Leggere questo piccolo libro di Henry Miller in cui sono raccolti i brani
(tratti dalle sue opere) riguardanti l'arte dello scrittura, è un'esperienza
deliziosa: o forse una tortura deliziosa come è (è stata) per lui
l'esperienza dello scrivere. Deliziosa perché sentiamo di entrare nelle pagine
di un grande scrittore, che ha rotto ogni limite in grado di opporsi alla forza
della fantasia e del sogno; tortura perché aggirarsi in pagine cos'ì magmatiche
e incandescenti, che l'autore scrive non per affermare e dire, ma per cercarsi
già sapendo che non si sarebbe mai trovato, è un'impresa sì, esaltante ma ardua,
che i costringe allo sforzo di mettere ordine in quelle pagine. Per fortuna che
Miller non ci sente! Miller che scrive «Il mondo
non deve essere ordinato; il mondo è ordine incarnato. Spetta a noi metterci
all'unisono con quest'ordine, sapere che cos'è l'ordine del mondo distinto dalle
forme ottimistiche e velleitarie di ordine che cerchiamo di imporci a vicenda».
E dunque (e allora) un primo punto: la realtà per Miller, come per tutti
i grandi scrittori moderni, non è la sua faccia superficiale e ottimistica ma è
ciò che quella copre e nasconde. Che tuttavia per lui Miller (escluso che si
risolva in una affermazione puramente concettuale) è qualcosa di certamente più
concreto e vero della banalità dei fatti. «In maniera completamente
diversa dai romanzieri realistici e fedeli cronisti, io ho adoperato ampiamente
in tutti i miei scritti furibonde irruzioni nell'inconscio, sotto forma di
sogno, fantasie, parodie, giuochi di parola pantagruelici, e così via, che -
secondo molti critici - danno alla mia narrativa un aspetto caotico, eccentrico,
imbarazzante. Ma queste stravaganze, per così dire, hanno un grande
significato per me. E soprattutto, devo aggiungere, le esplosioni sessuali. Esse
rappresentano il mio tentativo, riuscito o no, di ritrarre l'uomo nella sua
completezza». Si sa (e siamo al secondo
punto) che Miller per la carica erotica che sprizza dai suoi romanzi e le
reiterate manifestazioni sessuali che vi appaiono fu accusato di oscenità e
sottoposto a più di un processo. Che esistesse o esista ancora la censura per le
opere dell'intelletto è una follia. Ma così è, e Miller ne soffrì più degli
altri vedendosi costretto a imbastire continue difese che se non furono
sufficienti a salvarlo da condanne e anatemi si offrono all'ammirazione per la
sottigliezza delle motivazioni e la fermezza dei propositi. «Quando
l'oscenità affiora nell'arte, e più particolarmente nella letteratura, di solito
ha la funzione di espediente tecnico; l'aspetto intenzionale non ha niente a che
vedere con l'eccitazione sessuale, come nella pornografia. Il suo scopo è quello
di risvegliare, di introdurre un senso di realtà. In un certo senso, il suo
impiego da parte dell'artista può essere paragonato all'impiego del miracoloso
da parte dei Maestri». E qui cade il terzo punto. Non è per nulla curioso questo
riferimento a Cristo e più in genere ai Maestri dello spirito: Miller ha un tale
rispetto-amore per la vita da investirla di qualcosa di sacro, vivendola come
una cosa ingiudicata e ingiudicabile, indifferente alle attese della speranza e
ai timori della delusione. «La speranza è una brutta cosa. Significa che non sei
quello che vorresti essere. Significa che una parte di te stesso è morta, se non
tutto te stesso.(...) È vero, i tempi
sono difficili, eternamente difficili - a meno che uno sia diventato immune,
sia diventato Dio. E dato che io non sono diventato Dio, bevo la vita fino
alla feccia, sempre». E qui non so se più conviene apprezzare la provocazione
ironica o la determinazione. Quarto punto. Ma perché e per chi scrive Miller?
Certo non scrive per cambiare il mondo, semmai per «alterare la mia visione del
mondo». Ma altro e è più illuminante e definitivo, confessa che scrive per
«tenere vivo il mondo» e, più oltre, rinnovando parole che abbiamo già letto in
Leopardi, afferma che scrive «per aumentare la vita».
Miller è decisamente un classico, nel senso di
autore capace di dire parole che segnano più che confini avanzati mete ultime.
Certo è stato perseguitato e osteggiato ma non ha voluto rinunciare alla
radicalità del suo progetto. Sa che «l'artista... deve essere originale,
coraggioso, ispiratore e così via ma mai troppo inquietante. Deve dire di sì
mentre dice di no. Più vasto è il pubblico di un'arte, più questa espressione
irrazionale diventa tirannica e perversa». E aggiunge, senza amarezza ma con una
punta di invidia, «esistono sempre delle eccezioni, (...), e Picasso è una di
queste, uno dei pochi artisti del nostro tempo capaci di ottenere tutto il
rispetto e l'attenzione di un pubblico sconcertato e per lo più ostile.
È il più grande tributo che si possa rendere al suo genio».
Non è stato così per lui che di ridotto consenso e di nessuna eccezione ha
goduto finché è stato in vita.