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 Steven Sherrill |
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La ragazza annegata |
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di Stefano Izzo Rumore - marzo 2006 |
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Che cosa si fa dopo aver visto morire qualcuno? Che si fa con gli averi di una sconosciuta appena annegata? Dopo essersi spaccato un alluce, e poi aver mangiato dei testicoli di cioccolato?
Questo Benny Poteat non lo sa. Nella sua vita ha visto un sacco di cose, e quelle che più gli hanno insegnato qualcosa, quelle così improvvise e violente che ti fanno deviare di due o tre gradi verso un futuro diverso da quello che avevi prima, le aveva viste tutte da una grande altezza. È così anche quel giorno d’estate in cui, mentre sta ispezionando i cavi di un traliccio a parecchi metri da terra, vede una ragazza camminare indecisa su uno sterrato, piazzare una telecamera sulla sponda del fiume Toe, sfilarsi i vestiti e entrare nell’acqua passo dopo passo, senza più riemergere. Cosa fare in una situazione del genere? Far finta di niente? Chiamare la polizia? Frugare tra i pochi oggetti rimasti sul posto?
Ambientato in una ruvida e fangosa cittadina della Carolina, tra drive-in porno e predicatori pentecostali, il secondo romanzo del pittore-poeta americano Steven Sherrill è la storia di un uomo che capisce di stare facendo qualcosa di orribile, ma preferisce non domandarsi il perché delle cose che fa, e di conseguenza viaggia alla deriva, inorridito ma al tempo stesso curioso di vedere fino a che punto può precipitare una situazione.
Ribollente d’inquietudine e desiderio, di tenerezza e morbosità, La ragazza annegata è un libro ambiguo e sfrontato sul seducente e distruttivo potere dei segreti, su come la gente reagisca al dolore e alla rabbia, e come l’impotenza e l’inadeguatezza, alimentate dalla disperazione, possano trasformarsi in qualcosa di terribile. Ma è anche un libro sul voyeurismo: siamo tutti un po’ guardoni, in qualche modo, ma fino a che punto siamo responsabili delle cose che vediamo?
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La ragazza annegata |
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di Francesco Sparacino Il Cibicida - gennaio 2007 |
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Certa gente vive tutta la vita senza sapere, o senza voler capire, o senza neanche domandarsi il perché delle cose che fa. Le fa e basta. Fa cose senza lungimiranza e senza senno del poi, e di conseguenza viaggia alla deriva - a volte provvidenzialmente, ma molto spesso sventuratamente - dalla nascita alla morte...
Benny Poteat si arrampica sui tralicci. Per lavoro. Ogni settimana, dal lunedì al giovedì, parcheggia il suo furgone color zucca sotto uno di quei mostri alti metri e metri, saluta il cane Squat e sale. A volte per tinteggiarne i contorni, a volte per cambiare delle lampade. Quando ancora non aveva quindici anni, arrampicarsi sui tralicci era invece il modo più economico per guardare i film proiettati dal drive-in porno confinante col trailer park. Benny Poteat ha quasi trent'anni, una vicina di casa felice di mostrargli ogni tanto il seno, un amico patito di acquari e bonsai, un altro che fa pompini per cinque dollari ai clienti dell'autolavaggio. E poi dei genitori spazzati via da un uragano poco dopo averlo messo al mondo, degli zii adottivi che si sono sempre presi cura di lui, un vecchio bassotto che lo accompagna dappertutto. Benny Poteat ha una vita senza troppe pretese e con ancora meno sussulti. Fino a quando, dall'alto del suo traliccio preferito, vede una ragazza avvicinarsi alla riva del fiume Big Toe, piazzare una telecamera su un treppiedi, spogliarsi e immergersi in acqua. Senza più riaffiorare. Che cosa si fa dopo aver visto morire una persona? Dopo aver visto una persona che si suicida? Benny Poteat finisce di fare il proprio lavoro sul