Un'antologia formidabile: sette Premi Pulitzer, quattro
Poeti Laureati (non nell'accezione montaliana - è un titolo d'onore in area
anglosassone), praticamente la crème de la crème della versificazione di
oltreoceano. La cura è del poeta americano (autoantologizzato) Mark Strand, in
collaborazione con il traduttore Damiano Abeni.
West of your cities offre
un panorama vario: picchi e avvallamenti, spazi lacustri e folte selve, per
rendere conto di una civiltà letteraria, l'americana contemporanea, che, come si
comprende proprio da questa antologia, non dispone più di un centro e nemmeno di
molti centri: bensì, soltanto, di un registro. Con un'eccezione antipatica ma
clamorosa, che è Robert Pinsky.
"Dimostrare che la poesia americana è viva e vegeta": è questo l'intento di Mark
Strand, come preannuncia nell'introduzione. Strand mantiene le promesse e
aggiorna di venticinque anni gli archivi mentali dei letterati italiani, quelli
che si sono fermati, al massimo, alle performance etiliche di John Ashbery a
MilanoPoesia, nei primi anni Novanta. Il ritratto che Strand e Abeni
forniscono della poetry scene statunitense è, a tutti gli effetti, un
tableau vivent di impressionante variegatezza. Si va dalla fenomenologia
corporea di Frank Bidart (che commistiona poesia e prosa, verso libero e
incatenamento formale, con evidenti slittamenti verso il narrativo, per
proporre, con sguardo che non si può filologicamente definire 'post-femminista',
un diario esistenzialista e amoroso), allo splattering sociologico di
Herbert White (che, certo, impressiona nel suo itinerario che culmina con la
sedia elettrica), all'insopportabile Louise Gluck (da pronunciarsi 'Glick', ci
tiene; di lei ricordo l'a tutti gli effetti memorabile Ararat, mentre mi
ha sempre fatto schifo il suo gigioneggiare tra teologia e haikuistica
pseudonipponica), ai versi lunghissimi di Jorie Graham (la poetessa americana
che prediligo, l'unica capace di esplodere in sconcertanti visioni
metafisically correct), all'indispensabile meditativo di Robert Hass (capace
di sovvertire la logica modernista utilizzando i medesimi mezzi del modernismo),
al controcanto elegiaco di John Koethe, all'irritante postmodernismo
cerebralironico di Heather McHugh, al Padre Di Tutti Loro che è Charles Simic,
alle variazioni interessanti di Mark Strand, al classicismo strutturale di James
Tate, al narrativo inutile di Calvin Klein Williams, allo straordinario Libro
Appalachiano dei Morti di Charles Wright (un apice del contemporaneo
americano, a mio parere).
Notazione fuori elenco per chi è fuori classe: cioè Pinsky. La poesia di Robert
Pinsky, il quale da par suo è un'acidissima primadonna, prescinde totalmente,
come spesso capita, dalla natura fisiologica e caratteriale del poeta. La poesia
di Pinsky è una straordinaria catabasi laica del profondo: fuori dall'ideologia
di riporto del classico epico (tra l'altro non dev'essere facile per Pinsky,
epico traduttore di Dante) ma anche dalla supponenza con cui il postfreudismo ha
pensato comunque di essere una trivella metafisica. L'astoricismo storico di
Pinsky è un atteggiamento cognitivo ed emotivo che ben rappresenta il presente
americano: sorta di materialismo abissale, esso si difende con la forma (la base
è classica, ma anzitutto di un classicimo europeo), e si attesta sul discrimine
tra un prima (la scoperta dell'America: esiste la cultura) e un poi
(torniamo al Dio severo e superegoico dei nostri papà millenaristi). In
Pinsky c'è tutto : moderno e postmoderno, memoriale e futuribile, noto e
ignoto.
Quest'impasse della totalità da dirsi è, come si sa, un sintomo
inequivocabile di crisi. E' chiaro che Strand e Abeni compiono un lavoro che
diventa imprescindibile per chi, in Italia, si dischiari amante e/o conoscitore
della poesia. E tuttavia quel lavoro mette a nudo lo stato di sotterranea
fragilità delle fondamenta di una civiltà erettasi su basi culturali ambigue, a
cui non basta più l'acciaio forgiato da Whitman e nemmeno il limbo additato da
Stevens per potersi permettere un meritato riposo: è evidente che tutto sta per
crollare. Intendo: in Italia, di poeti così, ne abbiamo a quintali. Mi chiedo:
ma se gli americani avessero un De Angelis, un Magrelli, un Viviani - cosa
farebbero? Troverebbero un suplettivo alla laurea poetica?
Tra tentazione metafisica banalizzata (resa, per l'appunto, poetica) e laicismo
narrativo (non è detto che sia necessariamente minimalista, però), si sta
consumando la fioritura della crisi sulle labbra che pronunciano americano. Tra
qualche anno, me l'attendo, si inizerà il dibattito sulla morte della poesia
americana. Sono indietro, rispetto a noi: stanno vivendo i nostri Ottanta. Il
che dimostra una volta di più che la Beat Generation non ha nulla a che fare con
le nostre avanguardie poetiche: si situa molto molto prima dei vari Gruppi di
casa nostra. Auguri, USA: benvenuti nell'epoca che la nostra letteratura sta
abbandonando.