Rassegna Stampa

di Il Foglio 03 novembre 2003

Si può cristianizzare il Pinocchio figlio del massone Carlo Collodi e religiosizzare il suo cammino iniziatico. Si può fare del saggio di Gandalf, tra i protagonisti del Signore degli anelli di John Ronald Reuel Tolkien, una sorta di Baldur von Schirach, leader della gioventù hitleriana. Di simili intrusioni politiche, il bosco del Parnaso è pieno. Volente, o più spesso nolente, l'autore, costretto a vedere i propri personaggi partire per la tangente nell'immaginario collettivo. E così, l'operona del mite filologo di Oxford e il suo complesso mondo fantastico (trilogia a parte, c'è un'orgia di racconti e romanzi variamente collegati alla Terra di Mezzo, dall'artistico "Silmarillion" allo "Hobbit") diviene volta in volta un manifesto ecologista, come negli Usa, oppure una sorta di succedaneo del già troppo nazisticamente sputtanato Richard Wagner e del suo Anello del Nibelungo. In salsa italiota, beninteso, perchè è nel Belpaese, a partire dagli anni Settanta che si assiste alla "sistematica appropriazione dell'universo tolkieniano da parte di partiti e movimenti di destra ed estrema destra, che hanno fatto del Signore degli anelli un serbatoiio di simboli, iconografie, persino slogan".Come non ricordare "radici profonde non gelano", motto dei primi campi Hobbit" , l'alternativa missina agli happening dell'ultrasinistra? Neppure i nomi dei personaggi vengono risparmiati. Eowyn, nella trilogia la fanciulla guerriera nipote di re Théoden, è il titolo scelto per una rivista missina degli anni Settanta dedicata alla questione femminile. Punto di congiunzione tra Tolkien e destra paganeggiante, il lavorio dei "tradizionalisti". Seguaci di René Guénon e del barone Julius Evola, pronti ad arruolare tra i propri maggiori addirittura Mircea Eliade (che peraltro, sui voli pindarici di Evola, si mostrò sempre molto cauto), sospirosi sognatori "di un bisogno spirituale di archetipi e miti collettivi", da rintracciare esotericamente in civiltà scomparse , nei pitagorici o nella saggezza indù, magari in un medioevo cristiano e celtico, portatore di valori etici abbattuti dall'orrenda modernità.

Ad arruolare Tolkien nella banda, l'introduzione di Elemire Zolla alla prima edizione italiana per Adelphi. un vero cult per gli appassionati, eretta a interpretazione autentica del pensiero del filologo. Peccato il suo prezzo sia stata l'espunzione della prefazione di J.R.R. , di segno piuttosto diverso. Certo, Tolkien ce l'aveva con la bruttezza del moderno e delle macchine, colpevoli di aver deturpato la verde Inghilterra. Ma on per questo vagheggiava una mitica età dell'oro, visto che, cattolicissimo, riteneva il mondo, al peccato riginale, una fetenzia. Piuttosto, non sis tancava di elogiare e difendere la libertà creativa dell'artisyta (e nulla meglio del mondo fantasy , seppure costruito con una precisione maniacale) e il diritto sacrosanto del lettore all'evasione.

Lucio Del Corso e Paolo Pecere compiono una magistrale demolizione di tutto il posticcio appiccicato al Signore degli anelli, recenti "bardi padani" compresi. Magari con qualche compiacimento sinistrorso di troppo, comprensibile vista la goleada inflitta all'avversario. I due giovani studiosi illuminano le caratteristiche del fantasy, spiegano le tesi tradizionaliste (considerevole la bibliografia, siti internet compresi). Sondano la poetica di Tolkien, compiono una sistematica analisi testuale, restituiscono all'opera la sua complessità e la sua bellezza letteraria. Quanto alle vagheggiate età dell'oro, in fondo, l'ideale di J.R.R. non è che "il sogno Hobbit di una pacifica vita di campagna scandita da banchetti e fumate di pipa, che non nasce dall'idea articolata di un modello politico, ma piuttosto dal ricordo degli amati paesaggi di campagna del Worcheshire".