traliccio. Scende. Fa un elenco. Nei momenti di nervosismo gli capita sempre di fare elenchi: berretto da baseball, cappello da cowboy, sombrero, bombetta, cilindro, panama, casco, zuccotto... L'impatto iniziale con il secondo romanzo dell'americano Steven Sherrill lascia perplessi. Descrizioni dettagliate fino all'esasperazione e precisazioni continue contribuiscono a rallentare la narrazione già dalle prime pagine, generando un pericoloso effetto soporifero. Ma è solo una falsa partenza. Ci mette poco Sherrill ad afferrare di peso il lettore e sbatterlo per le strade, le case e i locali di Buffalo Shoals, alle costole di Benny Poteat. Lo si può quasi toccare questo strambo protagonista mentre arriva pieno di domande alla riva del fiume Big Toe e raccoglie le videocassette e il biglietto da visita lasciati dalla ragazza. Inizia così, piano piano, pagina dopo pagina, l'intromissione di Benny all'interno della (non più) vita di una persona fino a poco prima completamente sconosciuta. Quello che in apertura potrebbe sembrare l'unico filo conduttore del romanzo si dimostra presto come lo spunto perfetto creato da Sherrill per descrivere un vero e proprio micromondo. Più Benny va avanti nella sua ricerca, più Buffalo Shoals si rivela al lettore attraverso brevi zoom sui vari abitanti e flashback sugli eventi che hanno segnato la storia della cittadina. E ovviamente, più si va avanti, più è lo stesso Benny a rivelarsi al lettore. Ma se il protagonista con cui si ha a che fare nei primi capitoli appare come un buffo quasi trentenne qualsiasi, quello che ci si ritrova di fronte a libro concluso è qualcuno di praticamente irriconoscibile. Sherrill nelle ultime pagine tira fuori in maniera chiara una questione fino a quel momento solo latente: in che modo le nostre decisioni influenzano gli avvenimenti futuri? Chi può dire se Benny avrebbe potuto prevedere la sua situazione attuale? Chi può sapere se le cose sarebbero andate diversamente, se tanti mesi prima...? La ragazza annegata è di certo un romanzo pieno di sorprese, ma ben lontano dall'accontentarsi di stupire semplicemente con i colpi di scena: Sherrill ha il grosso merito di riuscire con stile a guidare l'interesse del lettore attraverso più piani narrativi, senza mai fossilizzarsi su un solo aspetto della vicenda.
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La ragazza annegata |
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di Eleonora del Poggio IlParadisoDegliOrchi.com - gennaio 2007 |
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Ormai Benny aveva cominciato a considerare la faccenda della ragazza annegata come un suo personalissimo giallo.
In realtà questo romanzo non è un giallo nel senso classico (e non siamo nemmeno tra quelli che pretendono a tutti i costi di trovare trame misteriose in ogni storia). E’ invece una sorta di rappresentazione teatrale di una vicenda apparentemente torbida ma che alla fine si dipana come una semplice tragedia personale.
Sherrill, alla sua seconda prova narrativa, lavora per dettagli: lynchiano lo definiscono sulla seconda di copertina, per una vocazione alla microfilmatura dell’universo che potrebbe sì ricordare il visionario regista americano, ma che arricchito da una robusta e strampalata cricca scenografica rimanderebbe di più ai sequel televisi. Non me ne vogliano i puristi o i fans di Sherrill, ma certo palcoscenico di umanità mattoide e apparentemente sofferente ricorda le Gillmore girls (in italia: Una mamma per amica).
Si diceva: lavora per dettagli. Certo - a cominciare dalla scena dell’annegamento, dove il protagonista, che staziona su un traliccio dell’alta tensione, vede dall’alto una ragazza sistemare su una spiaggia una cinepresa e poi molto lentamente avviarsi verso il mare e altrettanto lentamente lasciarsi morire - il metodo narrativo dello scrittore agisce per accumulo, non per sottrazione, lievitando l’attesa con strappi decisi e a volte convincenti.
