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Con un altro obiettivo. Il cinema tra arte e politica. |
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di Fabrizio Colamartino Frameonline.it - 18 gennaio 2008 |
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Grazie a Michael Moore e ai suoi exploit documentaristici, alla “discesa in campo” persino di un ex vicepresidente Usa (Al Gore con Una scomoda verità), ma soprattutto per merito di attori/registi apparentemente insospettabili come George Clooney, Sean Penn, Emilio Estevez, recentemente critica sociale e impegno politico sono diventati componenti essenziali di un certo cinema incline a far passare un “messaggio” senza che ciò vada a detrimento della forma cinematografica o, persino, dello spettacolo nella sua accezione più tradizionale. Se la propensione da parte di star e Major statunitensi verso temi più o meno impegnati è diventata nell’ultimo decennio, in particolare dall’11 settembre 2001 e dall’elezione del repubblicano George W. Bush alla presidenza, una delle poche strade praticabili per cercare di riempire il vuoto lasciato dal crollo delle Twin Towers (un vuoto che “pesa” più che sulla coscienza, sulla consapevolezza dell’identità degli americani e quindi sulla loro creatività, sulla capacità di inventare storie, eccetera), i rapporti tra cinema e impegno politico-sociale sono sempre stati, ovviamente, al centro dell’interesse di giornalisti e studiosi.
Gary Crowdus e Dan Georgakas l’avevano capito fin dal 1967 che l’accoppiata cinema-politica era un soggetto delicato e interessante e che, all’inizio un po’ per sfida in seguito con sempre maggior convinzione, al tema sarebbe stato possibile dedicare persino una pubblicazione a sé, la rivista Cineaste, divenuta nel tempo un punto di riferimento imprescindibile per gli interessati a questo connubio. Con un altro obiettivo. Il cinema tra arte e politica documenta quasi trent’anni di attività della rivista attraverso quello che gli stessi Crowdus e Georgakas definiscono “uno degli strumenti critici fondamentali […] per indagare la tensione tra la forma cinematografica e il contenuto sociopolitico” di un film, ovvero l’intervista. Sono circa una ventina le conversazioni non solo con registi ma anche con attori e sceneggiatori proposte nel volume edito da Minimum Fax, che ospita il meglio di due raccolte apparse negli Stati Uniti dedicate alle interviste più interessanti che la rivista ha pubblicato nel corso degli anni.
Diciamo subito che alcune delle figure scelte possono apparire ovvie, scontate: Costa Gavras, Jane Fonda, Reiner Werner Fassbinder, Oliver Stone, Ken Loach sono registi e attori che hanno dedicato gran parte del loro lavoro e della loro vita privata a una visione critica della società e della storia, con maggiore o minore coerenza (il caso di Stone è emblematico rispetto alla seconda ipotesi).
In questi casi le interviste sfondano una serie di porte aperte, confermano le aspettative del lettore senza troppe sorprese, viaggiano su una sorta di corsia preferenziale in un gioco di complicità tra intervistatore e intervistato che in parte tradisce e in parte conferma l’assunto di base, la dichiarazione di intenti dei due curatori del volume, sull’uso costante di “domande provocatorie capaci di sollevare questioni controverse […] senza apparire ostili o insidiose”.
Ciò che risulta molto più interessante è, ad esempio, incrociare le affermazioni di Costa Gavras in un’intervista del 1983, a proposito di Missing, dei suoi rapporti con il Dipartimento di Stato Usa schieratosi apertamente contro il film e, poche pagine dopo, Jack Lemmon (protagonista del film di Costa Gavras) parlare in un’intervista rilasciata durante una visita a Cuba nel 1986, di un incontro molto cordiale con Ronald Reagan (“lo conosco da molto tempo, da prima che diventasse presidente”, afferma Lemmon) avvenuto pochissimi giorni dopo l’uscita del film, un incontro nel corso del quale il presidente, malgrado tutto, gli manifestò la sua profonda stima. Il libro funziona proprio grazie al sovrapporsi di voci differenti sullo stesso argomento, ai commenti di registi molto diversi su temi o personaggi politici del passato, come avviene, ad esempio nel caso di Spike Lee e Oliver Stone che si confrontano a distanza sulla storia americana parlando di figure tra loro contemporanee come Malcom X, J. F. Kennedy, M. L. King o R. Nixon, o come quando, più semplicemente, Tim Robbins e Susan Sarandon, uniti dalla professione e anche dal matrimonio, in due interviste diverse parlano del loro lavoro e della loro visione delle politiche produttive hollywoodiane.
