intervista

Intervista a Carola Susani

Giulia Bussotti intervista Carola Susani sul suo romanzo Eravamo bambini abbastanza.

Hai scelto Manuel, uno dei bambini "presi" dal Raptor, come voce narrante del romanzo: come cambia la scrittura quando ha il compito di raccontare il mondo visto con gli occhi di un preadolescente?

Un ragazzino seleziona le cose importanti in un modo diverso da un adulto. Io penso che selezioni bene, che possegga un pensiero ampio che poi a volte si perde. Le cose che gli interessano ci riguardano sempre, sono radicali: l’origine e alla fine del mondo, la giustizia, le dinamiche del potere. C’è, a quell’età, nei ragazzini che ho conosciuto, in quelli che conosco, una passione della conoscenza, un gusto, che viene prima di tutto, certamente prima del giudizio. Quanto alla forma della scrittura, la voce di Manuel non è il calco di quella di un ragazzino. Ha un debito forte con i narratori in prima persona dei libri per ragazzi. Voci chiare, che accompagnano e spiegano. Anche se non sono in grado di spiegare tutto. Voci che si svincolano con una certa disinvoltura dal naturalismo.

 

La critica e i lettori hanno facilmente riconosciuto in Eravamo bambini abbastanza echi dickensiani: quali sono gli elementi di contatto tra un bambino del 2012 e un Oliver Twist? Cosa credi che potrebbero insegnarsi a vicenda?

Oliver Twist racconta di un’infanzia senza protezione, travolta in un vortice di esperienza, è un storia in cui anche il dramma più terribile, attraverso una scrittura che sa pescare quello che le serve da ogni tradizione, quella picaresca come quella sentimentale, diventa avventura. Parlare dell’avventura che si nasconde nell’esistenza era quello che volevo. Perciò mi riconosco una passione, un’allegria dickensiani. I ragazzini che conosco si trovano protetti e trattenuti da famiglie ansiose. Più sono protetti, più la loro curiosità per il mondo che c’è fuori lievita, cresce. Sono ragazzini che ti danno l’impressione di essere lì lì per saltare dalla finestra.

 

Hai creato una figura negativa che tuttavia il lettore non riesce a odiare: il Raptor è un cattivo maestro o buon educatore con delle profonde incoerenze?

Il Raptor è un poveraccio assetato d’amore e verità. S’inventa una sua imitatio christi deforme. È un non adulto e non ragazzo. Come è stato detto, Peter Pan e Pifferaio di Hamelin insieme. È un padre assoluto degradato, che pone e vanifica le regole con la sua sola esistenza. È anche un foglio bianco sul quale i bambini disegnano i loro timori e i loro bisogni. Eppure, nella sua deformità, il Raptor, per il fatto stesso di non poter vivere senza cercare, proprio nel suo delirio, attraverso la sua pochezza, rivela qualcosa (creaturalità, è stato detto), un segreto per nulla semplice da gestire, che si nasconde in ciascuna delle nostre vite. In chi agisce per il bene, tanto quanto in chi commette il male. Per rispondere alla domanda: Il Raptor è un buon educatore. Lo è di fatto: come dice il proverbio: “quel che non ti uccide, ti ingrassa”.

 

Il tuo ruolo di insegnante nei corsi di scrittura influenza il tuo ruolo di scrittrice? È cambiato il tuo metodo di lavoro nel tempo?

Insegnando ho imparato molte cose. Ho imparato dagli allievi, in primo luogo. Dalle loro questioni e dalle loro soluzioni. Ho imparato che il mio tardo romanticismo aveva bisogno di essere temprato. Voglio dire: è vero, è chiunque scrive lo sa, che c’è un nocciolo di fuoco al centro del lavoro che facciamo, o di potrebbe chiamare un rodimento basso e profondo, ma attorno a quest’origine c’è bisogno di metodo, di organizzazione. C’è bisogno di abbassare l’enfasi che mettiamo nella nostra deforme missione, e pensare invece al lavoro artigianale. Il lavoro di insegnante mi ha liberato da molte idiosincrasia, mi ha reso più disinvolta.

 

Nel tuo romanzo c’è la precisa volontà di raccontare un’infanzia che non è innocente, che fa paura ma è piena di avventure. Da scrittrice, che letture consiglieresti a dei bambini che vogliono diventare degli adulti liberi?

Tom Sawyer, Huck Finn sono incontri straordinari. Pinocchio, lo si legge prestissimo, ma andrebbe letto almeno cinque volte nella vita a partire dai sette anni (io credo di averlo letto quattrocento volte). Poi proprio Dickens. Per me è stata importante anche Pollyanna, che sperimenta il potere morale dello sguardo. 

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