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Le voci della follia: omaggio a Liborio Bonfiglio

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De Vulgari Eloquentia: il gioco infinito dei dialetti

La questione della lingua, da Dante a Bembo a Manzoni a Gramsci, Don Milani, Pasolini e Calvino, è la questione centrale della nostra letteratura. In gran parte, è ancora valida la carta dialettale che Dante stilò nel De vulgari eloquentia dividendo la penisola italiana a est e a ovest della linea degli Appennini in sette dialetti per ogni lato, quattordici in tutto.
La pandemia ci ha ricordato che l’Italia è una confederazione di regioni. La nostra identità, linguistica prima che politica o civile, è un’identità multipla. Per costituzione storica, siamo un paese fondato sulla varietà, ed è in questa origine e in questo paesaggio che vanno cercate le ragioni più antiche della nostra unità. La nostra lingua è un vestito d’Arlecchino che ci calza a pennello: per questo l’uso del dialetto, da noi, non potrà mai essere divisivo, a sostegno di municipi e di leghe, ma sempre unificatore perché tocca l’essenza stessa della nostra comunità.

È così da sempre: tutti gli uomini di teatro hanno recitato in dialetto perché avevano l’esigenza di essere capiti nelle piazze dove si esibivano. L’elenco è lunghissimo: da Angelo Beolco detto il Ruzzante alla Commedia dell’arte a Goldoni a Viviani a Eduardo a Dario Fo. Ma è stato così anche per la poesia: da Cielo d’Alcamo a Boiardo, all’Aretino, a Di Giacomo, Porta, Meli, Belli, Pascarella, Trilussa, Fucini, Scotellaro, Zanzotto… Qualcuno, come Teofilo Folengo, si è addirittura inventato una lingua alternativa. Ed è così per il “cunto”: da Masuccio Salernitano a Basile a Collodi a Verga, Pirandello, Gadda, D’Arrigo, Meneghello fino al successo popolare di Camilleri, tutt’altro che casuale.

L’esperienza della nostra letteratura è un’esperienza plurilinguista.

La vittoria del Premio Campiello di un romanzo scritto in una lingua impastata di dialetto abruzzese, e il suo affermarsi presso i lettori in un anno così difficile per tutte le regioni italiane, vanno letti anche in questo contesto di tradizione e rinnovamento.

Ecco perché abbiamo pensato di chiedere a una multicolore compagnia di amici di leggere le prime righe del libro, ognuno con il suo accento e le sue parole. Per ritrovare nelle tante voci di un fuori margine come Bonfiglio Liborio una voce comune. Sotto l’unico tetto che riconosciamo, quello della lingua madre della nostra letteratura.

“Tutto il mondo è provincia, ma la verità è che gli individui sono o non sono provinciali non in rapporto all’ambiente  in cui vivono ma per le cose che pensano”. Leonardo Sciascia.


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