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Viken Berberian
Il ciclista

Opifice.it - 1° febbraio 2007

Un romanzo breve animato da una scrittura fresca e ammiccante, questo di Viken Berberian, che cerca di accostare un tema caldo della nostra epoca: il martirio rivoluzionario.
La storia descrive lo stato d'animo di un kamikaze libanese alla vigilia del suo primo attentato, e lo fa riuscendo al contempo ad essere un romanzo che è un inno alla vita, strapieno di sensualità erotiche, olfattive ed alimentari, utilizzando una visione decisamente laterale rispetto ad uno dei fenomeni più inquietanti della nostra epoca. Non è neanche la storia di un attentato, in effetti, perché lo spunto narrativo è un incidente occorso al protagonista durante la preparazione dello stesso, incidente che lo costringe ad un lungo periodo di ospedalizzazione preventiva, occasione a sua volta di lunghe meditazioni su cibo, sesso e morte.
Resterà deluso chi nel romanzo cercherà qualche spiegazione in merito alle ragioni che animano l’islam integralista: nonostante l’ambientazione, ed i frequenti richiami alla volontà di Allah che attraversano le pagine, la questione terrorismo viene affrontata in chiave tutt’altro che religiosa, come Berberian fa capire fin dall’inizio, ambientando le affiliazioni all’Accademia (nome in codice dell’organizzazione) in un fumoso pub londinese.
L’autore stesso, nato in Libano dove ha speso l’infanzia, sembrerebbe appartenere a quella diaspora poliglotta e multi-culturale di figli eccellenti dell’apparato libanese distrutto nel corso della guerra civile, almeno a giudicare dal suo curriculum: laureato all’esclusiva London School of Economic, oltreché alla Columbia University, vive, secondo le presentazioni editoriali, tra Marsiglia e New York, dove lavora nel campo finanziario.
Ed infatti del Libano traspaiono delicate ricostruzioni che sembrano sempre ricoperte dal velo della memoria, seppur impietosamente ciniche nella loro attualità: quel che sembra davvero animare l’odio del personaggio è la presenza di fast food a Beirut, una delle capitali gastronomiche del pianeta, come anche la sovrapposizione di miti culturali occidentali, ad esempio il primato estetico delle donne magre su quelle grasse.
Insomma, un racconto fresco come una rosa ma pesante come un macigno, una storia in cui passioni e nichilismo si fondono in un tutt'uno, a conferma che nello spazio infinito le cose non sono mai quello che sembrano.

Il ciclista
di Serena Corallini
L'Indice - ottobre 2006

Una bomba da recapitare in bicicletta all'Hotel Summerland di Beirut, durante una gara ciclistica. E, poche settimane prima dell'attentato, un incidente che costringe il protagonista in un letto d'ospedale, immobile e intubato, a ripercorrere con la mente il proprio passato da terrorista. Si accavallano così i ricordi dell'addestramento all'Accademia segreta di Londra, quelli della donna amata, lei pure terrorista, e quelli di innumerevoli ricette gastronomi-che: cibo, amore e violenza diventano un'unica, sovrabbondante passione, vissuta attraverso i sensi del Medioriente. Tra fantasie di corpi smembrati e dettagliate delucidazioni sui piatti preferiti, si viene così a sapere la motivazione del giovane. Poi, però, la convalescenza in ospedale giunge al termine e il protagonista, prima così convinto, si trova di fronte a un bivio: andare fino in fondo o rinunciare alla vendetta e occuparsi del bambino che sta crescendo nel grembo della sua donna? L'autore sceglie un argomento tanto attuale da essere ormai diventato luogo comune nella nostra cultura, ma riesce a evitare le trappole della banalità e della retorica fornendovi un taglio davvero bizzarro. Il cupo sense of humour del protagonista, infatti, crea un grottesco contrasto con quell'atmosfera sensuale e speziata. Mescolando in questo modo ironia e corporeità in un unico registro, la provocatoria idea dell'autore di introdurre il lettore al mondo mediorientale attraverso la mente di un terrorista diventa un mezzo per indagare le ragioni di una realtà oggi inquietante.

