Dopo le recenti “rivelazioni” di giovani narratori come
Nicola Lagioia, Christian Raimo e Valeria Parrella, la minimum fax, casa
editrice che va sempre più affermandosi come fucina di talenti nostrani) sta per
lanciare nelle librerie un altro nome su cui converrà tenere gli occhi ben
puntati: Francesco Pacifico, romano, classe 1977, è il più giovane della
suddetta scuderia di esordienti, ma il suo Caso Vittorio lo rivela sulla
scena letteraria nazionale come qualcosa di più di una semplice promessa.
Chi è il misterioso protagonista di questo libro? «Di volta
in volta deuteragonista, burattinaio, nemico, oggetto del desiderio»,
l’inafferrabile Vittorio, nel cui cuore non si riesce a leggere, è una sorta di
Zelig camaleontico che supera indenne la Wasteland dell’Italia dell’ultimo
decennio, dalla vittoria elettorale della sinistra al ritorno di Berlusconi, dal
Giubileo del 2000 al momento d’oro della borsa speculativa, dal crollo del
Nasdaq a quello delle due torri.
Narratore originale, consapevole e ironico, Pacifico
costruisce nel suo romanzo un’educazione sentimentale postmoderna attorno a un
triangolo amoroso dagli echi truffautiani, che ha al suo vertice giusto il
Vittorio eponimo, diviso e conteso dall’amore di due amiche-rivali, paroline di
sinistra, impegnate nel sociale, antiberlusconiane “dure e pure”, amanti dei
Nirvana e dei Per Jam, e determinate entrambe a conquistare l’imperscrutabile
giovane dalla «testa da alieno». Diviso in tre parti – molto diverse tra loro
nella forma -, il romanzo inizia con un riuscitissimo – e a tratti esilarante –
pastiche che rifà il verso allo stile telegrafico di Henri-Pierre Roché (Jules
e Jim e Le due inglesi e il continente), prosegue con la tecnica
dell’accumulo di David Foster Wallace e dei romanzi epistolari, e termina in
sordina con un sornione minimalismo carveriana. Il balletto erotico-sentimentale
tra il diabolico Vittorio e le due giovani amiche, nelle sue aeree evoluzioni
spazio-temporali – da Roma a Milano, dalla Praga delle gite scolastiche
all’Egitto dei viaggi organizzati, alla Parigi dell’Erasmus – allude a una
grottesca, irrisoria (e irridente) storia delle ideologie e delle filosofie di
vita delle generazione Y o Global, Internet o Next, che dir si voglia. Quella
generazione cresciuta tra gli anni Novanta e gli inizi del nuovo millennio, che
ha avuto nel trasformismo dei padri l’unico modello di virtù nazionale.
«Volevo un protagonista che non invitasse il lettore
all’identificazione – spiega Pacifico, parlando del suo protagonista – . E
volevo inoltre dei personaggi che sputassero sentenze a ogni piè sospinto,
praticando lo sport dei giudizi universali in un bicchier d’acqua, salvo poi
dedicarsi alla ricerca di compagnia per il sabato sera e di un mestiere
remunerativo».
Il ritratto che ne vien fuori è inquietante: dietro l'apparente e divertita impassibilità del narratore, come dietro ogni singola parola dei personaggi del romanzo si spalanca un vuoto desolante, come dietro una grande Recita Collettiva che rimanda continuamente a un'originaria assenzab di significato, come davanti a relitti ideologici che ci giungano in ordine sparso da un unico, comune naufragio avvenuto già da tempo, e molto lontano da noi.