C’è un qualche tipo di mistero dietro i 14 racconti che compongono
Ritorna, dottor Caligari?
Ci potrebbe essere, ad esempio, il mistero del significato di postmoderno
che all’autore, Donald Barthelme, viene “tradizionalmente” accostato. Il mistero
di una scrittura grafica dove le singole frasi diventano ideogrammi, il cui
senso è interno più che scaturire dalla giustapposizione con il resto. Il
mistero di uno sperimentalismo narrativo che, a quasi quarant’anni dalla loro
pubblicazione, avvenuta nel 1964, fa di questi brevi racconti alcune delle
pagine più lette, imitate, studiate dalle attuali generazioni di scrittori
americani.
Ciò che colpisce di più leggendo l’opera prima di un autore innamorato tanto
delle parole, quanto della citazione (alta o bassa che sia) è la struttura
assolutamente spiazzante della sua narrazione, l’impossibilità di ricondurre
l’apparente pastiche in cui accompagna per mano l’affaticato lettore ad un
genere – o meglio una modalità – riconoscibile ed indicabile.
Tra pianoforti assassini e prosciutti ormai morti (protagonisti del fulminante
La pianista), figli adottivi donati dalle banche impegnati a fabbricare
bombe per spaventare i genitori (Me lo dici? – ma cosa?), voli
supersonici che dalla considerazione di un oggetto come il forcipe arrivano a
parlare di Vogue e della calcotipia (Il ballo dell’Opera di Vienna),
Barthelme costruisce una struttura che oseremmo definire ipertestuale, senza
dare al testo stesso la possibilità di esplorare le pagine cui si collega.
Eppure siamo anche di fronte a qualcosa che a più livelli potrebbe essere
considerato descrittivo, capace di fornire un’immagine oltremodo precisa di
situazioni, stati d’animo, personalità, grazie ad una sola rapidissima
pennellata.
Mauro Pascolat ha fatto notare che in Barthelme: “Sono evidenti le
corrispondenze fra arte visiva e scrittura: la lingua è un oggetto contenuto in
un quadro descrittivo, una rinuncia alla conoscenza nella misura in cui (su
imprescindibile legazione di Wittgenstein) la nominazione è unicamente un
surrogato dell'oggetto nominato, non vi è messaggio se non quello che indica la
realtà senza la sua ri-rappresentazione da un punto di vista onnisciente. L'arte
stessa, dunque, è l'oggetto - come indica a sua volta la pop-art.”
Questa centralità dell' "oggetto-parola" o del gruppo di parole legate
sintatticamente assume una forza narrativa ironica ed esplicita soprattutto nel
racconto La grande trasmissione del 1938, dove il protagonista Bloomsbury
(cognome rigorosamente in B, ad accennare distrattamente una qualche velleità
autobiografica), proprietario di una stazione radiofonica, trasmette
quotidianamente la reiterazione di una sola parola per circa un quarto d’ora.
Una parola scelta in base all’interesse del protagonista per una sua non meglio
specificata peculiarità, cui forse, accenna l’autore, qualche ascoltatore
potrebbe accostare significati finora inediti, magari legati unicamente al
suono. Appare dunque scoperta una delle operazioni linguistiche di Barthelme,
peraltro da lui stesso accennata nel Symposium on Fiction del 1976, dove
ipotizzò il “montaggio” dei due termini naftalina e vagina per
vedere se potevano significare qualcosa di nuovo.
Ma nel suddetto racconto c’è di più. C’è il tema del riconoscimento. C’è un
romanticismo talmente esasperato da risultare dissacrante. E c’è un’altra
reiterazione: quella dell’inno nazionale, che Bloomsbury trasmette quasi senza
sosta, così come Warhol accostava più riproduzioni di Marilyn o della zuppa
Campbell.
Certamente la società americana dei primi anni Sessanta – comprese le sue
manifestazioni artistiche – è ben presente in Berthelme, che però non indugia
mai nella critica sociale, né tantomeno nella denuncia. I protagonisti surreali
descritti in Ritorna, dottor Caligari, non stanno “tra” le righe, ma
“nelle” righe, come ebbe modo di dire lo stesso autore. Ciò significa che i
diversi rimandi su cui il sincopato stream of consciousness dei racconti si
struttura – ondeggiando tra la prima e la terza persona, buttando qua e là
informazioni assolutamente irrelate, ammiccando al lettore, inserendo pensieri
non si sa di chi – non indicano la Realtà, ma la sua rappresentazione. Questa
sorta di corto circuito, però, non impedisce a Barthelme di descrivere
efficacemente ciò che ha intenzione di raccontare: l’uomo contemporaneo, il
contesto in cui vive, la sua capacità di comunicare, luci ed ombre del vivere
borghese. Con ironia, certo, ma anche con tristezza. Viene da pensare a Magritte,
alla sua rappresentazione visiva e realistica di una pipa accompagnata dalla
scritta “questa non è una pipa”: in Barthelme l’oggetto cui le parole si
riferiscono sono ben lontani da un puntuale referente concreto, eppure lo stesso
oggetto è proprio lì, davanti a noi, nelle righe, pronto ad emozionarci.
E, dunque, in che modo descrivere la letteratura di Barthelme se non come
“un’esperienza”? Anche perché, come asserisce con fermezza lo scrittore
Baskerville nel primo racconto della raccolta (Florence Green ha ottantun
anni) “lo scopo della letteratura è la creazione di uno strano oggetto
coperto di pelo che vi spezza il cuore”.
Uno strano oggetto misterioso.