La sconfitta per un kamikaze
di Carlo Annese
Quasirete.it - 2 maggio 2006

Un tocco di zenzero ha avuto notevole successo in Italia, l’anno scorso, sull’onda di Chocolat e di altri film gastronomico-sentimentali. Il titolo originale greco è Cucina politica, tratto da una frase che il cuoco-narratore pronuncia a film inoltrato: “La nostra è una cucina politica, per uomini che lasciano le cene a metà per raggiungere il potere”. Quella frase è riaffiorata in testa leggendo Il ciclista, un libro che si offre a più letture. Quella del cibo è la prima, per i piatti che il protagonista, un kamikaze cicciottello che deve correre sui pedali, descrive e sogna mentre è in coma: sembra di sentire il sapore dei felafel e dell’hummus, che nei ristoranti etnici italiani riecheggia con generosità.
Poi c’è una lettura politica. Il ciclista, di origini complesse come l’autore (nato in Libano in una comunità armena cristiana e trapiantato in Usa) si schianta in bici contro un’auto, mentre s’allena per il compito che gli è stato affidato da un’Accademia terrostica frequentata a Londra: partecipare a una gara, attardarsi dietro il gruppo, imboccare non visto una via alternativa, andare verso un hotel affollato dove dovrà lasciare una bomba e farla scoppiare. Anche in questo caso mi sono tornati in mente un paio di buoni film stranieri. La sposa siriana, che consiglio caldamente in dvd, ambientato nella no man's land drusa, al confine (fisico e religioso) invalicabile tra Israele e Siria. E Paradise now, un ritratto dalla parte mediorientale di due kamikaze, due ragazzi normali chiamati all’improvviso a compiere una missione che assume tratti quasi comici, se non fosse terribilmente vera.
Infine, la lettura sportiva, sottile ma molto originale, dovuta alla passione di Viken Berberian per Pantani ("è sempre stato il mio eroe, forse perché non è mai stato perfetto, né ha mai cercato di nascondere le proprie debolezze", ha detto in un’intervista). Per l’incidente, il ciclista si sente affine a Joop Zoetemelk, "un olandese pel di carota, il cui cognome significa latte zuccherato, che durante il Tour de France sopravvisse a un destino analogo. Si schiantò su un’auto parcheggiata e si spaccò la testa. E’ un miracolo che abbia riacquistato l’uso delle gambe. Eppure nove mesi dopo vinse la Parigi-Nizza: la corsa verso il sole".
La missione, però, gli impone di realizzare l’opposto di ciò a cui uno sportivo aspira:
"Per me è una concessione difficilissima da fare. E’ da quando avevo undici anni (quando i miei mi regalarono la prima bicicletta) che ho sempre desiderato vincere una gara. Quel sogno dovrà aspettare un’altra occasione."
Perdere, insomma, per vincere in un altro modo. Poiché, purtroppo, uccidere centinaia di persone in un hotel affollato, per qualcuno significa vincere.

Il ciclista
di Claudia Bonadonna28 febbraio 2006

Il ciclista è membro di un gruppo terroristico mediorientale, ed è stato addestrato a Londra in una misteriosa “Accademia” che lo ha formato tanto all’arte della distruzione quanto a quella della più sopraffina gastronomia. Il suo compito è consegnare in bicicletta una bomba a un hotel libanese. Ma non tutto va secondo i piani: durante i preparativi per la missione il terrorista ha un grave incidente e finisce in ospedale. Dopo settimane passate in stato di semincoscienza fra i ricordi dell’addestramento, il desiderio della ragazza che ama e da cui aspetta un figlio, e una disperata fascinazione per la violenza, il ciclista tornerà in sella giusto in tempo per compiere l’attentato: sarà in grado di andare fino in fondo? Un romanzo capace ad ogni pagina di affascinare il lettore e turbarlo profondamente: un ritratto anticonvenzionale della violenza politica contemporanea che riesce a descrivere in maniera originalissima e sensuale quel mondo controverso e sfuggente che è il Medio Oriente degli ultimi anni.

Beirut. Un uomo, una bicicletta e un attentato da compiere. Il luogo è consono, lo scopo anche, il mezzo molto meno…

Mi piaceva l’idea del cerchio, del cerchio che gira. Mi piaceva l’idea della rivoluzione. La bicicletta rappresenta questo per me: un andamento circolare. Della storia e delle emozioni. La stessa struttura narrativa del romanzo ricalca questo sviluppo non lineare. Comincia con un incidente di bicicletta e finisce con un altro incidente. E nel mezzo c’è la vita di questo attentatore, la vita di un uomo a suo modo normale, la sua storia, le sue motivazioni, i suoi impulsi… Mi piace l’idea di una narrazione circolare perché contiene in sé l’idea del ritorno. E’ soprattutto questo che ho cercato di trasmettere… l’idea del ritorno...

