Ci sono stati anni, i sessanta, di promesse tecnologiche mirabolanti e rassicuranti, anni in cui era normale immaginare che, di lì a poco, nella propria casa ognuno avrebbe potuto preparare un caffè e regolare il riscaldamento con un sommesso ordine vocale, per poi andare fischiettando al lavoro, col dico volante parcheggiato fuori dal balcone... Erano gli anni in cui il futuro ce lo si aspettava colorato e easy come un cartone dei Pronipoti, erano "gli anni del passato che che si sforzava di mettere piede nel futuro", come scrive Ernesto Aloia. Ma sappiamo bene che poi non è andata esattamente così... Allora nascere e crescere in quel decennio ottimista e futuribile ha significato provare il dolore del sogno spezzato e l'amarezza del disincanto , e subire il tradimento del proprio immaginario, e la mortificazione delle proprie speranze color smalto e acciaio. Oggi siamo immersi nella tecnologia, viviamo di tecnologia, ma questa tecnologia necessaria alla nostra quotidianità ha poco o nulla di simpatico, o amichevole, o gioioso. Forse non sarà così per chi è arrivato dopo - e dunque senza quel carico di giocose promesse tradite - ma chi è nato nei sessanta la tecnologia dei nostri giorni la percepisce come una deludente, disordinata e tutt'al più straniante parte del paesaggio, e verso di lei prova una leggera nausea, da lei si sente invitato allo sbuffo d'insofferenza, all'alazata di occhi al cielo... Questo, almeno, quello che sembrano comunicare al lettore i personaggi che abitano i cinque racconti di Chi si ricorda di Peter Szoke?, esordio del trentottenne Aloia, torinese e storico redattore del cult-magazine "Il Maltese". Personaggi, quelli di Aloia, che sono appunto trenta-quarantenni che, con molti alti e pochi bassi nella qualità della narrazione, si trovano a confrontarsi con letti-ostrica new-age pluriaccessoriati, videonavigatori satellitari, bimbi contaminati da centrali nucleari impazzite, borse telematiche dove acquistare e vendere titoli dal salotto di casa...
Di fronte a questo materiale tecno-bizzarro i non più giovani uomini di Aloia non si scompongono, non mostrano né entusiasmo né disgusto, e se ne giova la narrazione, che scorre nitida nella lingua nella lingua e gradevolmente priva di enfasi e di compiacimento per le techno-bizzarrie in sé. Quel che sembra contare sono invece le vite sentimentali e lavorative di questi uomini, che sono medie e in disfacimento, e la stanchezza, il non poterne più di queste guaste vite. Verrebbe voglia di dire: il non poterne più dell'ennesimo tradimento della promessa di un comodi fuituro con la quale questi ex-ragazzi sono cresciuti. Fortunatamente non c'è nemmeno malinconia, nei racconti di Aloia: c'è piuttosto la rassegnazione del dover resistere, del dover tenere insieme i pezzi. Di nuovo con la complicità del dato anagrafico: poiché per i nati nei profondi sessanta, meglio se "occidentali e metropolitani", il decoro e una certa urbana solidità comportamentale rappresentano ancora oggi un dovere.