dietro le quinte

Scrivanie, dove nascono i libri: Corrado De Rosa

Dove scrivono, quando scrivono le nostre autrici e i nostri autori? In questa puntata lo chiediamo a Corrado De Rosa, in libreria con Italian Psycho. 


Scrivo in una specie di cubicolo (agorafobia). Più gli spazi sono angusti, più riduco le potenziali fonti di distrazione (disturbo da iperattività). 

Ho sempre sognato di essere, se non proprio uno scrittore, uno di quegli autori dannati, mai veramente afferrabili (fantasia narcisistica). Uno di quelli che la storia lo investe, il personaggio gli parla e il testo cammina da solo. 

Invece mi ritrovo, chiuso nel cubicolo, come un ragioniere della vita che arranca alla ricerca disperata di una scaletta (ansia da prestazione). 

La scaletta perfetta. Questo vorrei ogni volta che mi viene in mente l’idea di un nuovo libro. Una scaletta che mi spieghi tutto, una scaletta che sia pignola, amniotica. Una scaletta che sia la madre di tutti gli ansiolitici.

Poiché ho, qua e là, qualche scaramanzia, la scaletta devo scriverla rigorosamente con una penna nuova, su un quaderno nuovo con copertina morbida, meglio se blu. Oppure gialla, dipende da come mi sento. 

Se tutto questo non accade, si abbatteranno su di me sette anni di sventura (pensiero magico con note pessimistiche).

Oltretutto sono affetto da cartolerite

Accumulo penne, portapenne, matite, temperamatite, fermacarte, daily planner, weekly planner e tutto quello che finisce con la parola planner, raccoglitori grandi e piccoli, mine e ricariche di ogni dimensione e forma, quaderni a righe e lisci in formato A4, A5, A6 (disturbo ossessivo-compulsivo). 

Provo profonda invidia per quelle scritture che si vedono nelle pubblicità degli articoli di cartoleria: prendiamo la pagina di una Moleskine, per esempio. Sembra sempre che sia stata incisa da un tatuatore siberiano. 

Ovviamente, ho la tipica grafia da medico. Allora inizio a scrivere la benedetta scaletta, non mi piace l’effetto ottico sul foglio e chiudo tutto. 

La scaletta, quindi, si trasferisce su un più prosaico Word e il materiale che ho comprato resta affastellato nel cassetto della scrivania. Quello a destra, quello più alto che si vede nella foto e che ormai è diventato una discarica. 

L’altra cosa che mi piacerebbe avere è il furor scrivendi

Essere rapito dall’ispirazione alle due di notte dopo aver bevuto un whisky invecchiato in botti di osso di balena. Correre a casa, accendere il computer, buttare giù quarantamila battute in un unico respiro, e poi stremato andare a letto. 

Ma, a Salerno, le botti di balena non ci sono, nelle ore piccole dormo (ipersonnia) e, anche in questo caso, faccio i conti con la frustrazione di chi, per scrivere, si deve concentrare. Tiro fuori le mie oneste seimila battute al giorno, meglio se al mattino, meglio se non in pigiama, ancora meglio se con le scarpe, morbide, perché le scarpe mi danno l’idea di fare i conti con qualcosa che sa di ufficialità.

L’altra questione è l’annullamento sistematico di stimoli esterni (disturbo da deficit dell’attenzione, manco a dirlo). Allora disattivo il WI-FI di casa, spengo il cellulare e lo segrego nella stanza più lontana dal cubicolo. Effetto bunker, insomma.  

A questo punto ci si potrebbe domandare se, nel mio caso, valga quel vecchio adagio che dice che scrivere è un po’ curare sé stessi. La risposta è no, e quindi ho provato a rimediare facendo lo psichiatra


   














Nelle puntate precedenti:

La scrivania di Antonio Iovane

La scrivania di Francesco "Kento" Carlo

La scrivania di Sandro Di Domenico

La scrivania di Gabriele Sabatini

La scrivania di Marta Zura-Puntaroni

La scrivania di Gianluca Didino

La scrivania di Vanni Santoni

La scrivania di Carola Susani

La scrivania di Danilo Soscia


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