A un certo punto scrivi: “Il Medio Oriente sarà anche stato l’ultimo posto ad adottare quel mezzo di trasporto proletario che è la bicicletta. Ma di certo è stato uno dei primi riconoscere il primato estetico del cerchio rispetto alla linea retta, delle curve rispetto agli angoli, delle mezzelune rispetto alle strisce, delle donne formose rispetto alle magre…”

La curva, la circolarità hanno simbolicamente prima che concettualmente una forza intrinseca. Penso alla luna crescente che così è spesso rappresentata e valorizzata nella cultura mediorientale… Non è un semplice emblema né un mero principio estetico. E’ la natura interiore di un modo di pensare, di uno stile di vita che si pone in modo… trasversale, che non cerca la comunicazione diretta ma gli arabeschi della circumnavigazione e dell’implicito…
Similmente, nel romanzo ho cercato di rappresentare le implosioni di questo andamento, di fare del conflitto mediorientale una sorta di… circolo vizioso… e di costringere il mio protagonista a percorrerlo. Quest’uomo sulla sua bicicletta è come intrappolato. Intrappolato dalla politica, dall’ideologia, dalla sua stessa esistenza. Cerca di scappare ma non può, il suo percorso lo riporta sempre al punto partenza…

E’ un approccio davvero poco… americano, il tuo.

Sarà perché sono di origine armena, sarà perché sono nato in Libano, sarà perchè alla fine sono un po’… ibrido.

Come ibrida è Marsiglia, la città in cui hai vissuto prima di trasferirti a New York. Un vero cittadino del mondo…

Eppure non mi piace quest’idea. Sottintende un concetto di relatività tra culture che non è emozionalmente accettabile per me. Io sento ancora molto forte la mia identità primaria, che è quella armena. Sì, mi piace definirmi armeno. Un armeno transnazionale che è nato fuori dalla sua regione ed è vissuto in tanti posti e nazioni diverse. Forse è per questo che non riesco relativizzare la mia cultura d’origine. Forse è per questo che la sento ancora così forte… così permeante…

Hai scritto una storia dal punto di vista di un terrorista. Una scelta rischiosa nei confronti di un pubblico americano che dopo l’undici settembre è sempre meno incline a capire e accettare le differenze…

E’ vero, in America c’è voglia di assoluto. Ed è vero, del Ciclista si è detto che relativizza il concetto di terrorismo. La mia risposta è che è impossibile misurare la sensibilità del pubblico. Che tarare la propria scrittura in funzione di una supposta reazione dei lettori è semplicemente deleterio. Io ho descritto il mondo per come l’ho conosciuto, con tutti i suoi rischi e le sue spiacevoli verità. Come autore non è mio compito fornire risposte confortevoli o terapeutiche. La scrittura non è un nido tiepido in cui consolare le proprie paure, è il mondo vero. E io penso di averlo raccontato con equilibrio e ironia…

Soprattutto con un approccio non convenzionale. Cos’è mai questa ossessione per cibi e ricette di cucina?

Il ricordo del moltissimo tempo speso da piccolo nella cucina mia madre! E poi una vera e propria scelta estetica. Il cibo è qualcosa che provoca i nostri sensi, le nostre emozioni, che ci connette al nostro profondo, al pari di eventi artisticamente più meritevoli come l’amore e la morte.

Viken Berberian: come spezzare il circolo vizioso del terrorismo
di Eleonora Barbieri
il Giornale.it - 10 dicembre 2005