Tuttavia, tra le tante interviste, la più interessante – anche e soprattutto da un punto di vista politico – è certamente quella a un vero e proprio “insospettabile” come Peter Greenaway: dalla conversazione di Marcia Pally con il grande artista inglese emerge, in fondo, tutto ciò di cui dovrebbe parlare un regista invitato a dire la propria sui rapporti tra cinema e politica, innanzitutto quale sia la relazione che intercorre tra immagine e potere, tra potere delle immagini e immagine del potere. Greenaway conferma la propria capacità di spaziare, con le idee e le parole oltre che con i propri film, attraverso i secoli, riconducendo a una visione complessiva (proprio come accade nelle sue opere) temi e questioni apparentemente molto lontani. Un’intervista nella quale il regista parla, tra le altre cose, della sua ammirazione per la pittura fiamminga del Seicento e che, dunque, è molto utile rileggere in questo periodo, aspettando l’uscita sugli schermi italiani del suo ultimo film Nightwatching, incentrato sulla figura di Rembrandt e sul celebre dipinto La ronda di notte.
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Con un altro obiettivo |
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di Salvatore Salviano Miceli Close-up - 19 febbraio 2008 |
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Difficile prescindere dalla realtà quando si parla d’arte. Ogni secolo ed ogni diversa disciplina hanno avuto i propri modi di interloquire e spesso di scontrarsi. L’arte, anche la più astratta, si fonda sul vivere ed il cinema, immagini in movimento, non può, e nella sua forma più alta mai lo ha fatto, pensarsi avulso dal contesto in cui si muove.
Nel 1967 nasce in America Cineaste, la più importante rivista statunitense fondata sullo stretto rapporto tra la settima arte e la politica. Negli anni le pagine del magazine hanno ospitato i pensieri e le riflessioni di innumerevoli autori (non solo registi) che su questo binomio hanno spesso costruito buona parte della propria poetica. Minimum fax ha proposto due anni fa una raccolta di interviste curata da Gary Crowdus e Dan Georgakas, rispettivamente fondatore ed editore di Cineaste.
Tra i registi inclusi troviamo Costa Gravas, Akira Kurosawa, Oliver Stone e molti altri. Ognuno chiamato ad interpretare la realtà, ad analizzare i propri film con uno sguardo mai banale. Intervistare è probabilmente uno dei momenti più difficili per un giornalista o un critico. Si tratta di entrare in contatto con un’altra persona cercando di dargli i mezzi migliori per potersi esprimere completamente. Quando non è semplice propaganda (cosa che purtroppo capita sempre più frequentemente) l’intervista permette di entrare in contatto con poetiche, ideali, interpretazioni che solo l’autore può conoscere pienamente e quindi spiegare del tutto.
Le interviste presenti nel volume invitano ogni regista a svelarsi, ad aprire l’universo di idee da cui nascono le varie opere. Le domande sono spesso provocatorie ma mai inutilmente polemiche, così come non pongono mai in risalto (come dice giustamente Gary Crowdus nella breve introduzione) l’intervistatore ma sono rivolte ad offrire all’artista una tribuna da cui potere spiegare la propria arte.
La struttura del libro è piuttosto lineare e di semplicissima lettura. Ogni intervista, di cui correttamente ci viene sempre indicata la data e l’occasione in cui è stata realizzata, costituisce un capitolo ed è sempre preceduta da sintetiche ma esaustive note biografiche dell’autore in questione. Lungi da noi tentare improbabili riassunti degli splendidi interventi, tutti di estrema complessità per la dialettica vivace che si instaura tra giornalista e regista ma, al contempo, estremamente interessanti da leggere e da studiare.
La casa editrice romana in questo suo volume ci restituisce un piccolo mosaico fatto di 18 (tanti sono i protagonisti) poetiche e visioni ideologiche, un modo incisivo per conoscere ed accostarsi all’opera di autori tra i più contraddittori e affascinanti degli ultimi cinquant’anni di cinema.
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Come i cineasti
vedono il cinema
La figura del regista
al centro di alcune
opere pubblicate
dalla Minimum Fax |
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di Monica Florio Lucidamente - 15 settembre 2007 |
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Si può coniugare l’arte con la politica, rileggendo la Storia attraverso un film e stimolando così la gente alla riflessione e al dialogo? Sembrerebbe di sì, a patto di non sacrificare al messaggio il piacere della visione. Sulla funzione di denuncia della settima arte è incentrato Con un altro obiettivo. Il cinema tra arte e politica, raccolta di interviste, pubblicate tra gli anni Settanta e Novanta, a cura di Gary Crowdus e Dan Georgakas, dalla rivista americana Cinéaste.
Venti protagonisti del cinema mondiale si interrogano sulla loro carriera, su eventuali pressioni subite da parte dell’industria cinematografica e sul ruolo dell’artista nella società. Una carrellata di nomi rappresentativi di un cinema, americano ed europeo, d’autore e "di genere", attento alle problematiche sociali e capace di appassionare il pubblico, comunicando idee e messaggi scomodi.
