Rassegna Stampa

di Giuseppe Genna I Miserabili.com 02 dicembre 2003

Un'antologia formidabile: sette Premi Pulitzer, quattro Poeti Laureati (non nell'accezione montaliana - è un titolo d'onore in area anglosassone), praticamente la crème de la crème della versificazione di oltreoceano. La cura è del poeta americano (autoantologizzato) Mark Strand, in collaborazione con il traduttore Damiano Abeni. West of your cities offre un panorama vario: picchi e avvallamenti, spazi lacustri e folte selve, per rendere conto di una civiltà letteraria, l'americana contemporanea, che, come si comprende proprio da questa antologia, non dispone più di un centro e nemmeno di molti centri: bensì, soltanto, di un registro. Con un'eccezione antipatica ma clamorosa, che è Robert Pinsky.
"Dimostrare che la poesia americana è viva e vegeta": è questo l'intento di Mark Strand, come preannuncia nell'introduzione. Strand mantiene le promesse e aggiorna di venticinque anni gli archivi mentali dei letterati italiani, quelli che si sono fermati, al massimo, alle performance etiliche di John Ashbery a MilanoPoesia, nei primi anni Novanta. Il ritratto che Strand e Abeni forniscono della poetry scene statunitense è, a tutti gli effetti, un tableau vivent di impressionante variegatezza. Si va dalla fenomenologia corporea di Frank Bidart (che commistiona poesia e prosa, verso libero e incatenamento formale, con evidenti slittamenti verso il narrativo, per proporre, con sguardo che non si può filologicamente definire 'post-femminista', un diario esistenzialista e amoroso), allo splattering sociologico di Herbert White (che, certo, impressiona nel suo itinerario che culmina con la sedia elettrica), all'insopportabile Louise Gluck (da pronunciarsi 'Glick', ci tiene; di lei ricordo l'a tutti gli effetti memorabile Ararat, mentre mi ha sempre fatto schifo il suo gigioneggiare tra teologia e haikuistica pseudonipponica), ai versi lunghissimi di Jorie Graham (la poetessa americana che prediligo, l'unica capace di esplodere in sconcertanti visioni metafisically correct), all'indispensabile meditativo di Robert Hass (capace di sovvertire la logica modernista utilizzando i medesimi mezzi del modernismo), al controcanto elegiaco di John Koethe, all'irritante postmodernismo cerebralironico di Heather McHugh, al Padre Di Tutti Loro che è Charles Simic, alle variazioni interessanti di Mark Strand, al classicismo strutturale di James Tate, al narrativo inutile di Calvin Klein Williams, allo straordinario Libro Appalachiano dei Morti di Charles Wright (un apice del contemporaneo americano, a mio parere).
Notazione fuori elenco per chi è fuori classe: cioè Pinsky. La poesia di Robert Pinsky, il quale da par suo è un'acidissima primadonna, prescinde totalmente, come spesso capita, dalla natura fisiologica e caratteriale del poeta. La poesia di Pinsky è una straordinaria catabasi laica del profondo: fuori dall'ideologia di riporto del classico epico (tra l'altro non dev'essere facile per Pinsky, epico traduttore di Dante) ma anche dalla supponenza con cui il postfreudismo ha pensato comunque di essere una trivella metafisica. L'astoricismo storico di Pinsky è un atteggiamento cognitivo ed emotivo che ben rappresenta il presente americano: sorta di materialismo abissale, esso si difende con la forma (la base è classica, ma anzitutto di un classicimo europeo), e si attesta sul discrimine tra un prima (la scoperta dell'America: esiste la cultura) e un poi (torniamo al Dio severo e superegoico dei nostri papà millenaristi). In Pinsky c'è tutto : moderno e postmoderno, memoriale e futuribile, noto e ignoto.
Quest'impasse della totalità da dirsi è, come si sa, un sintomo inequivocabile di crisi. E' chiaro che Strand e Abeni compiono un lavoro che diventa imprescindibile per chi, in Italia, si dischiari amante e/o conoscitore della poesia. E tuttavia quel lavoro mette a nudo lo stato di sotterranea fragilità delle fondamenta di una civiltà erettasi su basi culturali ambigue, a cui non basta più l'acciaio forgiato da Whitman e nemmeno il limbo additato da Stevens per potersi permettere un meritato riposo: è evidente che tutto sta per crollare. Intendo: in Italia, di poeti così, ne abbiamo a quintali. Mi chiedo: ma se gli americani avessero un De Angelis, un Magrelli, un Viviani - cosa farebbero? Troverebbero un suplettivo alla laurea poetica?
Tra tentazione metafisica banalizzata (resa, per l'appunto, poetica) e laicismo narrativo (non è detto che sia necessariamente minimalista, però), si sta consumando la fioritura della crisi sulle labbra che pronunciano americano. Tra qualche anno, me l'attendo, si inizerà il dibattito sulla morte della poesia americana. Sono indietro, rispetto a noi: stanno vivendo i nostri Ottanta. Il che dimostra una volta di più che la Beat Generation non ha nulla a che fare con le nostre avanguardie poetiche: si situa molto molto prima dei vari Gruppi di casa nostra. Auguri, USA: benvenuti nell'epoca che la nostra letteratura sta abbandonando.