Shelley Jackson
Sul suo sito internet, la sua nota biografica comincia con le seguenti parole: «Shelley Jackson è stata estratta dalla gamba posteriore di un bufalo acquatico nel 1963 nelle Filippine, ed è cresciuta lamentandosi a Berkeley, in California. Superando coraggiosamente il dolore al suo arto fantasma, ha strappato una laurea in lettere presso la Stanford e un master in belle arti presso la Brown».
In queste poche righe traspaiono già le caratteristiche principali del pensiero jacksoniano: la mitologizzazione del corpo, e l’impressione che Shelley preferisca raccontarsi per frammenti (per esempio nell’ipertesto The Body, una specie di autobiografia fisica scritta e disegnata che ricollega le varie parti del suo corpo al modello rinascimentale della Wunderkammer, o nel sito dedicato al progetto The Doll Games, in cui riprende e documenta i giochi «perversi e ossessivi» che inscenava con le bambole insieme alla sorella), arrivando a definirsi per negazione, in un elenco di altre Shelley Jackson che non sono lei.
Le notizie “reali” che abbiamo sulla vita di Shelley Jackson sono perciò scarse, e scarne. Sappiamo che è nata effettivamente nelle Filippine, e ha vissuto prima in Iugoslavia e poi in California; che ha ricevuto un’educazione accademica; che è stata sposata con Jonathan Lethem; che vive a New York; che è illustratrice, fra l’altro, di libri per bambini (due dei quali, The Old Woman and the Wave e Sophia, the Alchemist’s Dog, scritti da lei stessa); che ha un debole per i negozi di libri usati, dove ha anche lavorato, e «un’adeguata ossessione per i libri: carta, colla e inchiostro».
Ciononostante – o forse proprio per questo motivo – deve la sua prima notorietà letteraria a un ipertesto, Patchwork Girl (1995), che rielabora il mito di Frankestein sostituendo all’aspirante demiurgo la sua autrice, Mary Shelley, e al mostro-uomo un mostro-donna, una Stitch Bitch, come la definirà la Jackson in una conferenza di presentazione («Potete chiamarmi Shelley Shelley, figlia di Mary Shelley»). Patchwork Girl coniuga la particolarità del testo a quella dell’ipertesto, utilizzando una tecnica frammentaria per definizione per narrare la storia di un personaggio anch’esso per definizione composto di frammenti.
Questo culto del frammento viene amplificato nella raccolta di racconti La melancolia del corpo, in cui ogni particella dell’anatomia umana viene dotata di vita propria in una serie di universi paralleli, e portato alle sue estreme conseguenze nel progetto letterario attualmente in corso, Skin. Si tratta, nelle parole della stessa Jackson, di un’«opera d’arte mortale», in cui un testo di circa duemila parole verrà tatuato sulla pelle di altrettanti partecipanti, una parola (con eventuale segno d’interpunzione) per ciascuno. Il testo non verrà mai pubblicato sotto altra forma, né integralmente, né in parte o sotto forma di riassunto; perciò gli unici a conoscere il testo saranno i partecipanti al progetto.
All’appello hanno finora risposto circa 1600 persone (sono graditissimi volontari dall’Italia), che saranno considerati a tutti gli effetti “parole”, non soltanto portatori del testo ma loro incarnazioni. «Solo la morte delle parole le cancella dal testo. Man mano che le parole muoiono la storia cambierà; quando l’ultima parola muore anche la storia sarà morta. L’autrice farà tutto il possibile per essere presente ai funerali delle sue parole».

I titoli di Shelley Jackson in catalogo
La melancolia del corpo Robert Coover, storico maestro della letteratura postmoderna, l’ha definita «uno dei...
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minimum fax, 2004
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