La famosa «Granta» è finalmente arrivata in Italia, ma sotto
mentite spoglie. «Granta 81» Best of Young British Novelist 2003, che
ha tanto innervosito le case editrici e le riviste letterarie inglesi qualche mese
fa, è stata tradotta come New British Blend,
con la spiegazione del sottotitolo il
meglio della narrativa inglese e l’affabile, illuministica introduzione del
direttore Ian Jack (minimum fax, pp. 364, euro 14,00). Il fiume Granta stava
lì, in posizione nominale, a ispirare un gruppo di studenti di Cambridge da
quando nel 1889 fondarono la loro rivista di chiacchiere e politica
universitaria. Il nostro blend (miscela
di tè o caffè) non riconosce la
qualità prima di «Granta»: il coerente e severo criterio protestante che presiede alle sue raffinate scelte. Basta dare
uno sguardo alla sua storia. Nella storia infatti «Granta» crede più che in
ogni altra cosa, e raramente ospita poesie o scritti di teoria o di critica
letteraria. Poiché «Granta» la storia della letteratura inglese attuale la fa,
con l’aria di chi organizzi un derby. Già nella sua prima giovinezza – ma «Granta»
è sempre giovane – pubblicava Michael Frayn, Stenie Smith, Ted Huges, Sylvia
Plath.
Nel 1983 si ebbe l’idea geniale di fare un numero speciale
di racconti o capitoli di un romanzo in fieri di venti giovani scrittori sotto
i quaranta – twenty under forty – che fossero cittadini inglesi, e capaci «di
tenere il naso schiacciato contro la finestra, decisi a dare testimonianza del
mondo». In altri termini, a rappresentare «lo stato delle cose in Inghilterra»
in quella forma realistica che il romanzo inglese, con poche eccezioni, ha
avuto fin dal momento che uscì dalle mani di Defoe. Ai venti piazzati si
applica poi la «cura del cavallo», ossia li si abbandona a se stessi (ma fino a
che punto è vero?) e dieci anni dopo si sventoleranno i nomi di coloro che non
sono stati sommersi dall’oblio e di pubblico e di editori. Si vedrà se si era visto
giusto, se il giudizio di «Granta» è salvezza. La lista del 1983 fu
eccezionalmente azzeccata, e mi limito a ricordare Martin Mais, Ian McEwan,
Salman Rushdie. Quella del 1993 contava Kazuo Ishiguro, Ben Okri, Caryl Phillips,
Will Self, Jeanette Winterson. Non male. Nei numeri che intercorrono fra i
decennali, «Granta» invita gli scrittori che apprezza a raccogliersi attorno a
un tema concordato, che può essere il mare, la famiglia, Londra ecc. in forma
di memoirs, racconti,
fotogiornalismo. Come dire che, con qualche cautela, i temi dei Cultural
Studies possono essere dati in pasto anche alla Letteratura. Ogni volta
potrebbe venire fuori il pezzo lirico, impressionista o peggio surrealista, ma
Ian Jack ama l’azzardo, e in fin dei conti da giovane aveva curato, molto
accuratamente, un’edizione del Viaggio
sentimentale di Sterne. Le vie del romanzo realistico e quelle dell’antiromanzo
possono anche incrociarsi occasionalmente, per il piacere di entrambi. In
Italia da sempre c’è chi diffida della scrittura realistica, della sua implicita
possibilità a essere fino in fondo se stessa. Ma in Inghilterra la fede realistica
si innesta a una serie di doveri morali che sono anche linguistici: esserci e testimoniare,
quindi usare un linguaggio comune che eviti «il Sublime dei parrucchieri
Francesi» - come lasciò scritto Sterne proprio nel Viaggio – e il ritualismo magico dei papisti.
