Rassegna Stampa

di Irene Bignardi La Repubblica 24 gennaio 2002

Finito l'ingorgo natalizio, può essere salutare rileggere un classico moderno, e riscoprire, a distanza di venti anni giusti dalla prima apparizione, che le belle cose, come diceva il poeta, sono una gioia per sempre. Magari una gioia amarognola, un contatto con noi stessi inquietante più che tranquillizzante, un narrare disturbante che lascia disagio e a volte pena. Ma autentico e profondo. E' bello e tragico scoprire quanta intuizione, quanta capacità di analisi ci sia dietro le parole secche, tagliate "fino al midollo" di un autore che con poche opere ha lasciato il segno nella letteratura della fine del secolo scorso.
Benvenuta dunque la riedizione di Di cosa parliamo quando parliamo d'amore di Raymond Carver (minimum fax, pagg. 151, lire 22.000, euro 11,36, traduzione di Riccardo Duranti). Una raccolta che ci riporta il Carver più classico e intenso, le sue piccole grandi storie ritagliate nel fluire del tempo con un bisturi narrativo che le rende più dure e più secche, i racconti che il grande scrittore dalla vita infelice scriveva, come sappiano da lui, «un'ora qui un'ora lì, sul tavolo di cucina, in garage, o addirittura nell'automobile parcheggiata quando i figli prendevano il sopravvento e la confusione era troppa» e questa descrizione spiega forse anche la ragione per cui Carver, a parte alcune poesie, ha sempre lavorato sul tempo breve della forma racconto, l'unica che il suo tempo continuamente interrotto gli concedeva di affrontare.
Tornano, attraverso queste pagine, i buoni borghesi capaci di fare merenda accanto a un cadavere fortuitamente ritrovato, il pasticcere che ha un torta da consegnare per il compleanno di un bambino e perseguita di telefonate i genitori affranti che lo hanno appena perduto, i signori bene che per noia, indifferenza, provocazione si trasformano in stupratori e assassini. E poi l'amore, che cos'è l'amore, le storie che si intrecciano tra quattro amici su cosa sia l'amore, e l'invidia di tutti quando qualcuno racconta una vera storia d'amore: quello tra due vecchi feriti coniugi feriti e malconci in un incidente che hanno bisogno l'uno dell'altro per guarire.
Rileggendo questi racconti ci si rende conto anche di come fosse sbagliata l'etichetta "minimalista" appiccicata a Carver (e da lui sempre rifiutata), e di quanto questa prosa secca e disadorna, questo modo di incorniciare le storie (in medias res per cominciare, e poi recisamente tagliate o lasciate a uno strano sospeso finale), questa destrutturazione della forma classica del racconto abbiano modellato la scrittura degli ultimi anni, da Tobias Wolff ad Alice Munro. Nella terza di copertina Jay Mc Inerney parla di questa influenza: è un peccato che proprio lui non ne abbia abbastanza tenuto conto.