Sfilano accanto a registi di grido (da Rainer Werner Fassbinder a Spike Lee, da Mike Leigh ad Oliver Stone, per citarne solo alcuni) attori sensibili quali Jack Lemmon e Susan Sarandon e sceneggiatori come Budd Schulberg, che replicano con franchezza ai quesiti provocatori, ma mai fastidiosi, dei due intervistatori.
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Con un altro obiettivo |
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di Maurizio G. De Bonis CineCulture - 23 maggio 2007 |
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Qualche volta si rimprovera al mondo del cinema, almeno in questi ultimi anni, di non avere più un rapporto diretto e concreto con i problemi dell'esistenza quotidiana, con le questioni sociali, insomma con la realta. Questo non è sempre vero, anche se risulta indubbio un evidente disimpegno generale che ha portato cineasti, sceneggiatori e attori a non considerare più l'approccio etico al cinema come lo strumento più significativo della loro azione artistica.
Esiste comunque negli USA una rivista che privilegia proprio questo aspetto del "fare e pensare cinema", pubblicando importanti interviste nelle quali si cerca di affrontare con i soggetti interpellati tematiche che vadano al di là di ciò che è strettamente cinematografico/creativo.
Il magazine in questione si chiama Cineaste. Diverse stimolanti interviste, effettuate negli anni, sono state raccolte da Gary Crowdus, fondatore di Cineaste, e Dan Georgakas, editor. Il tutto è stato pubblicato in Italia da Minimum Fax con il seguente titolo: Con un altro obiettivo - Il cinema tra arte e politica.
Numerosi, ovviamente, sono i registi che fanno sentire la loro voce: da Andrzej Wajda a Peter Greenaway, da Akira Kurosawa a Milos Forman, fino a Abbas Kiarostami e Mike Leigh. Certamente, tra tutte le interviste a cineasti di fama internazionale, la più interessante è senza dubbio quella a Costa Gavras, grande autore greco (francese d'adozione) che ha caratterizzato tutta la sua carriera attraverso un forte impegno politico e nei riguardi di grandi temi della storia del Novecento, impostazione che l'ha portato fino ad Amen, un grande atto di accusa nei confronti del Vaticano in relazione alla immobilità pubblica e politica nel periodo delle deportazioni degli ebrei nei campi di sterminio.
La lettura, assolutamente gradevole e per certi versi avvincente del libro, risulta particolarmente interessante quando ad esprimere le loro opinioni su cinema, politica e società sono attori che hanno avuto a che fare con Hollywood, come Jane Fonda (da sempre considerata un'attrice politicizzata), Susan Sarandon e Jack Lemmon.
Questa è la dimostrazione che il cinema americano nonostante sia la più grandiosa macchina produttiva internazionale (anche se bisognerebbe fare i conti con il cinema indiano) ha sempre generato "figli dispettosi" non obnubilati dalle ricchezze e dal mito del mercato (e dell'industria) ma consapvoli del loro ruolo di comunicatori in grado di rivolgersi non solo al pubblico cinematografico ma anche, e direttamente, alla gente.
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Con un altro obiettivo |
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di Rocco Rossitto Carta - gennaio 2007 |
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Che il cinema si sia diviso, nelle sue espressioni più alte, tra «arte e politica» è fuori discussione. Così la collana Cinema della Minimum Fax si arrichisce di un prezioso tassello: una ventina di interviste della rivista americana Cineaste pubblicate tra gli anni 70 e i 90. L'elenco degli autori è corposo: alla bellissima Jane Fonda in foto segnaletica spetta la copertina. Poi tocca a Costa Gravas, Akira Kurosawa, Peter Greenway, Spike Lee, Susan Sarandon, Abbas Kiarostami, Oliver Stone, Ken Loach ed altri ancora. Dice Costa Gravas: «Non so se è possibile cambiare le idee politiche della gente con un film, ma è possibile avviare un dibattito politico».
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Con un altro obiettivo |
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di Gianluca Santisi Cin&media - novembre 2006 |
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Pubblicazione dopo pubblicazione la minimum fax di Roma si sta guadagnando un posizione di tutto rispetto tra le case editrici che si occupano di cinema, con proposte interessanti e variegate capaci di appagare il grande pubblico come il cinefilo più esigente.