«Quando vedo una linea diritta, mi viene subito voglia di piegarla». Viken Berberian è chiuso nel suo ufficio a New York city, seduto alla sua scrivania di una società d'investimenti. Fuori dalla finestra, la neve scende piano. Viken Berberian è lì, ma è anche da un'altra parte, nel mondo «sacro e nobile» della letteratura: perché la vita, per lui che ama poco le righe, è un circolo, lo stesso che avvolge il protagonista de Il ciclista, il suo primo romanzo, che presenterà oggi a Roma, all'Eur, alla fiera dell'editoria.
Lo sfondo è il Libano, e l'uomo in bicicletta è un kamikaze: deve far esplodere una bomba in un hotel di Beirut. Il circolo «è vizioso, il protagonista si sente come intrappolato»: nella missione, e nel destino, sotto forma di un incidente che lo paralizza in ospedale, fino al giorno dell'attentato. «La struttura stessa del libro si oppone all'idea di un progresso lineare. I capitoli, frammentati, si uniscono intorno a una sequenza fluttuante di temi, che si mescolano e si separano, per tornare, infine, a fondersi, fino alla fine, in cui c'è il senso di un ritorno all'inizio, di un ciclo». Come le ruote della bicicletta, che lo muovono verso l'attentato, verso un compimento che, però, troverà ancora l'imprevedibile lungo la sua strada.
Lo stesso circolo intrappola il Berberian scrittore alla sua scrivania, nel suo «dorato gulag aziendale»: «La finanza, per me, non è un fine, ma un mezzo per poter scrivere. Tornare al lavoro è parte del ciclo, ma è anche una trappola. Cerco di sfuggire a questo circolo appena posso,per scrivere. Non è sempre facile».
Non è facile neppure per l'uomo, il narratore senza nome che, immobilizzato nel corpo, si muove con la mente fra i ricordi e i desideri: «Il cibo, l'amore, la distruzione hanno una forza particolare nello stimolare i nostri sensi e per questo sono più facilmente oggetto della rappresentazione artistica». Ma l'arte è anche «arte di vivere e di invecchiare, arte di appassire e di morire». E c'è anche un'arte nella finanza, «i migliori affaristi non sono uomini dalla mente scientifica: coi calcoli sono come Picasso». Lui però non è un economista: non piega i calcoli diritti, rende irregolari i destini troppo lineari, interrompe il cammino scavando nella tensione, a partire da quella fra «il mondo dell'astrazione e delle idee» e quello «pratico, materiale, del lavoro quotidiano». È il suo prossimo romanzo: la storia di un agente di borsa e una donna francese.
Wall Street, quindi, la terra d'adozione, dopo il ritorno al luogo natale, al Libano. Ma nel suo romanzo lo sguardo è quello dell'armeno, «popolo transnazionale» e sua vera origine, con cui osserva il Medio oriente senza «la pretesa di pontificare o teorizzare». «Terrorismo non è una parola che utilizzo spesso nel libro, non è la fonte primaria dei suoi significati, dei piaceri e dei desideri che, in esso, entrano in conflitto». Una lotta che, comunque, è destinata a non finire: perché «amo l'idea del “ritornare” in generale», mutevole e identico, come la neve di Joyce su Dublino, o come quella che scende su New York, in una fredda mattina di dicembre.

Il ciclista

One More Blog - 21 novembre 2005

E' un pensiero di Viken Berberian, libanese trapiantato a New York, autore de Il ciclista, sua opera prima, un romanzo sul terrorismo in medioriente visto dalla parte di chi fa scoppiare le bombe. In questo caso la storia comincia in ospedale, dove il protagonista è ricoverato dopo un grave incidente in bicicletta. Vicino a lui c'è la fidanzata, che gli parla del loro "bambino". Bastano poche pagine per scoprire che il "bambino" è la bomba che il protagonista aveva con sè all'atto dell'incidente e che stava per essere consegnata al Grand Hotel di Beirut, dove avrebbe provocato una strage.
Ben scritto e brne tradotto, Il ciclista è un libro che può aiutare un occidentale curioso a leggere i pensieri di un mediorientale pronto a tutto. Consigliabile.

In bici da Beirut
di Tiziana Lo Porto
D - la Repubblica delle donne - novembre 2005

La storia comincia in una camera di ospedale, il protagonista sdraiato sul letto dopo un intervento chirurgico, accanto a lui la fidanzata: parlano di un bambino. Una scena di vita quotidiana, se non fosse che il nostro uomo è un kamikaze e che il bambino è una bomba. Prende il via così la missione di Il ciclista: mettere un ordigno esplosivo al Summerland Hotel, sulla costa di Beirut. La narrazione però imboccherà presto tutt’altra direzione, traformando la corsa all’hotel in una vera e propria gara ciclistica mozzafiato. E il romanzo in una prova originalissima, a partire dalla geografia culinaria che descrivere le parti di un mondo in guerra: da un lato il Medioriente, dove “persino le papaye sono permeate di politica”, dall’altro l’Occidente, dove mentre “alcuni fanno la guerra, altri fanno un’omelette”. Di cibo in effetti è costellato tutto il libro, fino alla domanda che lo conclude: “Perché alcuni di noi tornano a casa sani e salvi dopo aver passato una mattina a fare compere al mercato del pesce, spulciando intere file di molluschi e marlini, e altri invece diventano l’obiettivo di una rapina, un pestaggio o persino di una bomba?”.
L’autore di Il ciclista, Viken Berberian, è libanese ma ha quasi sempre vissuto in America e da due anni abita a Marsiglia. Lo incontro in un caffè del porto, La Caravel, al primo piano di un vecchio palazzo con i balconi che danno sulle barche e sul mare.

