L’Internazionale della terra
Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione
Prefazione di Tomaso Montanari
Postfazione di Vandana Shiva
Disuguaglianze, inquinamento, povertà, esclusione sociale, collasso climatico, malattie, nuove patologie, eventi meteorologici estremi, guerre, colpiscono già adesso la maggioranza della popolazione del pianeta. Come vanno affrontate? Lo stiamo facendo nel modo giusto? Quali sono i cambiamenti necessari da innescare?
Se vivere bene, o Sumak Kawsay, come dicono i popoli indigeni delle Ande nella loro lingua madre, è l’obiettivo e allo stesso tempo il fine al quale dovremmo tendere, è necessario essere disposti a lasciarci alle spalle il modello economico e produttivo tecnocapitalista, o quanto meno a ripensarlo radicalmente. Partendo dalla consapevolezza che non siamo il centro di tutto, e le altre entità viventi non sono oggetti inanimati a nostra esclusiva disposizione.
Partendo da un’analisi senza sconti della crisi sistemica nella quale, ormai da decenni, l’intero globo terrestre è sprofondato, Giuseppe De Marzo propone un modello “paziente” quanto radicale per ripensare in primo luogo il ruolo dell’uomo all’interno del pianeta. E individua una doppia sfida di cui farsi carico, come singoli e come realtà sociali. A livello personale è necessario assumerci la responsabilità di riorientare le nostre vite e le nostre comunità verso un futuro sostenibile ed equo. A livello collettivo abbiamo bisogno di una politica tesa al bene comune, capace di includere e riconoscere la complessità della fase storica nella quale ci troviamo, sfruttandone le opportunità: una politica dell’amicizia, per usare un termine coniato dai nuovi movimenti popolari.
«E se fossimo noi, persone comuni» suggerisce De Marzo, «il soggetto del cambiamento che stavamo aspettando? E se fosse la nostra azione quotidiana ad alimentare inconsapevolmente l’onda della società in movimento? E se le nostre lotte e le nostre idee stessero già ricostruendo la visione condivisa di cui abbiamo bisogno ovunque per vivere bene nella nostra Casa comune? E se questa visione fosse molto più diffusa e praticata di quanto noi crediamo? Forse ancora non ci riconosciamo come soggetti di un’unica trama, ma siamo parte di una Internazionale della Terra che è già in cammino, condivide obiettivi, relazioni, bisogni e aspirazioni. Da questa prospettiva, lo scontro con la governance politica che sostiene il nuovo regime oligarchico responsabile della crisi di civiltà in cui siamo immersi è appena iniziato».
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