Penso ancora alla scena del dito spezzato durante una discussione in un bar, o all’esilarante passaggio in cui il cane del protagonista vomita un paio di mutandine e rivela il precedente amplesso (Woody Allen ne sarebbe entusiasta, ma penso anche lo stesso Lynch che forse arricchirebbe l’episodio di spruzzate grandguignol).
Dicevamo all’inizio: pur presentandosi come giallo, il romanzo in questione vira spesso per altri lidi e la stessa conclusione, che non rivela nulla, perché le motivazioni del gesto e l’eventualità che qualcosa ci possa essere dietro l’inspiegabile decisone di una donna di uccidersi in modo così plateale hanno decifrazioni nette e precise lungo tutto il tragitto, non offre brividi o coup de thêatre. Ma è anche sottilmente costruito ad hoc. Sherrill conosce l’arte della sospensione e delinea, attraverso un meccanismo apparentemente da thriller, un profilo psicologico di giovane donna tragico e, mi si passi il termine, contemporaneo. Il setting strampalato e a volte "onirico" (quasi da freaks cinematografici) non copre i segni di un malore generazionale (scontri violenti genitori-figli, incomprensioni e classiche fughe) e il risultato è un libro attento e lucido. Se dovessi fare un altro confronto direi: Twin Peaks (qui sì Lynch calza!): la tragedia di un cadavere ritrovato (come nel caso in questione quello di un corpo annegato, ma mai ritrovato) è un pretesto per sottigliezze e "scavature" psicologiche.
Tuttavia, nonostante la riuscita del prodotto, se fosse vino, al palato risulterebbe diluito con acqua. Trecentocinquantadue pagine sono davvero troppe per un quadro di dolente solitudine e di un suicidio nel mare.
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Il potere segreto di Benny |
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di Benedetta Marietti D - la Repubblica delle Donne - |
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Il primo romanzo di Steven Sherrill, Il Minotauro esce a fumarsi una sigaretta si era aggiudicato un posto d'onore sul New York Times che gli aveva dedicato una recensione di 13 pagine. Il "mostro" di La ragazza annegata, nuovo romanzo dello scrittore, nato nel '61 nel North Carolina, è invece un uomo in carne e ossa: Benny Poteat, addetto alla manutenzione di antenne radio. Un giorno vede una ragazza gettarsi in un fiume. Da quel momento cercherà di ricostruirne l'identità. Come nasce Poteat? "Come il Minotauro, è una parte di me, delle persone che conosco, quello che vorrei essere e quello di cui ho paura. È il macho, tipico del sud degli Usa".
Un "mostro" in cerca di amore.
"È il nodo cruciale del libro. In ognuno di noi ci sono dei mostri. Quelli che vediamo e quelli di cui non ci accorgiamo. Riconoscerli e accettarli li priva di potere su di noi".
Perché Benny diventa "mostruoso" solo dopo aver scoperto un segreto?
"Benny è una persona debole che dopo aver visto qualcosa di orribile si ritrova unico detentore di quel segreto. Cosa che gli dà una sensazione di potere infinito". Chi è responsabile delle cattive azioni di Benny? Lui stesso o la società? "Benny è il risultato della somma delle circostanze che sono accadute nella sua vita. Da un lato è pienamente responsabile di se stesso, dall'altra si ritrova a essere una pedina del destino". L'amore non sembra salvare Benny... "L'amore è l'unico modo per ottenere redenzione, perdono, pace. Secondo il buddismo, vita, morte e redenzione hanno lo stesso significato. Ma il finale del romanzo è aperto".
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Un minotauro in cucina Dal labirinto, il mostro è finito in una steak house in Florida. In cerca d'amore |
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di Lara Crinò D - la Repubblica delle Donne - 22 maggio 2004 |
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Pensavamo l'avesse ucciso Teseo nel labirinto, cinquemila anni fa. Invece è vivo e vegeto, anzi immortale. Il Minotauro fa il cuoco, lavora alla bisteccheria di Grub, in Florida. In cucina fa caldo ma a lui non dà fastidio. Cosa sia successo tra Creta e la steak house, Il Minotauro esce a fumarsi una sigaretta di Steven Sherrill non lo dice, ci fa solo intendere che il mostro ne ha viste delle belle. La sua natura bestiale si è addolcita, la rabbia ha ceduto alla rassegnazione; ora abita in una roulotte e guida una macchina usata. Non ha amici, solo conoscenti; le parole inciampano nella lingua bovina, il corpo entra a fatica nei vestiti. Ma quando Kelly, una cameriera, ha un attacco epilettico mentre serve in sala, il Minotauro sente che vale la pena di rischiare la più umana delle avventure: l'amore.
