Rassegna Stampa

di Paolo Maria Righetti L'Unico 25 giugno 2008

Nella prefazione del libro, La rivincita di Capablanca, lo scrittore Fabio Stassi dichiara che questo romanzo - non propriamente biografico –, avrebbe preferito leggerlo più che scriverlo. La memoria su Capablanca era un’idea e un pensiero scritto su carta dal suo più grande maestro, lo scrittore Gesualdo Bufalino. Un omaggio gradito ai tempi che furono.
L’autore siciliano, scrive questo racconto con una delle tecniche più diffuse degli scacchi, il mediogioco. Si mantiene al centro del romanzo, come i pedoni in mezzo ad una scacchiera. Per quanto importante, il desiderio, unico e solitario di una biografia su uno dei più grandi scacchisti di tutti i tempi, non è appagante. Stassi preferisce far vivere al lettore l’idrofobia, la profonda frustrazione e la successiva astenia che invase il maestro cubano, nell’attesa di una rivincita per il titolo mondiale contro il suo più grande nemico, il russo Aleksandr Aljechin. La partita. Una rivincita che diventa un pensiero fisso e che assume il sapore della vendetta: l’annientamento e l’umiliazione del rivale con il suo gioco “ Il tempo e la posizione. Per lui questi erano gli elementi primordiali, il fuoco e l’acqua, la terra e l’aria degli scacchi. Impiegare il minor tempo possibile per sviluppare i pezzi e guadagnare una posizione vantaggiosa” (pag.110).
L’originalità del plot è tutta nella descrizione della partita che Josè Raul Capablanca sta giocando con un americano, il cui esito è vincolante per ritrovarsi di fronte l’odiato russo. L’incontro diventa solo una cornice al vero obiettivo. Capablanca gioca, ma il pensiero è rivolto completamente ad Aljechin, alla loro storia passata; una donna, una scommessa, una finta amicizia, una partita sbagliata. Ma, anche alla storia presente: Aljechin ripudia la sua patria e si schiera apertamente per il partito nazista. Parigi diventa la sua città.
Una scrittura suggestiva quella di Stassi, che con persistenti dissolvenze narrative, riesce a tenere il lettore sul filo del rasoio. Inevitabile, in un racconto “pressoché” biografico, che si ritrovino, quasi imposti, episodi della vita passata del protagonista. L’obiettivo primario di Stassi, è quello di focalizzare, ansie, paure, esecrazioni e in particolar modo, le fallaci speranze dello scacchista cubano di poter riaffrontare Aljchin. Stassi, sa mettere bene su carta un anello di congiunzione di non poco conto: la costante agitazione in Capablanca di rivivere la stessa situazione del maestro Morphy, un genio della scacchiera, al quale non fu mai data la possibilità di una rivincita e che finì i suoi giorni in un sanatorio. L’autore, infine, concede un finale avvincente e inaspettato, ben diverso da quello che richiede il gioco degli scacchi: “Il finale. Questo è un gioco che si impara dal finale. Se non sai come stringere la presa e portare avanti la tua azione sino all’ultima inchiodatura, in modo sicuro e logico, legnoso, non vale la pena sedersi al tavolo” (pag.190).