Quando ha cominciato a scrivere Il ciclista sapeva già come sarebbe finito?

No, ma arrivato alla fine mi sembrava la migliore delle fini possibili. L’ho finito nel 1998, anche se poi il libro è uscito in America qualche anno dopo. Dopo l’11 settembre.

Perché ha deciso di raccontare la storia di un kamikaze?
Sono nato a Beirut, e la mia famiglia faceva parte di una comunità armena cristiana. Una minoranza lì in Libano. Con la guerra civile, nel 1975, siamo dovuti andar via. Da lì in avanti, anche se ho studiato in America, non ho potuto fare a meno di interessarmi alla questione mediorientale.

E che cosa ne pensa?

Penso che il terrorismo è nato in Occidente, con la Rivoluzione Francese. Con Robespierre per essere precisi. Eppure oggi ogni volta che usi la parola terrorismo sei portato a pensare al Medio Oriente. È strano come oggi lo si consideri un fenomeno che viene dal Medio Oriente. Ed è strano che lo si consideri un fenomeno legato esclusivamente a questioni religiose. Io cerco sempre di prendere distanza dall’idea istituzionale di terrorismo, o da quella accademica, che comunque è sempre pilotata dalle istituzioni. Il terrorismo che viviamo oggi è un fenomeno a sé. Il cosiddetto terrorismo transnazionale si è sviluppato nelle Università Occidentali più che in Medio Oriente. È lì che i giovani orientali hanno cominciato ad accorgersi di cosa succedeva nel resto del mondo. Hanno capito che la realtà internazionale non era come quella delle loro infanzie vissute in un Medio Oriente in guerra costante.

Da qui l’adesione al terrorismo?

Sì, dalla rabbia di non vedere applicati i valori di giustizia e democrazia che ti insegnano in Occidente. Il terrorismo non è solo una questione religiosa, e l’adesione al terrorismo non ha sempre le stesse motivazioni. Ogni terrorista fa storia sé. Non è un caso che alcuni uomini del commando dell’11 settembre avessero affittato un film porno prima dell’attacco. Cosa inconciliabile con l’idea di un attentato mosso solo da logiche religiose.

Crede insomma che il terrorismo sia nato come una forma di reazione?

Sì, negli ultimi anni è sempre nato dalla volontà di reagire. Anche se è vero che rispetto al passato il terrorismo attuale sembra aver perso ogni elemento costruttivo, propositivo. Distrugge ma non ricostruisce niente. Non se ne riesce più a vedere l’obiettivo.

Il ciclista è scandito da banchetti, ristoranti, piatti. Perché questa costante, quasi ossessiva, presenza del cibo?

Ho usato il cibo come codice. Ogni pietanza corrisponde a un Paese, e ogni Paese ha un capo di Stato. E così non ci sono nomi e cognomi dentro il libro, ma c’è ugualmente una mappa di chi controlla il mondo. Leggi i piatti, e a qual punto è facile individuare di chi si sta parlando.

Perché ha scelto un ciclista come protagonista e voce narrante della storia?

Per Marco Pantani. È sempre stato il mio eroe. Probabilmente perché non è mai stato perfetto, né ha mai cercato di nascondere le proprie debolezze. E così quando ho cominciato a scrivere il libro ho deciso che il mio protagonista doveva essere un ciclista.

Il ciclista di Viken Berberian
di Pasquale Bottone
viterbocittà.it - 13 novembre 2005

Il protagonista di questo romanzo di Berberian è un terrorista mediorientale che ha la sfortuna di incorrere in un grave incidente immediatamente prima di finalizzare la sua azione e di farsi esplodere davanti ad un hotel libanese. Finito in coma, inizierà per lui più tardi la fase della lunga convalescenza in cui rivivere col pensiero, in attesa del ritorno in sella, le esperienze passate, la lunga fase di addestramento a Londra, l'idealismo di partenza che diviene missione da compiere, anche se criminosa. Il tutto filtrato da un sentimento amoroso forte provato per la propria affezionata e premurosa donna, sempre lì ad assisterlo, di cui ogni movimento, ogni incedere viene descritto con toni lirici e appassionati, con enorme coinvolgimento emotivo. Giungerà anche il momento di tornare a "combattere" per lui, di cercare di portare a termine l'operazione incompiuta, anche se dopo tanta sofferenza vissuta sulla propria pelle sarà più complicato di colpo ferire... Il ciclista ha il grande merito di farci immergere in un universo assai lontano da quello occidentale e di "aprirci" alla conoscenza dal di dentro di usi, abitudini, modi di pensare completamente differenti, di una profonda insofferenza mediorientale sempre più spesso intercettata da un terrorismo che sa organizzarsi con cinico culto del martirio. Un romanzo che può aiutare a capire meglio certa odierna cronaca, senza infingimenti e forzature letterarie di troppo.