Con un altro obiettivo. Il cinema tra arte e politica, dodicesimo volume della collana “minimum fax cinema”, ci offre un corposo assaggio di interviste pubblicate nel corso di 40 anni di onorata attività dalla rivista americana “Cineaste”. Stiamo parlando della più importante rivista sull’arte e la politica del cinema, che con le sue interviste “militanti” è diventata un esempio seguito e ammirato in tutto il mondo. È lo stesso fondatore di “Cineaste”, Gary Crowdus, assieme al suo storico collaboratore Dan Georgakas, a tracciare le linee guida nell’introduzione al volume: “il nostro approccio editoriale considera le interviste come un preciso genere letterario, e non come un mero evento giornalistico o uno strumento di pubbliche relazioni. [...] Particolare attenzione è dedicata alla formulazione di domande provocatorie, capaci di sollevare questioni controverse e di stimolare un dialogo avvincente senza apparire ostili o insidiose. Abbiamo sempre concepito l’intervista pubblicata come un podio per le idee del regista, piuttosto che una vetrina per la cultura e l’ingegno dell’intervistatore”.
In Con un altro obiettivo - edizione italiana curata da Cristina Marasti e Luca Poggi che presenta una selezione di interviste tratte dai due volumi originali The Cineaste Interviews on the Art and Politics of the Cinema - trovano spazio interessanti “chiaccherate” con: Spike Lee, Abbas Kiarostami, Costa Gavras, Rainer Fassbinder, Andrzej Wajda, Akira Kurosawa, Peter Greenaway, Mike Leigh, Tomàs Gutiérrez Alea, Milos Forman, Oliver Stone e Ken Loach. Ogni intervista è preceduta da una breve introduzione dei curatori del volume che tratteggiano un profilo dell’intervistato e collocano temporalmente l’incontro. Ma non sono solo i registi a finire sulle pagine di “Cineaste”, come spiegano Crowdus e Georgakas: “Sebbene la maggior parte delle interviste siano rivolte a registi, “Cineaste” non crede che la teoria dell’autore applicata al regista sia sempre un approccio soddisfacente per comprendere i più importanti aspetti tematici ed estetici di un film. [...] Importanti rapporti di collaborazione tra il regista e lo sceneggiatore, il direttore della fotografia, il montatore o altre figure sono spesso ignorati o trascurati”. Si spiega così la presenza nel libro di interviste allo scrittore e sceneggiatore Budd Schuldberg e ad attori quali Jane Fonda, Jack Lemmon, Susan Sarandon e Tim Robbins.
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Con un altro obiettivo |
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di Letizia Della Luna Edison Square - settembre/ottobre 2006 |
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Esistono molte forme d'impegno civile e politico: dall'attivismo alla partecipazione collettiva; dall'associazionismo alla militanza in senso stretto del termine. Anche l'arte è stata ed è spesso veicolo per esprimere idee politiche e per portare avanti battaglie ideologiche. Il cinema, per la sua stessa natura fatta di parole e immagini, per la sua immensa forza visiva, è stato per molti artisti mezzo di comunicazione per manifestare le idee pofitiche. "Con un altro obiettivo. Il cinema tra arte e politica" è un libro che riunisce le interviste a numerosi artisti, registi e attori, che nel corso della loro carriera hanno affrontato le problematiche sociali e civili come punto cardine della loro poetica; interviste tratte dalla rivista fondata nel 1967 dal titolo Cineaste, la più importante rivista americana sull'arte e la politica del cinema. "Non so se è possibile cambiare le idee politiche della gente con un film, ma è possibile avviare un dibattito politico": in queste parole del regista greco Costa Gavras, che nelle sue pellicole si è occupato di politica e di fatti storici da sempre (su tutti "Z - L'orgia del potere", che gli valse l'Oscar come miglior film straniero), è racchiuso un po' tutto il concetto che sottosta a chi si appresta a dirigere un film cosiddetto politico: non c'è sicuramente la pretesa, e ancor meno la pretenziosità, di cambiare lo stato delle cose; c'è però incrollabile e irrinunciabile voontà di stimolare, di far riflettere, di proporre un punto di vista differente mettendo in discussione ratti e verità spesso date per scontate; e allora, se lo spettatore si pone delle domande, si interroga su un fatto storico, la meta è raggiunta; il regista ha vinto. Oltre a Costa Gavras, vi sono interviste adi attori Jane Fonda e Jack Lemmon, Susan Sarandon e Tim Robbins (la coppia - sono sposati nella vita - più attiva e "comunista" della Hollywood contemporanea). Preziose poi le interviste a registi del calibro di Oliver Stone, spietato indagatore dei meccanismi della guerra dai tempi del Vietnam; di Ken Loach, fotografo asciutto e severo della società inglese di oggi, con la sua incomunicabilità, solitudine e precarietà; di Spike Lee, portavoce arrabbiato e sincero dei diritti degli afroamericani. Last but not least interviste a Kurosawa, Greenaway, Kiarostami, Forman, Fassbinder. Trecento pagine di sogni e utopie, di idee portate avanti con forza e determinazione, di punti di vista che sembrano purtroppo arrivare da un altro mondo. Forse quello possibile.
