Rassegna Stampa

di Daniela Basso RaiLibro.it 10 febbraio 2005

Attraverso le pagine di un libro è possibile ripercorrere l’amicizia che legava due scrittori e i loro dialoghi nei caffè di una Roma oramai lontana. "Passavamo spesso le sere di quegli anni Sessanta a chiacchierare nei caffè. Come mi piaceva la sua cadenza veneta! Era una musichetta ironica nascosta dentro tutto quel che diceva, e io ne ero sedotto". Sono sere in cui emerge la figura tenera e acuta di Parise, avvolta in un’aria da "rabdomante", da "ipnotizzatore", che racconta storie dai particolari inconcepibili per l’amico napoletano: "alla fine il fatto che fosse tutto vero o tutto inventato era solo una questione secondaria, irrilevante."
Caro Goffredo è la storia di un amicizia tra due uomini apparentemente diversi e lontani. Un collage di ricordi da cui emergono i lati nascosti di Parise, le sue bizzarrie, i tic, che vengono considerati dallo scrittore napoletano parte essenziale e preziosa della sua arte e un'eredità ricca di nostalgia. La complicità esistente tra i due è profonda: è un distogliersi da "un'eccessiva razionalizzazione in arte, cioè di un difetto di poesia" e un tenersi lontano, appartati, dalle idee correnti del tempo.
Parise, negli anni Sessanta, infatti, si tiene lontano dalla letteratura come "impegno", come passione e ideologia, parlando e scrivendo e soprattutto viaggiando in Vietnam, Cina, Giappone. Mentre altri nello stesso periodo interpretavano questi paesi attraverso una lente ideologica e politica, sono solo la curiosità e le domande continue che agiscono in Parise, e che rendono unici libri come Cara Cina eL’eleganza è frigida, a farla da padrone.
Questi scritti commemorativi di La Capria, composti in tempi diversi, descrivono la figura di Parise e riflettono sulla sua opera con profondità e malinconia; in modo particolare, sul primo romanzo di Parise – Il ragazzo morto e le comete – e sull’opera considerata il suo capolavoro: I Sillabari, opera incompiuta, come scrisse lo stesso autore nell’avvertenza ai lettori. Alla lettera S, nonostante i programmi, la poesia lo aveva abbandonato e aveva dovuto fermarsi; quella poesia che spesso aveva paragonato a una "farfalla senza eredi e capricciosa, si posa dove e quando vuole lei". La Capria riconosce in questa rinuncia un ulteriore segno dell’arte di Parise "e anche questa rinuncia, questa dichiarazione di cessazione dello stato di grazia, io trovo sia un fatto poetico, assume la candida importanza e il senso di sfida involontaria a tutta una letteratura più costruita che ispirata, come spesso è la letteratura contemporanea italiana, e non solo italiana".
Goffredo Parise venne definito "l’ultimo grande scrittore vitalista italiano": mood, la parola da lui usata per intendere uno stato di grazia, lo slancio e il ritmo vitale ("In the mood" era il titolo di unboogie nel dopoguerra). "L’armonia col sentimento del proprio tempo", ci parla di lui. È lo stesso Parise a descrivere questo "stato d’animo" in una lettera ad Omaira Rorato: "Vedi, per scrivere, per esprimersi, per trovare lo stile senza difficoltà come si trovano le note in un pianoforte è necessario trovarsi in quel particolare stato d’animo non facile da descrivere, che non è necessariamente felice, ma non può e non deve essere assolutamente infelice. Deve essere una specie di limbo di lieve e diffusa esaltazione, in cui nello stesso tempo ti piace la vita e ne hai nostalgia".
Alla fine del libro sono pubblicate due lettere di Goffredo Parise a Raffaele La Capria, chiamato "Duddù"; un breve estratto ne riporta tutta l’intensa e vibrante esistenza e il rapporto intimo con l’amico.

Mio caro Duddù,
la mia vita comincia prima dell’alba, è molto felice all’aurora e rimane felice per tutto il giorno e parte della notte, fino a che vengo svegliato da cattivi pensieri; ma poi è l’alba e di nuovo la vita felice. So di poterti dire queste cose perché mi hai sempre dato ciò che cercavo dagli uomini e dall’arte. Tu mi hai dato i sentimenti e ora voglio bene e ricordo solo quelle persone che hanno il cuore, altre che non hanno il cuore (e tu sai benissimo a chi mi riferisco delle due categorie) le ho dimenticate e le ricordo con irritazione e pietà insieme. Vado molto a caccia, in valle e altrove, sempre solo. Ho nostalgia di quelle persone col cuore, soprattutto di Giosetta.
[…]
Sono incatenato a questo posto, amo tutto, la legna che butto sul fuoco, la brina nella boscaglia del Piave, e quel mistero, quella magia di cui mi sento investito, onorato e riconosciuto (da te) non è mia ma mi viene trapassata da tutto questo. Che bella lettera mi hai scritto, che onore mi fai. Quelli che mi vogliono bene persino a me come a una persona morta che però è viva e felicissima, tra i giorni che passano come il vento, che ha cambiato vita e non sa né come né perché. Ora parto Duddù, vieni con me, copriti bene, Aurora porta un vento gelato dalle montagne serene e rosee coperte di neve, che increspa la laguna e muta maree.
A quell’ora passano alti, fuori tiro, i primi germani a stormo perfetto, aerei dalle ali fischianti.
Vieni con me Duddù, vieni che ti porto via.
Goffredo

PS Scrivi del tuo doloroso capire tutte le cose.