poesia

Diario di Scrittura - Fabio Stassi

Da TuttoLibri - La Stampa

Diario di scrittura
di Fabio Stassi

Pubblicato su TuttoLibri - La Stampa (17 novembre 2018)


Avevo uno zio, che nella casa dei miei nonni chiamavamo lo zapatero. Si era costruito un banchetto, in cucina, lo aveva addossato alla finestra e riempito di tutti gli attrezzi di un ciabattino. Il sabato pomeriggio sentivo sempre il suo martello risuonare dietro il vetro smerigliato di quella cucina. Risuolava scarpe, mio zio. Ribatteva i tacchi e le suole, lucidava il cuoio. Nel dopoguerra, i miei vecchi raccontavano che aveva accomodato molte calzature per i morti. In quegli anni, nessuno poteva permettersi di regalare ai propri defunti un paio di scarpe nuove, così mio zio rimetteva in sesto quelle che avevano ai piedi, consumate dall’uso e dalle intemperie. Perché nell’al di là ci sarebbe stato da camminare più che in terra, dicevano tutti, e se c’era una speranza di vederli rincasare in sogno servivano un paio di mocassini o di stivali bene in arnese. È stato a lui e a questa storia che ho pensato quando ho letto l’introduzione di Cees Nooteboom al suo Tumbas, tombe di poeti e pensatori. “La maggior parte dei morti tace. Non dice più niente. Ha – letteralmente – detto tutto. Per i poeti non è così. I poeti continuano a parlare” scrive Noteboom.

È vero, i poeti continuano a parlare, anche dopo morti. Ma noi abbiamo smesso di ascoltarli e da un paio di decenni nessuno di loro è più tornato a trovarci. Le loro voci sono state sommerse dallo spirito del tempo, rubricate come qualcosa di futile e di accessorio, una vecchia abitudine interrotta. La scomparsa della poesia è un altro dei grandi cambiamenti climatici della nostra epoca. Si può forse datare alla fine del Novecento, coincisa con la fine di un millennio, ma, come tutti i mutamenti in corso, non è stata ancora indagata a fondo. I poeti morti, oggi, hanno scarpe rotte e bucate: vi entra la pioggia, la pelle è logora, i contrafforti rovinati, i lacci scuciti.

Avevo con loro un debito antico. La poesia era entrata in casa mia attraverso un altro zio, un poeta coraggioso e sfortunato come quasi tutti i poeti contemporanei. Era stato lui a insegnarmi a sillabare con le dita, a regalarmi il primo dizionario della lingua italiana, a cedermi di contrabbando i libri di Lucio Piccolo, di Rafael Alberti, di Pablo Neruda. Fu anche il primo, in famiglia, a dare alle stampe una raccolta di versi e ne fummo tutti così orgogliosi che da allora pensai che pubblicare un libro fosse la cosa più bella che potesse accadere nella vita. Da adolescente cominciai a seguirlo nei teatri carbonari dove a Roma si organizzavano letture e incontri di poesia, e ogni tanto capitava qualche serata speciale (ricordo una lunga notte trascorsa a discutere di letteratura con un giovane poeta di ventidue anni, Valerio Magrelli). Conobbi in quel periodo Maria Luisa Spaziani, Giorgio Caproni, Mario Luzi, Gregory Corso; per la prima volta, alcuni nomi presenti sulle mie antologie scolastiche si facevano persone, acquisivano un corpo, un viso.

A distanza di un’infinità di stagioni, mi è venuta allora la voglia, due anni fa, di mettermi sulle tracce di dieci poeti del secolo scorso. In quale stazione ferroviaria si erano arresi, con i piedi doloranti e congelati? Perché le loro parole non mi raggiungevano più con la stessa forza di una volta? Per mesi, nottetempo, mi sono così reintrodotto dentro le loro biblioteche. Del resto leggere è sempre un atto di spionaggio, dicono gli argentini, un’incursione illegale. Ne ho riaperto i versi, sfogliato i carteggi, raccolto le foto, pedinato gli amori. Finché, finalmente, li ho ritrovati.

Campana l’ho sorpreso sulla Falterona, che parlava alle rocce. D’Annunzio con la testa china sul piccolo tavolo dove lavorava, il mercoledì delle sue ceneri. Saba nel retrobottega dei miracoli della sua libreria antiquaria. Montale mentre spargeva di becchime il davanzale per merli e passerotti. Palazzeschi intento a terminare la sua ultima collezione di francobolli. Alda Merini a scrivere una lettera a una tortora, un cigno, un pesce rosso, in un caffè sul Naviglio. Quasimodo a camminare tra i limoni dietro una casa cantoniera. Gozzano a spedire una crisalide a una donna che non poteva amare. Cardarelli spiaggiato a via Veneto, con il cappotto indosso anche d’estate. E Ungaretti affondato nella poltrona da cui annunciava uno degli sceneggiati più famosi trasmessi dalla Rai, l’Odissea.
Ungaretti era stato l’incantatore della mia infanzia. La sua apparizione televisiva mi aveva impressionato così tanto che ero riuscito a convincere i miei a comprarmi Vita d’un uomo, il titolo che inaugurava la collana dei Meridiani, e subito quel volume, con le sue pagine bianche e sottili, era divenuto il libro più prezioso che avessi mai avuto. Per me, la sua voce cavernosa e senza tempo avrebbe potuto essere la stessa voce di Omero.

Provai a cercarla in rete, ma, come dice ancora Noteboom, andando per cimiteri si finisce sempre per trovare quello che non si sta cercando. Da un’agenzia di stampa scoprii che Bekim Fehmiu, l’attore albanese che aveva interpretato Odisseo in quello sceneggiato, si era suicidato qualche anno prima nella camera della sua casa, a Belgrado. Come il suo personaggio, era naufragato anche lui in un arcipelago di stanze vuote, ma nessun re gli aveva chiesto chi fosse. O forse non aveva più nulla da raccontare. Questa notizia mi sconcertò come un ammonimento. Senza di lui, e senza il mio Omero Ungaretti, l’universo si era fatto infinitamente più silenzioso e povero di senso. Come avremmo potuto camminare ancora in un mondo in cui gli eroi si erano tolti la vita e i poeti erano spariti da ogni orizzonte?

È per questo che ho montato anch’io un banchetto di ciabattino in un angolo della cucina e ho tirato fuori la colla di caucciù e il filo di lino. Se volevo che i grandi poeti del Novecento tornassero a parlarmi in prima persona da un luogo imprecisato, dopo la loro morte, dovevo innanzitutto riparargli le scarpe. Ho allineato tutti gli strumenti del mestiere, ripreso in mano gli stampi, ridato forma alle tomaie, orlato i bordi. E alla fine ho cominciato a scrivere. Perché le scarpe dei poeti sono le loro parole, ed erano queste, a essersi lacerate. Rischiare queste dieci imposture letterarie è stato il mio tentativo di prendermene cura, o forse, in definitiva, di curarmi.

 

Con in bocca il sapore del mondo è una dichiarazione d’amore per la poesia italiana. In una scommessa mimetica, Fabio Stassi ridà voce a dieci classici del Novecento e gli fa raccontare in prima persona, dal limbo dove sono scomparsi, le loro verità intime, le ossessioni, gli amori, il mestiere. Da questi testi sono stati tratti i dieci documentari dal titolo “L’attimo fuggente”, prodotti da Minimum Fax Media e andati in onda su Rai 5.

 

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