando con i capi della resistenza, con funzionari pakistani e internazionali che gestiscono gli aiuti per i profughi, e con i profughi stessi, sia quelli più fortunati che si possono pagare la permanenza in città sia i moltissimi costretti a vivere in condizioni pietose nei campi.
Un’esperienza in larga parte fallimentare, che Afghanistan Picture Show racconta a posteriori attraverso lo sguardo di un Vollmann più adulto e consapevole, capace di guardare con ironia e affetto il proprio io più giovane e ingenuo, che riesce sempre a porre le domande più sbagliate alle persone sbagliate, mentre si contorce tra i dolori della dissenteria. Tra conversazioni piene di equivoci ed estenuanti camminate nell'impervio territorio afgano, trascinato e talvolta trasportato pietosamente dai mujaheddin, Vollmann mette in scena l’idealismo ingenuo e il colonialismo dello sguardo americano sul mondo, in un’opera ibrida che si muove tra romanzo e diario, saggio storico e reportage.


Titolo originale: An Afghanistan Picture Show or, How I Saved the World
Traduzione: Massimo Birattari

ISBN: 978-88-3389-134-7
Pagine: 382
Pubblicazione: feb 2020

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Titolo originale: An Afghanistan Picture Show or, How I Saved the World
Traduzione: Massimo Birattari

ISBN: 9788833891552
Pubblicazione: feb 2020

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Le recensioni della stampa

Alessandro Raveggi - Wired

Un libro anche per genere sfrontato, tra reportage, romanzo di formazione e romanzo storico, corredato da mappe e altri documenti e raccontato da un Vollmann che rivede il suo stesso Io più giovane.
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Fabio Donalisio - Blow Up

Il lettore ride (molto), a tratti s'indigna e si gode i vagiti del grande sistema-Vollmann e le sue pagine composite. Tanto, spesso troppo tutto insieme. Debordante fin dagli inizi. Ma gli vogliamo be...
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Roberto Festa - il Venerdì di Repubblica

Un po' saggio, un po' fiction, e ancora memoir, reportage, racconto storico, è la cronaca paradossale e molto autoironica del mondo di ribelli, spie, generali e profughi.
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Daniele Ferriero - Rumore

Una meraviglia di esistenzialismo storto e ambiguo che lancia al mondo un autore sublime, problematico, profondissimo.
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Marco Rossari - Tuttolibri - La Stampa

È il tipo di scrittore che trasforma l'impeto di Hemingway in un trastullo infantile.
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Laura Pezzino - Vanity Fair

Con i soldi del primo lavoro, il futuro autore americano partì per l'Afghanistan invaso dall'Unione sovietica.
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Gian Paolo Serino - La Provincia

Capace di portarci davvero nel terrore degli angoli più bui che abbiamo dentro: un buio che lo scrittore è abilissimo a trasformare in un buio nero inchiostro.
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Franco Ricciardiello - Pulp Libri

Una commistione tra fiction e réportage: anzi, è una storia vera raccontata come se fosse un romanzo.
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Gabriele Santoro - Il Messaggero

L'idea di letteratura di Vollmann propone al lettore un'esperienza totalizzante.
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