Pubblicata inizialmente da un piccolo editore, la favola si è fatta strada nel mondo letterario: riedita da Picador, è stata ben recensita dal New York Times. Con la materia povera della vita di provincia, Sherrill rimette in gioco il Mito calandolo in un contesto insolito e straniante; sorvola sulla mostruosità, insiste sulla solitudine, fa del Minotauro il simbolo malinconico di ogni diversità.
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vivere ai margini dell'America |
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di Enzo Verrengia Conquiste del Lavoro - 6 maggio 2006 |
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Gli Stati Uniti sono ormai ridotti a una successione di non-luoghi, da una costa all'altra, dove si aggira un sottoproletariato che guadagna il necessario per alimentare la catena
dei consumi e stipare le discariche di rifiuti. Nel Paese del liberismo, l'umanità locale non si distingue più dagli oggetti di risulta. Come Benny Poteat, il protagonista di La ragazza annegata, di Steven Sherrill si guadagna da vivere nella fonda provincia del North Carolina con uno di quei lavori che dovrebbero confermare il mito della piena occupazione e che invece sono la versione contemporanea dello schiavismo. Sale sui tralicci a sistemare depositi di acqua. Gli piace starsene lassù a guardare le cose che succedono. E si tratta sempre di episodi monstre, come due uomini che fanno a botte solo per decidere chi deve praticare un coito orale con l'altro. Oppure donne che prendono il sole nude su remote terrazze. Benny si è dotato di un binocolo per esercitare al meglio le potenzialità di guardone. Del resto, a cosa può aspirare un adulto di scarsa istruzione nato in un parco di
roulotte spazzato via da un tornado insieme ai suoi genitori? Per lui la svolta assume le forme di un enigma. Dall'alto dell'ennesimo traliccio scorge una ragazza che si appresta a entrare nelle acque del fiume locale. Prima, però, la sconosciuta piazza una telecamera sulla riva, la mette in funzione e si lascia andare alla corrente delle acque, suicidandosi. Benny rivive la perplessità del fotografo londinese di Antonioni in Blow Up: come interpretare la realtà cui ha assistito?
Negli Stati Uniti-discarica vi sono appunto gli scarti che danno una mano alla decifrazione. Benny recupera gli oggetti della ragazza, che consistono soprattutto in videocassette. Per guardarle, occorre un apparecchio che lui stranamente non possiede. Così ne affitta uno, e comincia a ricostruire l'identità della morta. È Esther Hinkey, figlia del solito bigotto pentecostale come Diane Keaton nel film In cerca di Mr. Goodbar. La trafila di queste ragazze ultrarepresse torna con la ripetitività di una regola grammaticale. Si allontanano dalla famiglia, battono le strade della perdizione e finiscono male, quasi a rinfocolare le convinzioni paterne sul peccato e sulla dannazione. Per la verità, Esther non faceva la
prostituta. Si era iscritta all'università e studiava cinema. I nastri che ha abbandonato sulla riva del fiume prima di suicidarsi rappresentano un documentario autobiografico, dal quale Benny apprende le origini familiari della ragazza, il fatto che lei ha voluto cambiare il proprio nome in Jenna (lo stesso della pornostar Jameson), si è
sottoposta a un intervento di plastica al seno finito male, con l'amputazione delle protesi e di metà gamba. Scorrendo febbrilmente le cassette della Hinkey, Benny scopre che ha posato in atteggiamenti osceni per un artista perverso ed è inesorabilmente scivolata sulla china della depressione. Intanto, l'uomo conosce Rebecca, la sorella della morta, affetta da nanismo. Ha una relazione anche sessuale con quest'ultima.
