Sessantaquattro case. Un quadrato perfetto, senza possibilità di fuga. Bianco, nero, bianco, nero. Un’alternanza interminabile, una vertigine, un’allucinazione. Vivere prigionieri di una scacchiera può ucciderti, asciugando i colori della tua anima. Alla disperata ricerca della mossa vincente.
Lo sa bene José Raùl Capablanca, uno più grandi scacchisti di tutti i tempi. Campione del mondo a ventitré anni nel 1921, orgoglio di Cuba, ammirato dagli uomini e amato dalle donne. Ma poi battuto contro ogni pronostico dal russo Aleksandr Aljechin.
E da allora non contano più l’amore della folla, gli agi e la ricchezza. Conta solo quella sconfitta, l’inseguimento di un avversario che ti sfugge e ti nega la rivincita. Aljechin che ti era stato amico, ora è il despota, la spia, lo scacchista del Terzo Reich. Non vivi più la tua vita, ma il tempo del tuo avversario: lo vedi in ogni sfidante che incontri, nelle strategie che prepari, negli occhi della donna che ti ama ma non può capire “l’accanimento, questo tempo maschile di duelli, e procrastinazione, e vendetta. Senza altra posta in gioco che il riconoscimento della propria supremazia”.
È una corsa contro il tempo, prima che il tuo sangue nero ti sfinisca. Il sangue nero che ti ha fatto perdere a Buenos Aires, che ha portato Paul Morphy in manicomio, che ha succhiato la vita dal corpo di schiavo di Felix. Capablanca lo sa, sente avvicinarsi la fine mentre le mani gli sudano e rischia di svenire dopo ogni partita. Ma non può fermarsi perché quell’ossessione che se lo porterà via è la sola cosa a tenerlo ancora in vita.
Fabio Stassi prende in prestito alcuni episodi della vita del grande scacchista cubano e costruisce un romanzo sul distruttivo desiderio di primeggiare. Un’aspirazione che se è inutile e ridicola nell’animo di un uomo qualunque, diventa insopprimibile ragione di vita per chi è condannato dal proprio genio a essere un uomo solo. Non si può accettare di “avere tanto talento ed essere comunque secondo a qualcuno”, l’idea della sconfitta non è neppure concepibile. E anche se l’avversario ha un nome e un volto, quella del genio sarà sempre un’eterna partita allo specchio, contro se stesso, per arrivare sempre più vicino alla perfezione senza raggiungerla mai..
Stassi che è stato definito da Gianni Mura su Il Venerdì “il più sudamericano degli scrittori italiani”, tratteggia il romanzo con una scrittura empatica, capace di rendere tangibili le sensazioni fisiche che attraversano la storia: il sudore che incolla la camicia alla schiena al sole della maiuscola America, il respiro affannato del campione, la luce dell’equatore. Passa con disinvoltura dalla tecnica scacchistica ai meandri della mente del genio. Senza perdersi mai.
Peccato solo per l’indeterminatezza in cui vengono lasciati tutti gli altri personaggi, descritti soltanto attraverso gli occhi di Capablanca. Ciò non permette di comprendere se la grandezza del protagonista sia reale o solo indotta dal suo essere un gigante che svetta in uno scenario di figure indefinite che si dissolvono all’orizzonte.