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Con un altro obiettivo |
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di Giorgia Priolo Rivista del Cinematografo - ottobre 2006 |
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"Non so se è possibile cambiare le idee politiche della gente con un film, ma è possibile avviare un dibattito politico": è quanto sostiene il regista Constantin Costa Gavras in una delle interviste pubblicate dalla rivista americana Cineaste qui raccolte in volume. Da Jane Fonda a Ken Loach, passando per Fassbinder e Spike Lee, una ventina di approfondite e appassionanti interviste ai grandi della settima arte che affrontano il tema del rapporto tra l'espressione artistica e i valori etico-politici. Per ricordarci come attraverso l'obiettivo si può raggiungere "un altro obiettivo": la trasmissione dei propri ideali.
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Con un altro obiettivo – Il cinema tra arte e politica |
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di Manuel Graziani Rumore - ottobre 2006 |
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Il grande schermo è capace di provocare sensazioni forti e policrome: ci fa sognare, ridere, incazzare, rabbrividire, impaurire, ecc. È indubbio però che il cinema politico, per la sua valenza etica, ci faccia sempre riflettere al di là delle sensazioni soggettive di ognuno di noi. Cineaste da 40 anni focalizza l’attenzione su chi pratica la settima arte per inviare messaggi scomodi e disvelare realtà sottaciute. Dato che in Italia una Cineaste ce la sogniamo, i tipi di Minimum Fax hanno pensato bene di raccogliere su volume una ventina di interviste ai grandi protagonisti del cinema internazionale, pubblicate sulla gloriosa rivista americana tra gli anni ’70 e i ’90. Interviste a caldo dove si parla di cinema in maniera chiara, evitando di compiacere l’intervistato e non discostandosi mai dal fine principale, ovvero quello di informare il lettore, come confessa il fondatore e direttore Gary Crowdus: “Abbiamo sempre concepito l’intervista pubblicata come un podio per le idee del regista, piuttosto che una vetrina per la cultura e l’ingegno dell’intervistatore”. Il valore aggiunto di questa pubblicazione sta proprio nel presentare nudo e crudo e senza astruse teorizzazioni intellettuali il pensiero pacifista di Jane Fonda, la critica sociale postbellica di Fassbinder, l’orgoglio nero di Spike Lee, il (neo)realismo di Kiarostami, il socialismo proletario di Ken Loach, lo sguardo cospiratorio di Oliver Stone, l’ammirevole attivismo politico-sociale di Susan Sarandon e Tim Robbins. Costa Gravas termina l’intervista sul film Missing affermando: “Non so se è possibile cambiare le idee politiche della gente con un film, ma è possibile avviare un dibattito politico”. Direi che è proprio questo il punto. Chi fa cinema politico dà un calcio alle coscienze nella speranza che rotolino il più lontano possibile.
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Come eravamo |
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di Marco Bacci e Antonella Catena Max - settembre 2006 |
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Arthur Schlesinger, in gioventù critico, in una tavola rotonda dice a Oliver Stone: «Lei è un grande cineasta, ma come storico fa schifo». A Stone il giudizio (come storico) brucia. Per la festa di Fragola e cioccolato Fidel Castro serve gelato fragola e cioccolato. Ma non ha ancora visto il film. In compenso il regista Thomas Gutierrez Alea, forse un po' teso, non vede il gelato. Jane Fonda, nel periodo più caldo del Vietnam, confessa: «Sto molto attenta a non interpretare ruoli che mi farebbero apparire come una pasionaria». Che belle le interviste di Cineaste, rivista americana "impegnata", fondata nel '67 (ai tempi, 30 pagine spillate a mano, 500 copie): il meglio è stato ora raccolto in un libro dal (malizioso) titolo Con un altro obiettivo. Il cinema tra arte e politica. La malinconia di Fassbinder, il rigore di Abbas Kiarostami, le ansie di Spike Lee, i teoremi di Tim Robbins e molto altro. Ma per chi teme un libro barricadero, ecco Costa-Gavras, sulle speranze di impatto politico di Missing: «Nessuno può prevederlo. Tantomeno il regista. L'unica cosa che può fare è dire (unisce le mani in atteggiamento di preghiera): "Mio Dio, fa che un po' di gente vada a vederlo e un po' di critici lo apprezzino!"».
