Ecco altri due racconti, frutto dell'ultima edizione del corso, quella che ha visto partecipare gli scrittori selezionati da Zone Attive dopo un concorso per Enzimi, quella che è finita in un caldissimo pomeriggio di luglio.
Qui di seguito troverete l'inizio di due racconti, quelli di Alessandro Tozzi e di Paolo Papotti, pubblicati in rigoroso ordine analfabetico. Si tratta rispettivamente di "L'ultima volta che abbiamo fatto l'amore" e "hanno detto di non preoccuparsi". Cliccando sul link "Leggi tutto il racconto" si aprirà una finestra con il file word, che potrete stampare, scrollare, salvare, inviare. Fateci quello che volete, ma leggete, ne vale la pena.
L'ultima volta che abbiamo fatto l'amore
di Alessandro Tozzi
Ho pensieri da uomo
e pensieri da cane,
specialmente da cane.
Ivano Fossati
"Avanti un altro", bofonchia la donna con l'abito verde all'ingresso del pulmino.
Entro.
"Buongiorno. E' la prima volta che dona il sangue?"
"No, l'ho già fatto qualche anno fa"
"Si segga qui"
Detto le mie generalità: lei prende nota sullo stampato, senza mai alzare lo sguardo.
"Nell'ultimo periodo ha avuto operazioni?"
"No"
“Malattie?”
“Credo al massimo la febbre, nulla di più”
"In questo momento sta facendo una cura a base di farmaci?"
"No, per fortuna no"
"Ha fatto viaggi all'estero di recente?"
"Vediamo, qualche mese fa sono stato quattro giorni in Spagna per lavoro"
"Ha avuto rapporti sessuali negli ultimi sei mesi con persone a rischio?"
"Mi scusi, che domanda è?"
"E' una domanda scritta qui sopra”
“Non intendevo quello, solo mi meravigliavo del modo di porre una domanda così intima”
“Io gliela faccio e lei cortesemente, se vuole donare il sangue, mi risponde. Se poi la domanda non le piace, quando torna a casa magari scrive al Ministero della Sanità per reclamare. Ripeto: ha avuto rapporti sessuali negli ultimi sei mesi con persone a rischio?"
"Scusi se mi permetto, ma che vuol dire persone a rischio?"
"Questo non c'è scritto, è una valutazione che deve fare lei"
"E il Ministero si basa su una valutazione fatta da me su chi sia a rischio e chi no per farmi donare il sangue? Andiamo bene…"
"Allora le ripeto perché capisca meglio: ha avuto rapporti sessuali con gente che lei credeva fosse tossicodipendente, omosessuale oppure portatrice di malattie contagiose? Va meglio così? Si sbrighi, che abbiamo ancora 4 persone dopo"
"Va meglio, anche se non risolve del tutto il mio problema. Comunque, per tagliar corto, non ho mai avuto rapporti sessuali negli ultimi sei mesi con nessuna di queste persone. Va bene così? Basta la mia parola di scout, o volete una dichiarazione giurata davanti al notaio?"
"Non faccia lo spiritoso, per favore…E con sua moglie?"
"Con mia moglie tutto bene, grazie"
"Insiste? Nel senso se ha avuto rapporti sessuali negli ultimi sei mesi con sua moglie…"
Quella domanda scava, in un attimo, un abisso dentro di me. Mi sento all’improvviso completamente vuoto, del tutto assente. Come quando a scuola tanti anni prima venivo interrogato a sorpresa, mentre ero certo che sarebbe toccato ad altri, e invece dal cilindro della professoressa, che era mezza cieca ed ogni tanto si sbagliava nel puntare il nome col dito, sbucava fuori il mio cognome: "Venga alla lavagna…Palazzi!" Sudore, attimi di panico, visione in sequenza di quello che mi sarebbe potuto accadere: brutta figura, pessima figura, figura orrenda, convocazione dei miei genitori per la mattina dopo dal preside e nota di biasimo, espulsione da scuola, espulsione da tutte le scuole d'Italia.
Leggi tutto il racconto
***
hanno detto di non preoccuparsi
di Paolo Papotti
Stava camminando verso il lavoro, quando lo scoprì. Bologna illuminava di giallo e arancione i suoi passi, via del Pratello era una striscia di grigio chiaro senza le macchie delle automobili. Franz era uscito di casa presto, con Ruben: il loro giro del quartiere immersi nel sole e nell’aria fresca di marzo. Uno passeggiando verso il bar di Osvaldo per il primo caffè del giorno, l’altro finalmente sciolto e libero di correre su e giù per la strada pedonale, verso una pozzanghera colorata o un secchione rovesciato.
Preparata l’acqua e i biscotti per la giornata si era chiuso la porta alle spalle, con gli occhi di Ruben attaccati alla mano e supplicanti. Franz è rientrato, un ultimo abbraccio, gli ha promesso di nuovo che sarebbe tornato presto; coraggio piccolo, gli ha detto tirandosi su.
Mentre camminava per il centro, all’improvviso, gli era tornato in mente il padre. Un’immagine chiara, nello smog delle macchine in coda ai semafori, fra le urla acute dei primi colpi di clacson e le vetrine che iniziavano a brillare sotto i portici. Aveva cominciato a pensare ai genitori, al padre in particolare, e cercava un episodio, una scena della sua adolescenza, o infanzia, dove uno dei due gli avesse dato uno schiaffo. Niente.
Entrò nel portone del comune con un sorriso. Pensava che fosse una cosa grandiosa; o comunque strana. Che loro non lo avessero mai toccato gli dava un’idea dei genitori luminosa, di due educatori veri, che l’avevano tirato su senza mai aver dovuto usare le mani, se non per carezze o per gioco. Mentre saliva le scale pensò che poteva anche aver rimosso tutto lui. Boh, glielo avrebbe chiesto e basta. Una sera a cena magari, anche oggi.
Era al pc quando squillò il cellulare. C’è Ruben strano da stamattina, disse Laura dall’altra parte in un tono sospeso, ne sai niente tu? Franz rispose che no, giocava come sempre, certo, stava benissimo, chiese che cosa aveva. Niente, niente di grave, disse lei veloce, è strano, non vuole giocare, magari è solo stanco, pensavo gli fosse successo qualcosa con te e volevo sapere, tutto qui, non volevo allarmarti. Allora a stasera, forse vado a cena dai miei. Oh, ha chiamato due volte Massi, dice che gli serve una mano col lavoro. Ok, dopo magari lo chiamo, ciao. Ciao.
Leggi tutto il racconto