Rassegna Stampa

di Maria Agostinelli RaiLibro 29 ottobre 2003

C’è un qualche tipo di mistero dietro i 14 racconti che compongono Ritorna, dottor Caligari?
Ci potrebbe essere, ad esempio, il mistero del significato di postmoderno che all’autore, Donald Barthelme, viene “tradizionalmente” accostato. Il mistero di una scrittura grafica dove le singole frasi diventano ideogrammi, il cui senso è interno più che scaturire dalla giustapposizione con il resto. Il mistero di uno sperimentalismo narrativo che, a quasi quarant’anni dalla loro pubblicazione, avvenuta nel 1964, fa di questi brevi racconti alcune delle pagine più lette, imitate, studiate dalle attuali generazioni di scrittori americani.
Ciò che colpisce di più leggendo l’opera prima di un autore innamorato tanto delle parole, quanto della citazione (alta o bassa che sia) è la struttura assolutamente spiazzante della sua narrazione, l’impossibilità di ricondurre l’apparente pastiche in cui accompagna per mano l’affaticato lettore ad un genere – o meglio una modalità – riconoscibile ed indicabile.
Tra pianoforti assassini e prosciutti ormai morti (protagonisti del fulminante La pianista), figli adottivi donati dalle banche impegnati a fabbricare bombe per spaventare i genitori (Me lo dici? – ma cosa?), voli supersonici che dalla considerazione di un oggetto come il forcipe arrivano a parlare di Vogue e della calcotipia (Il ballo dell’Opera di Vienna), Barthelme costruisce una struttura che oseremmo definire ipertestuale, senza dare al testo stesso la possibilità di esplorare le pagine cui si collega. Eppure siamo anche di fronte a qualcosa che a più livelli potrebbe essere considerato descrittivo, capace di fornire un’immagine oltremodo precisa di situazioni, stati d’animo, personalità, grazie ad una sola rapidissima pennellata.

Mauro Pascolat ha fatto notare che in Barthelme: “Sono evidenti le corrispondenze fra arte visiva e scrittura: la lingua è un oggetto contenuto in un quadro descrittivo, una rinuncia alla conoscenza nella misura in cui (su imprescindibile legazione di Wittgenstein) la nominazione è unicamente un surrogato dell'oggetto nominato, non vi è messaggio se non quello che indica la realtà senza la sua ri-rappresentazione da un punto di vista onnisciente. L'arte stessa, dunque, è l'oggetto - come indica a sua volta la pop-art.”
Questa centralità dell' "oggetto-parola" o del gruppo di parole legate sintatticamente assume una forza narrativa ironica ed esplicita soprattutto nel racconto La grande trasmissione del 1938, dove il protagonista Bloomsbury (cognome rigorosamente in B, ad accennare distrattamente una qualche velleità autobiografica), proprietario di una stazione radiofonica, trasmette quotidianamente la reiterazione di una sola parola per circa un quarto d’ora. Una parola scelta in base all’interesse del protagonista per una sua non meglio specificata peculiarità, cui forse, accenna l’autore, qualche ascoltatore potrebbe accostare significati finora inediti, magari legati unicamente al suono. Appare dunque scoperta una delle operazioni linguistiche di Barthelme, peraltro da lui stesso accennata nel Symposium on Fiction del 1976, dove ipotizzò il “montaggio” dei due termini naftalina e vagina per vedere se potevano significare qualcosa di nuovo.
Ma nel suddetto racconto c’è di più. C’è il tema del riconoscimento. C’è un romanticismo talmente esasperato da risultare dissacrante. E c’è un’altra reiterazione: quella dell’inno nazionale, che Bloomsbury trasmette quasi senza sosta, così come Warhol accostava più riproduzioni di Marilyn o della zuppa Campbell.

Certamente la società americana dei primi anni Sessanta – comprese le sue manifestazioni artistiche – è ben presente in Berthelme, che però non indugia mai nella critica sociale, né tantomeno nella denuncia. I protagonisti surreali descritti in Ritorna, dottor Caligari, non stanno “tra” le righe, ma “nelle” righe, come ebbe modo di dire lo stesso autore. Ciò significa che i diversi rimandi su cui il sincopato stream of consciousness dei racconti si struttura – ondeggiando tra la prima e la terza persona, buttando qua e là informazioni assolutamente irrelate, ammiccando al lettore, inserendo pensieri non si sa di chi – non indicano la Realtà, ma la sua rappresentazione. Questa sorta di corto circuito, però, non impedisce a Barthelme di descrivere efficacemente ciò che ha intenzione di raccontare: l’uomo contemporaneo, il contesto in cui vive, la sua capacità di comunicare, luci ed ombre del vivere borghese. Con ironia, certo, ma anche con tristezza. Viene da pensare a Magritte, alla sua rappresentazione visiva e realistica di una pipa accompagnata dalla scritta “questa non è una pipa”: in Barthelme l’oggetto cui le parole si riferiscono sono ben lontani da un puntuale referente concreto, eppure lo stesso oggetto è proprio lì, davanti a noi, nelle righe, pronto ad emozionarci.
E, dunque, in che modo descrivere la letteratura di Barthelme se non come “un’esperienza”? Anche perché, come asserisce con fermezza lo scrittore Baskerville nel primo racconto della raccolta (Florence Green ha ottantun anni) “lo scopo della letteratura è la creazione di uno strano oggetto coperto di pelo che vi spezza il cuore”.
Uno strano oggetto misterioso.