Steven Sherrill aderisce alle derive più grottesche della vicenda senza il minimo distacco. Al contrario di Hemingway, che si sforzava di somigliare a un Grande Narratore, rovinando tutto con folate di moralismo dichiarato. Mentre qui, sulla scena di queste narrazioni post-moderne dall'altra sponda dell'Atlantico, la materia e la struttura del racconto sono inestricabili dall'intenzione creativa. Il lettore si trova a disposizione un'autenticità che riproduce lo sfacelo
americano molto più dei drammoni a tinte hollywoodiane di Tennessee Williams o, più di recente, gli interni della borghesia intellettuale decantata da Woody Allen. Se un antecedente si vuoi trovare per Steven Sherrill è William Faulkner, specie in Santuario, epopea di un gruppo di bruti e stupratori, dove forse per la prima volta si accerta che il cuore dell'America è malato per malformazione congenita.
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La ragazza annegata |
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mangialibri.com - 27 marzo 2006 |
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Benny Poteat lavora sui pali dell'alta tensione, a decine di metri di altezza, e negli ultimi anni ne ha viste di cose: matrimoni all'aperto, combattimenti di cani, ragazze in topless, risse, incontri gay tra colleghi d'ufficio. Ma niente di tutto questo l'ha mai sorpreso troppo: le cose a 200 piedi d'altezza sembrano diverse, più distanti, movimenti senza importanza, come di formiche. Un brutto giorno però Benny vede qualcosa che cambia per sempre la sua vita: una ragazza che sistema una videocamera su un cavalletto in riva al fiume, si spoglia velocemente e si lascia annegare nel fiume sotto lo sguardo della videocamera. Sconvolto dalla scena e dalla sua impotenza, Benny scende a terra e raggiunge la scena del suicidio. Carica la videocamera della ragazza sul suo furgone e decide di non raccontare niente a nessuno. Anzi, quando scopre l'identità della ragazza annegata si insinua nella famiglia di lei e inizia ad uscire con la sorella della morta, una nana di nome Becky. Di fronte alla preoccupazione dei genitori di Becky per la misteriosa scomparsa dell'altra figlia, Benny finge di non sapere nulla e in cuor suo assapora il gusto dei segreti, il gusto del potere... Dopo il fulminante debutto de Il minotauro esce a fumarsi una sigaretta, Sherrill torna a raccontare le sue storie morbose ed inquietanti sullo sfondo della cultura Southern e dei suoi colori kitsch. La sua prosa cristallina, quasi immacolata, disegna un contrasto fortissimo con i temi ricorrenti della deformità e della doppiezza ed è efficacissima nel mettere alla berlina il voyeurismo sotteso alla vita moderna. Esploratore del fascino tossico dei segreti e della psicologia contorta degli emarginati, Sherrill fa il 'disturbonauta' con passione e metodica ferocia, costringendo il lettore a simpatizzare con le peggiori pulsioni del protagonista, che sembra ad ogni pagina uscire dal libro e sussurrarci all'orecchio: "Tu non sei migliore di me". No, forse.
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Il terribile segreto di un voyeur |
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di Irene Bignardi La Repubblica - 4 febbraio 2006 |
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Benry Poteat è un voyeur, ma non sa di esserlo. Per due ragioni. La prima è che non saprebbe cosa vuol dire la parola, visto l'ambiente non propriamente sofisticato in cui vive, e cioè la città di Buffalo shoal, nella Carolina del Nord. La seconda è che non sa di esserlo: la sua è l'abitudine di uno che fa lo strano mestiere del riparatore di cose a grande altezza - in altre parole, quello che si imbraca e sale su serbatoi dell'acqua per ridipingerli o su tralicci per cambiare fusibili e lampadine - e da lì è abituato a vedere molte più cose della media degli altri esseri umani. Con il piccolo problema che la sua posizione lassù, sospeso a cinghie e putrelle, non gli permette mai di intervenire sulle cose, facendo del suo mestiere la metafora del suo atteggiamento mentale.