Il libanese, l'Armenia, una bomba e Anna
di Giovanni Choukhadarian
vibrisse - 26 ottobre 2005

Viken Berberian è un armeno nato in Libano (un figlio, anzi un nipote della diaspora seguita al genocidio voluto dal governo turco di Mustafa Kemal Ataturk), ma vive tra New York e Marsiglia. Come tanti suoi connazionali, è cittadino del mondo per scelta e per necessità: l’armeno vive la madrepatria come la terra mitica degli avi, ma costruisce la sua fortuna là dove si trova. In questo suo primo romanzo, infatti, Berberian non parla di Armenia e mette in scena quello che John Cale, il grande violista dei Velvet Underground, avrebbe chiamato un Modern Beirut recital. La storia è quella di un terrorista, che viene formato a Londra nell’arte della guerriglia e in quella, a lui altrettanto e forse più cara, della cucina. Deve consegnare una bomba, ha un incidente e quasi ci lascia le penne. Di lì inizia, a ritroso, il suo racconto. C’è l’addestramento militare a Londra, in questa particolarissima Accademia presso cui studia (al lettore scoprire i metodi e le pratiche degli allievi: esilaranti, di un umorismo drammatico meglio comprensibile se si seguono le vicende dell’eterna guerra nel Vicino Oriente) anche Ghaemi, una ragazza che è per il Ciclista quello che la Sulamita è per il poeta del Cantico dei Cantici. Le descrizioni dell’amata sono spettacolari e attingono alla letteratura araba classica, non meno che a fonti scritturali più o meno scoperte: “I suoi baci sono più dolci di un infuso di cannella, il suo profumo è come un incantesimo, come l’odore dei petali di rosa damascena; vederla è più calorico di un mucchio di semi di sesamo”. Amore e gastronomia vanno insieme, si direbbe parafrasando Cardarelli. Questo romanzo d’esordio è pieno di cucina del Vicino Oriente, al punto che Berberian, nella nota finale, cita addirittura un testo che gli è stato utile “per descrivere i processi chimici della cottura e la genealogia dell’albicocca”. D’altro lato, è anche il romanzo di una guerra, raccontata con una lingua rapida, piena di battute e inside jokes per le quali l’editore italiano ha fatto ricorso a una traduttrice d’eccellenza qual è Anna Mioni, che adempie al compito con la consueta, ma non perciò meno sorprendente efficacia. Lode a minimumfax che porta in Italia un autore giovane così interessante, lodi ormai abituali alla traduttrice del romanzo.

Il ciclista
di Dario Olivero
Repubblica.it - 27 ottobre 2005

Kamikaze. Si può scrivere di loro? Si può evitare il rischio di rendere giusta la loro battaglia e nobile il loro modo di combatterla? Ha senso distinguere guerriglia, terrorismo, lotta per l'autodeterminazione dal mezzo che viene usato cioè la soppressione volontaria indotta o peggio autoindotta? Viken Berberian, libanese di nascita, newyorkese di adozione ha scritto un romanzo controverso. Si intitola Il ciclista. Un uomo viene addestrato a Londra in quella che vine chiamata in tutto il libro "l'Accademia" per prepararsi a far saltare un hotel a Beirut. Deve allenarsi ad andare in bicicletta perché partecipare a una gara sarà parte del piano. Ma qualcosa va storto e l'uomo viene investito da un'auto. Il libro incomincia dal suo coma vigile e dal suo racconto: i compagni, la cucina mediorientale, le visite di nonni ex agenti siriani, il sesso, tutto avvolto da una struggenza che va stranamente d'accordo con l'idea della violenza. Poi l'uomo si rimette in sesto e il piano viene rimesso in piedi. Ma quel giorno l'uomo fa un incontro inaspettato che mette in crisi l'idea originaria.

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