Il Sud in chiaroscuro di "Per sempre carnivori". Intervista allo scrittore pugliese Cosimo Argentina

alt “Due, tre ore di lezione, poi di nuovo in macchina per tornare a casa e così via: serate a bere, lavoretti saltuari nelle assicurazioni, puttanate del genere, insomma”. L’io narrante di “Per sempre carnivori” (Minimum Fax, collana Nichel), l’ultimo romanzo di Cosimo Argentina, è Leone Polonia, docente venticinquenne di un istituto privato che ha preferito l’insegnamento – se tale può definirsi un lavoro all’interno di una struttura in cui un diploma è considerato nient’altro che una merce: soldi in cambio di un pezzo di carta – alla professione forense. “Ceste di frustrazione – si legge - venivano svuotate sui registri di classe e su quelli personali. Questo facevamo dalla mattina alla sera, là dentro. Era più dignitosa una cofana di babbuini intenti a spidocchiarsi su un ramo bello robusto che noi marionette caricate a comando al suono della campanella”. Attorno a lui, due “soggetti” poco raccomandabili – Mako e il dentuso -, peraltro colleghi, che fin dalla prima pagina si fanno conoscere per una descrizione degna di Quentin Tarantino in cui fa bella mostra di sé una testa mozzata. Solo alla fine, però, si rivelerà il perché di quello scenario macabro: il libro è, infatti, basato su flashback grazie ai quali si dipana una storia corrosiva narrata con uno stile decisamente originale, caratterizzato dall’uso di una terminologia spesso gergale che ben si amalgama con un contesto cupo e superficiale, che Argentina ha delimitato in una provincia del Sud. L’hinterland di Taranto – la zona in cui “Per sempre carnivori” è ambientato” – viene fuori con tutte le sue contraddizioni, l’autore calca la mano sulla malavita e riesce a ribaltare ogni stereotipo su quello che dovrebbe essere il rapporto tra alunni e professori. Sarà una “leggerezza” del prof. Polonia con una sua provocante studentessa a causare conseguenze inimmaginabili. L’ironia amara dello scrittore pugliese si assesta sul ritmo serrato di un romanzo che assume spesso toni visionari confermando, grazie proprio a una serie di particolarità stilistiche, una sua raggiunta maturità letteraria. Cosimo Argentina (tarantino, classe ’63) ha pubblicato, tra gli altri, “Il cadetto” (Marsilio), “Cuore di cuoio” (Sironi), “Maschio adulto solitario” (Manni), “Beata ignoranza” e “Vicolo dell’acciaio” (Fandango). La trama di “Per sempre carnivori” riesce a spiazzare il lettore, complici un ritmo incalzante, uno stile corrosivo in cui ogni parola è scelta per dare vigore e nello stesso tempo rendere “crudo” il racconto con protagonisti allo sbando. Come è nato il suo ultimo romanzo? “Uno scrittore si siede al tavolo di lavoro e raccoglie sulla punta delle sue dita tutto quello che si porta dietro e dentro. Si siede su una specie di cavo di acciaio e guarda il mondo che sotto di sé aspetta la caduta. Prova a scrivere e si accorge subito se va o non va. Carnivori è la storia di un’estate maledetta e del senso del branco che non fa che incancrenire lo stato di disagio che ognuno di noi ha”. Nel Sud di “Per sempre carnivori” - con le sue contraddizioni e il suo carico di problematiche irrisolte, i suoi uomini che lei non ha avuto remore a descrivere nei loro aspetti estremi – sembra che non ci sia spazio per la speranza. Secondo lei si è persa quella voglia di riscatto dei meridionali? “No, non la metterei su categorie geografiche. A Taranto ci sono tutte le tipologie umane. I furbi, gli arricchiti, i balordi, gli adattati e i disadattati. Diciamo che per alcuni uomini tutto è più complicato e poi vivere in luoghi di frontiera come è il Sud nel suo complesso non migliora le cose”. Rispetto ad alcuni suoi libri precedenti in cui traspariva una vena molto più ironica e leggera, in “Per sempre carnivori” si respira un’amarezza di fondo. Crede sia l’effetto di una maturità più consapevole o è lo specchio dei tempi che stiamo attraversando? “C’è anche qui l’ironia crudele di “Maschio adulto solitario”. Diciamo che l’evoluzione della mia scrittura la si coglierà meglio nei prossimi due lavori. Certo la vita man mano che va avanti ti tira un bel po’ di schiaffoni. A volte fanno molto male”. I comportamenti dei docenti dell’istituto privato sono tutt’altro che irreprensibili. Al contrario, i professori che descrive sembrano più immaturi e ingestibili degli alunni stessi. Sulla base della sua esperienza diretta in cattedra, che giudizio esprimerebbe sulle condizioni dell’attuale sistema scolastico? “Gli insegnanti sono uomini come tutti gli altri. Anche i preti lo sono. Se i politici vengono beccati con trans, squillo e minorenni non vedo perché la categoria dei professori dovrebbe essere immune. Gli educatori degli oratori vengono messi in gabbia con l’accusa di pedofilia; i dottori violentano le pazienti; persino i vescovi a un passo dal soglio pontificio coprono i peccatori. Figuriamoci gli insegnanti”. Leone Polonia decide di abbandonare la professione legale per insegnare in un istituto privato. Il suo – fatti i dovuti distinguo – è un percorso simile, anche se ha dovuto trasferirsi al Nord. Tornerebbe in Puglia? “In questi giorni è morta mia madre. Nel ’92 era venuto a mancare mio padre e io sono figlio unico. Forse i luoghi ci appartengono in quanto legati alle persone che amiamo. I miei figli sono nati in Brianza. Si possono tirare le dovute conclusioni”.