Intanto Ian Jack si pone una onesta domanda prima di
iniziare l’impresa per la terza volta (è necessario ancor oggi, quando ormai
fin troppi riflettori sono puntati sul giovane scrittore di talento?): «In
maniera lenta e confusa iniziai a capire che la pubblicità di cui oggi gli
autori sono spesso circondati rendeva la raccolta del “meglio” più necessaria anziché
meno». In realtà neanche i classici sono al sicuro dalle pressioni del
marketing: appena esce una nuova biografia sono riesumati dalla tomba e
sottoposti a campagne moralistiche che gettano al vento i poveri stracci della
loro vita sessuale. Sono vere e proprie esecuzioni pubbliche, in cui spicca per
il suo rabbioso zelo il Sunday Times
della domenica. Comunque, cinque probi
viri si assunsero il compito di fare la lista del 2003: Robert McCrum (Observer, ex direttore della Faber),
Nicholas Clee («Bookseller»), Alex Calrk (Sunday
Times e «London Review of Books» e New York Times), e ovviamente Ian Jack.
Sorvegliati con ironico zelo dal «Times Literary Supplement» - il Grande
Escluso dalla festa di famiglia. Facile immaginare il fitto incrocio di email
tra i componenti della giuria, le case editrici, gli autori e i sostenitori
vari. Hilary Mantel – di cui ho letto le straordinarie vicende della sua endometrite
fino a strane male anch’io – ha precisato: «Mi pare che un lettore debba
aspettarsi che un romanzo lo porti fuori dall’ambito ristretto delle sue
conoscenze e preoccupazioni. Le notizie dovrebbero venire da posti alieni o da
tempi lontani, fatti apparire reali e compiuti sulla pagina… Non solo i fatti necessitano
rigore: la finzione ne ha un bisogno estremo».
Dei venti dei giovani autori scelti, solo tre non sono ancora
noti in Italia: Rachel Cusk, Ho Davies e A.L. Kennedy. Quest’ultima è una scozzese
geniale, autrice già di tre romanzi e due raccolte di saggi, qui presente con «Stanza
356», esilarante, virtuosistico monologo di una madre di famiglia che ha dato
fuori di testa. Un vecchio amico, Robert McLiam Wilson – che ho già recensito
sulla «Talpa» per Eureka Street (Fazi
1999) – prepara un nuovo romanzo, The
Extremists, di cui si può leggere un capitolo, magicamente sospeso tra
realismo e mistero. Wilson è cattolico e abita a Belfast, protetto da un gatto
bianco e nero che questa volta si è metamorfosato nel personaggio principale,
il Vecchio redentore. Un altro che gioca con la morte e l’infanzia è Toby Litt,
«un New Puritan», prolifico e iper-intelligente. «La lepre» è un vibrante,
perfetto racconto di metamorfosi. Monica Ali è la vera novità: nata a Dacca (Bangladesh),
entrerà nella fitta, colorata schiera di romanzieri post-coloniali; Sarah
Waters, con le sue trepide storie di amore lesbico, volerà dritta al suo
scaffale; Zadie Smith, la più premiata della lista, ha il piglio sicuro del
romanziere onnipotente e competente, già serializzato in Channel 4. Giovane, di
pelle nera, attraente, può sembrare il prodotto pubblicitario giusto della
nuova Inghilterra multirazziale che con buona volontà si dedica al non facile
ritocco della propria identità. Un dono del cielo.
Infatti la lsita dei romanzieri di quest’anno dimostra la
segreta preoccupazione di rappresentare nella giusta proporzione le nuove
sfaccettature della società inglese, e i desideri dormienti. Ian Jack fa il
conto finale: 40% donne, 20% con un genitore non europeo, 15% scozzesi, 7,5%
gallesi, 5% irlandesi del Nord. L’aggiustatutto del romanzo realistico – che ti
intrattiene, ti informa e ti migliora va
incontro a qualche scetticismo anche in Inghilterra. Terry Eagleton si chiede: «Bene,
in ogni caso, che cosa c’è di così prezioso in un’arte che rappresenta la vita
così com’è?... Il realismo è inteso come risposta alla magia e al mistero, ma
ne può ben essere invece il primo esempio».