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Attori e registi tra arte e politica |
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Il Mattino di Padova, La Nuova Venezia, La Tribuna di Treviso - 17 agosto 2006 |
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Minimum fax fa uscire alcuni interessanti titoli legati alla settima arte: l'ultimo è Con un altro obiettivo - Il cinema tra arte e politica, che raccoglie una serie di interviste ad attori e registi. E' un viaggio nel mondo cinematografico meno legato alle logiche degli studios, curato da Dan Georgakas e Gary Crowdus. Attraverso le conversazioni realizzate, fra gli anni '70 e i '90, con diciotto cineasti e attori come Rainer Werner Fassbinder, Constantin Costa Gavras, Ken Loach, Jane
Fonda, Jack Lemmon, Oliver Stone, Susan Sarandon, Abbas Kiarostami, prende forma per il lettore un ritratto appassionato della settima arte. Si va da Costa Gavras che spiega le reazioni di uno spettatore davanti a un film politico come Z a Jane Fonda che racconta le insicurezze che hanno segnato la prima parte della sua carriera e la scelta di dedicarsi a progetti che rispecchiassero le sue convinzioni, un percorso del libro approfondisce anche i temi di alcuni dei film-affresco su momenti chiave della storia americana degli ultimi 50 anni, come Malcolm X di Spike Lee o JFK e Nixon - Gli intrighi del potere di Oliver Stone. Particolarmente coinvolgenti anche gli incontri con attori come Susan Sarandon e Jack Lemmon. «Quando riesci a combinare arte e politica con successo, allora penso che puoi cambiare le persone - sosteneva l'interprete di Mìssing - puoi smuoverle, illuminarle, facendole riflettere di più».
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Film e politica da Stone a Kiarostami, attorie registi si confessano in un libro |
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di Paolo Petroni Il Cittadino, Ansa.it - 17 agosto 2006 |
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In una stagione estiva che, quanto a debutti di film in sala, è meno desolante degli anni scorsi, ma comunque resta priva di pellicole di forte richiamo, Minimum Fax ha scelto di far uscire alcuni interessanti titoli legali alla settima arte: l'ultimo è Con un altri obiettivo - Il
cinema tra arte e politica, che raccoglie una serie di interviste
ad attori e registi. È un viaggio nel mondo cinematografico meno legato alle logiche degli studios, curato da Dan Georgakas e Gary Crowdus, direttore e fondatore di Cineaste, rivista americana per la quale le interviste sono nate, fondata nel 1967, che pian piano è diventata un punto di riferimento per gli appassionati di cinema d'autore. Attraverso le conversazioni realizzate, fra gli anni '70 e i '90, con diciotto cineasti e attori, come Rainer Werner Fassbinder, Constantin Costa Gavras, Ken Loach, Jane Fonda, Jack Lemmon, Oliver Stone, Susan Sarandon, Abbas Kiarostami, prende forma per il lettore un ritratto appassionato della settima arte, lontano dalla dimensione più disimpegnata e divistica che abitualmente ha maggior spazio sui giornali. Si va da Costa Gavras che spiega le reazioni di uno spettatore davanti a un film politico come Z a Jane Fonda che racconta le insicurezze che hanno segnato la prima parte della sua carriera e la scelta di dedicarsi a progetti che rispecchiassero le sue convinzioni. «Forse la cosa migliore che possiamo fare ora è suscitare nel pubblico un senso di speranzosa frustrazione - diceva l'attrice nel 1975 alla vigilia dell'uscita del documentario Introduction to the Enemy da lei realizzato con Haskell Wexler contro la guerra in Vietnam - Forse la gente dovrebbe uscire dalle sale con un desiderio di agire ossia e la sensazione che ci sono buoni motivi per farlo».
Il percorso del libro approfondisce anche motivi e temi di alcuni film-affresco su momenti chiave dellastoria americana degli ultimi 50 anni, come Malcolm X di Spike Lee o JFK e Nixon - Gli intrighi dei potere di Oliver Stone. Particolarmente coinvolgenti anche gli incontri con attori come Suan Sarandon e Jack Lemmon, capaci di muoversi con disinvoltura fra Hollywood e il cinema che tenta di raccontare aspetti più duri e controversi della società. «Quando riesci a combinare arte e politica con successo, allora penso che puoi cambiare le persone - sosteneva l'interprete di Missing - puoi smuoverle, illuminarle, facendole riflettere di più o rendendole più consapevoli di cose che non avrebbero mai scoperto senza il tuo film».
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Con un altro obiettivo |
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di Armando Adolgiso Cosmotaxi - 4 agosto 2006 |
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Che cosa hanno in comune Costa Gavras, Jane Fonda, Rainer Fassbinder, Andrzej Wajda, Budd Schulberg, Jack Lemmon, Akira Kurosawa, Robert Redford, Peter Greenaway, Spike Lee, Susan Sarandon, Mike Leigh, Tomás Gutiérrez Álea, Abbas Kiarostami, Tim Robbins, Milos Forman, Oliver Stone, Ken Loach?
