Rassegna Stampa

di Mario Vetrone Whipart 12 marzo 2009

Nell'ormai diffuso "Memorandum 1993-2008: narrativa, sguardo obliquo, ritorno al futuro" in New Italian Epic di Wu Ming 1, a proposito di certa nuova narrativa italica ("la nebulosa"), troviamo in nota: "Da questa definizione [epico] è nato però un equivoco, quello di una presunta dichiarazione di guerra all'introspezione, all'autofiction [...]. L'autofiction è elemento fondamentale di opere di Genna come Dies irae e Medium...". L'autofiction è introspezione, ma anche "epica"; dà luogo sul piano ideativo a un'osmosi tra dimensione reale, autobiografia, purissima invenzione; è narrazione che sventra i canoni del romanzo e le sue rigide tipologie. Giuseppe Genna, scrittore milanese - anche noto per i suoi interventi su cultura e società (v. Carmilla online) -, dopo Hitler (Mondadori, 2008) e relativi riconoscimenti, ci offre un piccolo saggio di nuova epica italica con Italia De Profundis, edito nel 2008 da una casa editrice come la Minimum Fax che ha un certo occhio per un tipo di letteratura che alcuni si ostinano a far rientrare nella fumosa macrocategoria della post-modernismo. Italia De Profundis è un non-romanzo, o lo è con molti punti interrogativi. Tale affermazione non vuole però diminuirne la dignità letteraria, che invece è enorme. La quarta di coperta recita laconicamente: "Un paese che ho disimparato ad amare". Questo paese è il nostro, naturalmente. Tuttavia nel capitolo finale, quello che segna un po' l'apoteosi di corrosione del mito nazionalpopolare della vacanza - che assurge a grande metafora –, leggiamo: "Sono nello spazio templare dove si recita senza saperlo il De Profundis italiano. Il De Profundis per me". Se, infatti, nel calderone terrificante di un villaggio vacanze di Cefalù lo scrittore è poco più che scorato testimone della rovina psichica e sociale dell'Italia odierna, altrove, nelle precedenti pagine egli appare anche prostrato protagonista del quotidiano dramma personale e collettivo. In modo meno allegorico rispetto al precedente romanzo, qui lo scrittore (che ama definirsi fantozzianamente "miserabile"), non gioca dietro il paravento altisonante del nome del dittatore che incarna il male assoluto; piuttosto mette il suo corpo al servizio di questo viaggio nel grottesco e nella tragedia vera e propria. La morte del padre, ad esempio, la fine di una insondabile inossidabile memoria storica; ma anche il prestarsi al gioco sessuale perverso, all'esperienza dell'eroina, e infine - centrando un tema attualissimo - facendosi materialmente esecutore delle ultime volontà biologiche di un uomo immobilizzato in uno stato che appare una condanna dantesca. Dunque, tutto si mescola: il pensiero pasoliniano della regressione antropologica e l'omologazione capitalistica è un fuoco originario, nemmeno velato - e una vaga genealogia in questo senso che risalirebbe al "poeta gobbo" –; l'uomo del sottosuolo che si libera in un flusso introspettivo generante una narrazione ipertrofica; le periferie, la nevrosi e gli andirivieni di una presenza femminile; l'editoria e un piccolo saggio sul cinema e su quel mondo dorato (location: Mostra d'Arte cinematografica di Venezia, in giuria) dove la solitudine del satiro è rischiarata dal magico incontro con un Davide Lynch irraggiungibile icona (è l'anno di INLAND EMPIRE)... Non solo. Sul piano stilistico potremmo chiamare in causa Willliam Burroughs. Ma sa di ripetizione: altre considerazioni appaiono, in questa sede, superflue; eventuali citazioni, inutili. Da leggere.