Rassegna Stampa

di Angelo Guglielmi TTL - La Stampa 10 novembre 2003

Leggere questo piccolo libro di Henry Miller in cui sono raccolti i brani (tratti dalle sue opere) riguardanti l'arte dello scrittura, è un'esperienza deliziosa: o forse una tortura deliziosa come è (è stata) per lui l'esperienza dello scrivere. Deliziosa perché sentiamo di entrare nelle pagine di un grande scrittore, che ha rotto ogni limite in grado di opporsi alla forza della fantasia e del sogno; tortura perché aggirarsi in pagine cos'ì magmatiche e incandescenti, che l'autore scrive non per affermare e dire, ma per cercarsi già sapendo che non si sarebbe mai trovato, è un'impresa sì, esaltante ma ardua, che i costringe allo sforzo di mettere ordine in quelle pagine. Per fortuna che Miller non ci sente! Miller che scrive «Il mondo non deve essere ordinato; il mondo è ordine incarnato. Spetta a noi metterci all'unisono con quest'ordine, sapere che cos'è l'ordine del mondo distinto dalle forme ottimistiche e velleitarie di ordine che cerchiamo di imporci a vicenda». E dunque (e allora) un primo punto: la realtà per Miller, come per tutti i grandi scrittori moderni, non è la sua faccia superficiale e ottimistica ma è ciò che quella copre e nasconde. Che tuttavia per lui Miller (escluso che si risolva in una affermazione puramente concettuale) è qualcosa di certamente più concreto e vero della banalità dei fatti. «In maniera completamente diversa dai romanzieri realistici e fedeli cronisti, io ho adoperato ampiamente in tutti i miei scritti furibonde irruzioni nell'inconscio, sotto forma di sogno, fantasie, parodie, giuochi di parola pantagruelici, e così via, che - secondo molti critici - danno alla mia narrativa un aspetto caotico, eccentrico, imbarazzante. Ma queste stravaganze, per così dire, hanno un grande significato per me. E soprattutto, devo aggiungere, le esplosioni sessuali. Esse rappresentano il mio tentativo, riuscito o no, di ritrarre l'uomo nella sua completezza». Si sa (e siamo al secondo punto) che Miller per la carica erotica che sprizza dai suoi romanzi e le reiterate manifestazioni sessuali che vi appaiono fu accusato di oscenità e sottoposto a più di un processo. Che esistesse o esista ancora la censura per le opere dell'intelletto è una follia. Ma così è, e Miller ne soffrì più degli altri vedendosi costretto a imbastire continue difese che se non furono sufficienti a salvarlo da condanne e anatemi si offrono all'ammirazione per la sottigliezza delle motivazioni e la fermezza dei propositi.  «Quando l'oscenità affiora nell'arte, e più particolarmente nella letteratura, di solito ha la funzione di espediente tecnico; l'aspetto intenzionale non ha niente a che vedere con l'eccitazione sessuale, come nella pornografia. Il suo scopo è quello di risvegliare, di introdurre un senso di realtà. In un certo senso, il suo impiego da parte dell'artista può essere paragonato all'impiego del miracoloso da parte dei Maestri». E qui cade il terzo punto. Non è per nulla curioso questo riferimento a Cristo e più in genere ai Maestri dello spirito: Miller ha un tale rispetto-amore per la vita da investirla di qualcosa di sacro, vivendola come una cosa ingiudicata e ingiudicabile, indifferente alle attese della speranza e ai timori della delusione. «La speranza è una brutta cosa. Significa che non sei quello che vorresti essere. Significa che una parte di te stesso è morta, se non tutto te stesso.(...) È  vero, i tempi sono difficili, eternamente difficili - a meno che uno sia diventato immune, sia diventato Dio. E dato che io non sono diventato Dio, bevo la vita fino alla feccia, sempre». E qui non so se più conviene apprezzare la provocazione ironica o la determinazione. Quarto punto. Ma perché e per chi scrive Miller? Certo non scrive per cambiare il mondo, semmai per «alterare la mia visione del mondo». Ma altro e è più illuminante e definitivo, confessa che scrive per «tenere vivo il mondo» e, più oltre, rinnovando parole che abbiamo già letto in Leopardi, afferma che scrive «per aumentare la vita».
Miller è decisamente un classico, nel senso di autore capace di dire parole che segnano più che confini avanzati mete ultime. Certo è stato perseguitato e osteggiato ma non ha voluto rinunciare alla radicalità del suo progetto. Sa che «l'artista... deve essere originale, coraggioso, ispiratore e così via ma mai troppo inquietante. Deve dire di sì mentre dice di no. Più vasto è il pubblico di un'arte, più questa espressione irrazionale diventa tirannica e perversa». E aggiunge, senza amarezza ma con una punta di invidia, «esistono sempre delle eccezioni, (...), e Picasso è una di queste, uno dei pochi artisti del nostro tempo capaci di ottenere tutto il rispetto e l'attenzione di un pubblico sconcertato e per lo più  ostile. È il più grande tributo che si possa rendere al suo genio». Non è stato così per lui che di ridotto consenso e di nessuna eccezione ha goduto finché è stato in vita.