La passione civile. L'impegno politico. Credere nel cinema al servizio delle idee.
Insomma tutti quelli prima citati hanno girato i loro film Con un altro obiettivo, come recita l'indovinato titolo dell'Editrice Minimum Fax nel presentare un volume con interviste a quei cineasti.
Interviste realizzate da una sigla prestigiosa qual è Cinéaste.
Cinéaste, fondata nel 1967 da Gary Crowdus e Dan Georgakas, è la più importante rivista americana sull'arte e le politiche del cinema. Esce ogni quattro mesi analizzando anche i film più commerciali sotto un'angolazione ideologica e particolarmente attenta alla tematica razziale.
Alla rivista collaborano firme eccellenti di molte università statunitensi di varie discipline contribuendo così ad allargare la visuale sul cinema anche ad altri campi espressivi, pur restando primario l'impegno della rivista sulla sociologia dello schermo non solo americano, ma di tutto il mondo.
Chi sospettasse che tanto serio studio abbia prodotto pagine difficili da digerire, si rassicuri: niente di tutto ciò.
Questa raccolta d'interviste, infatti, ha il merito d'indagare sugli ideali di tanti autori anche attraverso una ricca serie d'aneddoti che riguardano la lavorazione dei loro film.
E questa vivacità di redazione rende il libro una vera ghiottoneria per gli appassionati di cinema, oltre ad essere un utilissimo strumento di lavoro per chi lavora nelle redazioni della carta stampata, delle radiotv, del web.
Il cinema-denuncia di Costa-Gavras, l'umanità di Jack Lemmon, i potenti affreschi di Akira Kurosawa, l'orgoglio identitario di Spike Lee, lo sguardo impietoso di Oliver Stone, l'ammirevole semplicità di Susan Sarandon, la rabbia di Ken Loach, i ricordi di Jane Fonda, attraverso queste voci Con un altro obiettivo propone una ragionata panoramica del cinema come arte sociale.
La scorrevole traduzione italiana è di Cristina Marasti e Luca Poggi. |
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Quando la celluloide ha un altro obiettivo |
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di Francesco Troiano TTL - La Stampa - 29 luglio 2006 |
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"Abbiamo sempre concepito l'intervista pubblicata
come un podio per le idee del regista, piuttosto che
una vetrina per la cultura e l’ingegno dell'intervistatore". Quest'affermazione potrebbe esser posta in esergo
a ogni numero della rivista americana Cinéaste. Apparsa
nell'estate 1967, s'è via via affermata come il più autorevole
periodico statunitense sulla settima arte, interessato da sempre alla
valenza politica della stessa. Lo strumento «per indagare la
tensione fra forma cinematografica e contenuto sociopolitico» è
costantemente stato «il dialogo con i registi e con gli altri
protagonisti del mondo del cinema»: nel tempo, le centinaia di
interviste realizzate hanno composto un'imponente banca dati per
riflettere sull'universo della celluloide. Una corposa silloge viene
ora pubblicata sotto il titolo Con un altro obiettivo; s'allude al
mestiere di cineasta nei casi in cui l'obiettivo della cinepresa si fa
mezzo per raggiungere uno scopo altro: la trasmissione dei propri
ideali. Curato da Gary Crowdus, fondatore della rivista, e da Dan
Georgakas, editor storico della
medesima, il volume - per
l'edizione italiana affidato a
Cristina Marasti e Luca Poggi
- riunisce venti interviste,
rilasciate tra gli Anni 70 e 90
da altrettanti protagonisti
del cinema mondiale. Il dialogo
diviene l'occasione per
affrontare i temi del rapporto
fra espressione artistica e
valori etici, raccontando
l'impegno civile di chi fa cinema da Hollywood a Londra, da Cuba
all'Iran, dal Giappone alla Polonia. È interessante notare come
Cinéaste, fedele alla concezione del film quale creazione
collettiva, lasci sovente spazio a ruoli differenti da quelli del
regista: si vedano gli interessanti colloqui con Budd Schulberg,
sceneggiatore per Kazan di Fronte del porto e Un volto nella
folla, o con attori noti per il loro rigore ideologico, quali Susan
Sarandon e Tim Robbins. Sebbene non tutti possano definirsi
militanti, siamo certi che ciascuno sottoscriverebbe quanto
dichiarato da Jack Lemmon, reduce dalla partecipazione a un
festival nella Cuba di Castro vessata dall'embargo: «Quando
riesci a combinare arte e politica con successo, allora penso che
puoi cambiare le persone, puoi smuoverle, illuminarle, facendole
riflettere di più o rendendole consapevoli di cose che non
avrebbero mai scoperto senza il tuo film».