Succede un giorno a Benny, mentre se ne sta ben imbracato in cima a un traliccio, di osservare una ragazza che posiziona una telecamera sulla riva del fiume Toe, si spoglia, mette in ordine i suoi indumenti, ed entra decisa nel fiume, per non più riapparire. Suicida. E lo sconvolto voyeur non riesce a fare altro che raccogliere telecamera, indumenti e le cassette che la ragazza ha lasciato ben impilate lì accanto per tornarsene a casa - anzi, alla metà di un trailer la cui altra metà è occupata da una procace e calda signorina di nome Doodle.
Comincia così La ragazza annegata, il secondo romanzo di Steven Sherrill, figlio della North Carolina, già autore di un romanzo di grande successo come Il minotauro, attualmente insegnante alla Penn State University e dalla giovinezza in possesso di un diploma di saldatore. Insomma, qualcuno che con il mondo dei redneck, i proletari del Sud americano, ha qualche legame vero. E il suo romanzo vive di questa cultura popolare, volgare, scatologica, permeata di sesso veloce, di lavori eccentrici e di pura sopravvivenza, di cibo cattivo - salvo quello che viene preparato nel ristorante di pesce dove Benny si improvvisa cuoco due sere a settimana. Improvvisamente detentore di un valore - il segreto della morte della ragazza - di cui solo è a conoscenza, Benny non denuncia l'accaduto. Ma, a modo suo, si mette a indagare. E, da un biglietto da visita, rintraccia la sorella della morta, Becky, una «nana armoniosa», ne viene a conoscere i genitori che continuano a inquietarsi per la sparizione della figlia, penetra nella loro vita e nell'affetto di Becky, che si porta a letto. Mentre intanto guarda avidamente, con la curiosità del voyeur che solo sa la verità sulla storia e la sua conclusione, le cassette registrate dalla ragazza morta, Jenna, che fanno la cronaca di una ribellione al severo ambiente familiare e di una progressiva caduta nelle forme più estreme di ribellione e di spreco.
Sarebbe un peccato svelare maggiormente gli snodi di un libro conturbante e divertente, "scritto" e spontaneo, che si apre a scatole cinesi come un giallo per poi contornare ogni cosa con il ritratto di un mondo e di una cultura tutta speciale: un concentrato di contraddizioni, dove si incrociano balordi e artisti d'avanguardia, tradizioni del sud più popolare e pretenziosa cultura universitaria, scopate facili e predicatori battisti, sessualità confuse e omofobia mortale. Ma se il libro viene presentato soprattutto come un'indagine sul potere distruttivo di un segreto - un segreto pesante e non necessario come quello della morte di Jenna - il suo cuore è in realtà la natura di osservatore impotente dell'uomo contemporaneo: affascinato dall'osservare gli eventi terribili che la realtà gli propone e assolutamente impossibilitato a fare alcunché, se non a incrementare morbosamente la propria curiosità di osservatore, ridotto per sempre alla posizione di spettatore di reality show.
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Il Minotauro esce a fumarsi una sigaretta |
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di Claudia Bonadonna www.railibro.it - 30 giugno 2004 |
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Lasciate perdere i pettegolezzi mitologici che lo danno per morto nel labirinto di Minosse cinquemila anni fa. Il Minotauro in realtà è vivo e vegeto. Stanco delle necessità del sangue e dei sacrifici umani, ha concordato con Teseo una finta uccisione donando a quest’ultimo la gloria (effimera) della sconfitta del mostro e scegliendo per se stesso il malinconico anonimato di una “tiepida eternità”.
Il figlio del Caos generato da Parsifae e dal toro cretese vaga così per il tempo e per il mondo, muto testimone (anzi grugnante, ché le parole umane mal si adattano alla sua gola taurina) della magica potenza di un passato straordinario che gli uomini di oggi dileggiano con arroganza plebea. Se la ninfa Dafne fa la cassiera in una stazione di servizio, la Medusa è prigioniera di un freak show in Florida e il Dio Pan, presumibilmente disoccupato, consuma i suoi giorni ruzzando con i maiali nella palude dei fratelli Crews, al Minotauro - ormai semplicemente M - non è toccata sorte migliore: cuoco di linea nella steak house di una piccola cittadina della Carolina del Nord.
