Rassegna Stampa

di Francesco De Core Il Mattino di napoli 24 marzo 2004

Una volta c’era Pier Vittorio Tondelli, che, in un clima culturale ostile a tutto ciò che vagamente somigliasse al romanzo o al racconto, si prese la briga di andare a scoprire nuovi talenti, confluiti nell’antologia "Under 25". Giovani che sapessero - a modo loro - raccontare il tempo presente. Da allora (1986), e sulla scorta di quella esperienza che aveva un senso e una ragione, molte sono state le iniziative simili - e "Italiana", la raccolta mondadoriana del ’91 curata da Franchini e Parazzoli, è forse il riferimento più prestigioso - ma spesso con poco senso e scarsa ragione. Negli ultimi anni, poi, fatte salve rare eccezioni ("Luna nuova" di Fofi), si sono inseguiti cannibali e disertori, intemperanti e ragazzine con la spazzola: talvolta il tritacarne antologico sterilizza e omologa i sapori letterari, più che esaltarli. Al fondo, resta quel retrogusto amarognolo di una contemporaneità descritta a tavolino e influenzata dal marketing editoriale. Forse è per questo che Nicola Lagioia e Christian Raimo hanno avvertito l’esigenza di chiarire preventivamente le idee al lettore presentando "La qualità dell’aria" (minimum fax, 364 pagine, 13 euro), volume nel quale venti scrittori raccontano il loro tempo con lo sguardo della loro età (sotto i quaranta). Per assecondare la (giusta) ambizione di costruire qualcosa che rispecchiasse quanto di buono e di vero esiste al di là di ogni invertebrato circuito che si sviluppi tra costanzoshow e grandefratello, Lagioia e Raimo hanno mostrato i muscoli nel corpo a corpo con gli scrittori, in un confronto serrato dove la lingua batte «sullo stesso doloroso e fondamentale nucleo di fusione: il nostro tempo sulla nostra pelle». Dunque, torna a galleggiare sul mare indistinto della realtà letteraria una parola, impegno, desueta se non proprio abbandonata da generazioni. Dell’ombelico degli scrittori, dei loro traumi infantili o degli amori che impregnano pagine di inutili diari, non c’è traccia. C’è traccia, invece, dell’esistente così com’è, come lo abbiamo ereditato e lo percorriamo tra incubi quotidiani, muri crollati, segni di eventi passati (gli anni di piombo, il caso Moro, la P2), rampantismi finiti a colpi di monetine e processi, fabbriche chiuse. Spesso, semmai, c’è un eccesso di pienezza: ma è secondaria annotazione, rispetto al vuoto di tanta carta depositata inopinatamente in libreria. Lagioia e Raimo, autori (talentuosi) della scuderia di minimum fax, si sono cimentati anche loro accanto a scrittori già noti: Covacich, Trevi, Stancanelli. Tra gli altri, vale la pena di citare Antonio Pascale, Valeria Parrella e Leonardo Pica Ciamarra (ovvero la pattuglia campana completata da Andrea Piva, salernitano, sceneggiatore del film "Lacapagira"). Pascale firma uno dei racconti più belli, "Io sarò Stato", dove il rapporto con l’istituzione si consuma da una giovanile svogliata militanza in Democrazia proletaria al lavoro fisso in uno dei tanti moloch ministeriali. La Parrella ci porta con "Verissimo" nell’universo autoreferenziale delle supplenti che aspirano ad entrare in ruolo: nelle nebbiose lande del Bergamasco l’unica trasgressione è cospargere di letame i giardini dei vip rintanati nelle loro ville. Pica Ciamarra, infine, ci ricorda quanto la precarietà di un’esistenza individuale - che si esplica attraverso la noiosa confessione di un compagno di scuola - possa riverberarsi in un quadro di precarietà collettiva e pericolo incombente (quello terroristico nell’aeroporto londinese di Gatwick, dove sono attivati sofisticatissimi sistemi di sicurezza).