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Quando il cinema fa politica: la parola a registi e attori |
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alice.it - 25 luglio 2006 |
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Non c'è solo Michael Moore, il regista sfacciatamente nemico di George W. Bush, nell'universo del cinema politico. Accanto a lui, da decenni, molti registi e attori portano avanti le loro battaglie attraverso la settima arte, in un rapporto che è stato al tempo stesso strettissimo e controverso. Per fare luce su questo aspetto minimum fax ha pubblicato in questi giorni una selezioni di interviste a registi e attori realizzate tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta dalla rivista Cinéaste. Il risultato è un libro - Con un altro obiettivo, a cura di Gary Crowdus e Dan Georgakas - nel quale compaiono tra gli altri Costa Gravas e Jane Fonda, Oliver Stone e Spike Lee, Ken Loach e Susan Sarandon, Kiarostami e Fassbinder.
Attraverso interviste che i redattori di Cinéaste hanno voluto sviluppare come un vero e proprio genere letterario, vengono a galla aspetti poco noti legati alla nascita di grandi film - come le difficoltà di convincere i produttori a finanziare storie scomode oppure il ricorso alle donazioni, nel caso di Malcom X di Spike Lee, di autorevoli esponenti della comunità afroamericana. Ma emergono anche le dinamiche attraverso cui trasmettere opinioni politiche in un film e, in ultima analisi, il tema sempre d'attualità del rapporto tra l'impegno e l'arte. Due concetti che non vanno necessariamente sempre d'accordo.
Certo è che il cinema è in grado di dare voce a persone e situazioni cui talvolta i mezzi di comunicazione non ne concedono. Costa Gavras, il regista greco che ha denunciato il regime dei colonnelli nel film Z - L'orgia del potere, racconta così la reazione del pubblico francese dopo la proiezione del suo film: "A Parigi gli spettatori hanno lasciato messaggi sulle porte del cinema, in cui dicevano di essere stati in Grecia, di essersi innamorati del Paese e della sua gente, ma di non volervi più tornare fino a quando non cadrà il regime attuale. Hanno trasformato parte della loro indignazione in atto politico contro la dittatura". Qualche anno dopo, in una seconda intervista, Costa Gavras spiegherà ancora meglio il senso del suo cinema politico: "Non so se è possibile cambiare le idee politiche della gente con un film, ma è possibile avviare un dibattito politico".
Una linea questa lungo la quale si muove anche Oliver Stone, il più controverso regista di fiction politiche negli Stati Uniti (Moore emerge tra i documentaristi), che ha provocato grandi polemiche con i suoi film sull'assassinio di Kennedy (JFK) e sulla carriera politica di Nixon (Gli intrighi del potere). "Alla fin fine - ha detto Stone - si tratta solo di sollevare interrogativi. Dopo uno vuole saperne di più. Un film è come una prima stesura, è qualcosa che stimola l'interesse, ma deve funzionare con i propri mezzi, non può essere come un libro".
Tra i grandissimi del cinema mondiale che hanno raccontato i loro film e le loro idee a Cinéaste c'è anche Akira Kurosawa, la cui scelta "politica" è stata quella di creare opere che potessero parlare a tutti. "Un film - ha detto il maestro giapponese - dovrebbe intrigare gli spettatori sofisticati e intellettuali e allo stesso tempo divertire la gente semplice. Se piace a una ristretta cerchia di persone non serve a niente". Un altro tema centrale per chi vuole capire un certo tipo di cinema impegnato politicamente è il rapporto con il pubblico, che dal lavoro dei cineasti si aspetta qualcosa. Paradigmatico il caso del Malcom X di Spike Lee: "Non potevamo muovere un passo - ricorda il regista a proposito dei giorni della lavorazione del film - senza che il popolo nero ci ricordasse: 'Non fate cazzate con Malcom, non fate casino'. Eravamo sottoposti a un'enorme pressione". Anche questo è il cinema.
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Un'antologia di interviste da mettere subito in valigia |
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Il Corriere della Sera - 24 luglio 2006 |
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Visto che, come abbiamo più volte scritto, l'estate cinematografica 2006 non è certo una delle più stimolanti, tanto vale tenersi per settembre la speranza di vedere qualche buon film e scegliere invece un buon libro che parli di cinema. La mia proposta per le vacanze è Con un altro obiettivo, un'antologia di interviste realizzate dalla rivista radical americana Cinéaste e pubblicata da minimum fax. Dichiaratamente "leftist", Cinéaste è nata nel 1967 e da allora ha rappresentato un punto importante per chi si interessa di cinema ed è attento ai suoi rapporti con il sociale. E le interviste raccolte non sono tanto dei bagni di cinefilia ma piuttosto dei viaggi tra le tante facce (culturali, sociali, politiche, antropologiche) che il cinema sa mostrare.
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