“Come chiunque altro, personaggio mitologico o no, il Minotauro conduce una vita intrisa di incongruità e contraddizioni”. Di giorno cucina, attento e felice di non combinare disastri con le sue corna voluminose, le dita veloci, la concentrazione al massimo. La notte va dormire in roulotte, un cilindro di alluminio malmesso da condividere con l’umanità bistrattata e varia del Complesso Case Mobili Ferro di Cavallo che il vecchio Sweeny ha ricavato dal terreno davanti a casa sua. Nel tempo libero s’ingegna ad aggiustare automobili, si cuce i vestiti, aiuta i colleghi nei lavori di fatica e sogna i corpi morbidi delle cameriere masturbandosi alla voce suadente di Ermafrodito, star in ascesa degli spot erotici sulla tv via cavo.
Seppellita nel profondo più profondo l’energia ingorda e feroce che lo divora e lo lega per sempre al ventre prolifico e indiscriminato della Terra, cancellati i ricordi di gesta convulse e selvagge, il Minotauro vive una vita ai margini controllata e discreta. Perennemente diverso, perennemente represso, perennemente inadeguato. E’ diventato un voyeur sfortunato e irresoluto (come tutti i mostri, letterari e non), uno che spia alla finestra le vite altrui cercando di capire cosa veramente le conduce. “Agli occhi del Minotauro la fedeltà degli uomini è patetica. E’ terrificante. Seducente. Irraggiungibile”. Nessuno immagina la sua storia e la sua natura, forse nemmeno lui, che sogna di vendere hot dog da un chiostro ambulante e di sposare Kelly dai seni flaccidi e grandi, cameriera epilettica e gentile.
Scritto nel 2000 (appena un anno prima che American Gods di Neil Gaiman portasse in scena in maniera più epica e magniloquente la metafora delle antiche divinità cadute che ci restituiscono con il loro sguardo diverso, stupito e sofferente il paradosso del nostro vivere moderno), pubblicato per un’etichetta indipendente, rapidamente assurto al culto e poi tradotto in otto lingue, il romanzo di Steven Sherrill entra di diritto nel novero della Grande Letteratura Americana. “Accanto a Raymond Carver, Louise Erdrich, Carolyn Chute”, azzarda il New York Times nelle sue tredici pagine di recensione.
Certo è che in questa storia “perversamente comica”, come l’hanno definita i più, entrano in ballo molte cose. L’idea antica del corpo estraneo che catalizza tensioni e sbugiarda meccanismi, per esempio (tanto cara ai molti burned children della nuova narrativa d’oltreoceano). La brutalità di una provincia americana fatta solo di lavori occasionali e alloggi di fortuna, di arrangiamenti provvisori e surrogati di comodità. La deprivazione sociale e culturale di un’esistenza umana che ha scordato le proprie radici, anche quelle mitologiche. Che ha rimosso il timor panico e il mistero del passato. Cinica per pigrizia, violenta per distrazione, casuale in tutto, soprattutto nelle proprie reazioni.
Entra in ballo la bellezza malinconica e poetica di un personaggio che avrebbe potuto essere una caricatura e invece è il simbolo magnifico di noi tutti, un po’ bestie e un po’ divinità, carichi di atavici furori e molto proni ai bisogni presenti lungo l’orizzonte infimo del nostro quotidiano.
Entra in ballo una lingua lirica e perfetta, precisa fino al dettaglio ma ancora piena di dolente delicatezza. Una lingua che indulge in particolari maniacali (molti proprio là dove non ti aspetti: nei gesti dei cuochi del ristorante, nelle amorevoli riparazioni meccaniche del Minotauro, nella cura con cui Kelly nutre i pesciolini mutanti del suo caleidoscopico acquario…). Una narrazione che punta i paletti di pochi episodi, stupisce con quadri irrisolti di suggestione potente (la Medusa in gabbia sotto il tendone da circo: è giusto un lampo, un’ipotesi di dolore e terrore), fa ridere sinceramente e poi lascia esplodere come mine a tradimento concentrazioni immaginifiche di percezioni e sentimenti.
Pittore e narratore, un master in poesia e un diploma di saldatore, la fede dichiarata nelle opere di Flannery O’Connor, Gabriel García Márquez e… Tom Waits, Steven Sherrill spiega l’importanza dell’educazione sentimentale ai versi che dissemina nel corso del racconto: “Nella poesia ci sono precisione ed economia. C'è una logica che non è così strettamente legata ai nostri processi mentali lineari. Credo che a ogni scrittore, qualunque sia il suo stile o il suo genere, farebbe bene studiare la poesia”. E così il Minotauro è lasciato di fronte a una speranza di felicità, di fronte all’ingenua e mortale Kelly che forse può fare per lui la differenza. Sogna il Minotauro il paiolo e la lingua madre, il dente da latte e la tonsilla. Colui che viene prima del calamaio di pietra e del pennino. Il Dio dei sei giorni redditizi, degli zoccoli scalpitanti. Il Minotauro sogna la brevità dei cuori in un labirinto di giorni, sogna uno stormo di gracole in un campo di narcisi. Gli uccelli scendono all’unisono, il battito delle ali smette…
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Il minotauro esce a fumarsi una sigaretta |
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di Luigi La Rosa www.pickwick.it - 27 giugno 2004 |
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Tenero e sognante, commovente e visionario, Steven Sherrill esordisce nella letteratura contemporanea con una storia da non perdere, una rilettura in chiave odierna di uno dei più affascinanti miti classici di ogni tempo, quello del Minotauro. Il leggendario sovrano che periodicamente sfamava le sue brame con carne umana e sangue di fanciullo. Il re che più di tutti ha attratto e ispirato la fantasia di artisti e poeti.
Il romanzo che minimum fax manda nelle librerie italiane nell’intelligente traduzione di Martina Testa, Il Minotauro esce a fumarsi una sigaretta (minimum fax, pp. 307, euro 14.00) è infatti incentrato proprio sulla fantasiosa ricostruzione dell’esistenza del mostruoso personaggio, ora casualmente finito a confrontarsi con la caotica quotidianità di un ristorante a Sud degli Stati Uniti.
Alle sue spalle, la nebbiosa e a volte lampeggiante coscienza di una vita passata tragica e indimenticabile. Il Minotauro che mai è stato vinto dal tempo, che ha attraversato epoche storiche e contraddizioni per confrontarsi con un mondo sempre più catalogato e sempre meno disposto a venire a patti con la sua diversità. E’ un mito meravigliosamente romantico, un essere a suo modo morbido, a suo modo angelico, che ispira un’immediata tenerezza pur sapendo di non poter essere ricambiato, pur sapendo che vivere nel mondo dei cosiddetti normali può richiedere il più grande dei sacrifici: l’autenticità.
Il Minotauro s’innamora, vive come tutti il sogno disperato di trasformare radicalmente la propria esistenza, prima di accorgersi che non tutto è concesso a chi invece dei capelli si ritrova delle candide corna, e al posto dei baffi un lungo muso d’animale selvaggio. In ogni caso, vivere è sempre confrontarsi, sperare, cercare delle soluzioni al malessere. E il nostro simpatico eroe finisce con l’accettare definitivamente la sua condizione, per farne l’emblema sofferto di un’elezione deliziosa e senza tempo.
Lo consigliamo davvero a tutti, perché mai una metafora della diversità si è rivelata di così nitido impatto emotivo. La scrittura è gradevole, piana, brilla qua e là tra le pagine. Non è possibile in alcun modo allontanarsi dalle pagine prima di aver finito di leggere e di sognare. Può far soffrire, come tutti i grandi libri. Ne vale davvero la pena.
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