Quando e come hai scoperto la tua "vocazione" letteraria?
Ero in secondo liceo e scrissi una storia su un buco nel muro. Mi sembra di aver sempre scritto e di aver cambiato motivazioni di anno in anno, perciò non considero la scrittura in sé una vocazione. Ho scritto tante stupidaggini, in questi dieci anni. Se posso parlare di una vocazione, la mia vocazione (tardiva) è prendere in giro la soggettività persecutoria dei protagonisti dei romanzi: demistificare la profondità del protagonista che viene di solito contrapposta alla grettezza dell'antagonista. Esempio illustre, nel senso che si tratta perfino di un bel libro: I giorni dell'abbandono di Elena Ferrante, dove anche nella perdizione, la protagonista conserva una dignità che invece suo marito non conquista mai. (Ma forse non ho capito io il libro.) La mia vocazione, se c'è, è democratizzare il rapporto fra protagonisti, antagonisti e personaggi irrilevanti.
In particolare, Vittorio è un protagonista-antagonista di cui il lettore non conosce i pensieri e in cui non può quindi identificarsi.
Dal manoscritto all'editore il passo è molto lungo. Com'è stata la tua avventura?
La storia di questo manoscritto è molto semplice: Christian Raimo di minimum fax (che l'anno prossimo rivoluzionerà il concetto di sensualità con il suo romanzo) conosce praticamente tutti coloro che a Roma leggono più di dieci libri l'anno. È facile scoprire di conoscere qualcuno che conosce Christian. Tramite un amico comune, ho deciso di avvicinarlo e di fargli la sconcia offerta di una conversazione al parco su letteratura e religioni monotesiste. Lui ha accettato. Io ho estratto dall'impermeabile il mio manoscritto rilegato ad anelli e gliene ho letto dei passaggi fingendo che avessero a che fare con la nostra conversazione. Gli ho lasciato il manoscritto con dentro, assicurati da un po' di scotch, cinque biglietti verdi da duecento euro. Di lì a poco, in preda a fervore messianico, Christian ha cominciato a predicare a Lagioia, Cassini e Di Gennaro di minimum fax per convincerli a pubblicarmi. Ciò conferma l'opinione diffusa che per pubblicare servono i soldi e/o le conoscenze.
Hai collaborato con un editor per la stesura finale del testo? Ti sono stati imposti cambiamenti significativi?
Il mio editor è stato Nicola Lagioia. Nicola ha scritto uno strano libro che si chiama Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj. Da questo libro si deduce che il suo autore è una persona intelligentissima e assai colta. Un intellettuale cupo e snello che ha la capacità di precederti nella comprensione del tuo stesso lavoro. Nel mio libro avevo tenuto sottotraccia i temi più filosofici e quelli politologici per non annoiare i miei amici, quelli che hanno sempre letto le mie cose in fotocopia. Nicola Lagioia ha scovato questi contenuti e mi ha chiesto di farli emergere, perché gli piacevano. Per non contrariarlo l'ho seguito nella sua analisi minuziosa del romanzo e il risultato sono state cinquanta pagine in più, due nuovi personaggi e svariati approfondimenti. Il che dimostra che i libri degli scrittori giovani vengono costruiti a tavolino.
È bello per un esordiente pubblicare il primo romanzo con un editore ormai "consolidato" come minimum fax...
Pubblicare con minimum fax è bello. Una cosa bella è stare sulla homepage di minimumfax.com accanto a Carver e Bukowski. Un sogno che si avvera. L'altra cosa è che ti trattano bene e calorosamente. Sono soliti abbracciarti e baciarti e dirti tante cose allegre e portarti in regalo libri da New York. La terza cosa bella è che stampano su una buona carta, profumata e ricca, e fanno delle copertine stupende (anche se la mia è molto fallica). Ma la vera risposta alla domanda è: i miei parenti non hanno idea di cosa sia minimum fax, mentre pare che nell'ambiente letterario Cassini e Di Gennaro siano piuttosto noti. Mi sono fatto l'idea che minimum fax è come il Perugia di Serse Cosmi. Scopre i giocatori, ma poi glieli portano via. Io dico a Einaudi: Ti prego, Einaudi, lascia gli autori americani a minimum fax! Perché te li compri dopo che sono stati loro a scoprirli?
Quando sono in redazione, a Ponte Milvio, a Roma nord, penso a volte al preambolo del Senso della vita dei Monty Python: l'episodio dei ragionieri-pirati che attaccano con il loro edificio-nave la città piena di grattacieli dove ci sono le grandi corporations.
Il libro in mano, stampato e in vendita nelle librerie. Le prime impressioni?
Il libro in mano, stampato e in vendita nelle librerie. Le prime impressioni? Tenere il libro in mano è stato sensazionale. Ero in redazione quando sono arrivati i pacchi. Sono corso di sotto ad aprire e ho portato i pacchi su per le scale. Insomma, gli ho dato molti baci. Rick Moody ci ha dormito, col suo primo libro. Io l'ho lasciato sul comodino perché non volevo sgualcirlo. Sono un feticista dei libri, di solito li tengo nelle buste di plastica, quando per esempio li metto in borsa. Il libro in libreria mi ha fatto assai meno impressione, e per lo più negativa: ho cominciato a sentirmi molto vulnerabile. Al momento ho dei notevoli sbalzi d'umore. Sono spesso esagitato, mi addormento faticosamente e verso le sei del pomeriggio mi intristisco. Le uniche distrazioni che riescono a riposarmi sono le partite di pallone del mercoledì al campetto del comune, le preghiere della sera, le battute ossessive della mia ragazza e Maupassant.
Hai fatto qualche presentazione pubblica? Qual è stato il primo impatto con i lettori?
Sono stato a Siena a presentare il libro in un'associazione universitaria. Un semiologo si è dilungato con mio enorme piacere sulle qualità del mio romanzo. Da piangere di gioia. Insomma, è una cosa inattesa: un giorno stai rompendo le scatole alla tua ragazza perché si legga l'ultimo capitolo che hai scritto, il giorno dopo parli con un semiologo di fronte a della gente che non conosci. Un sentimento esotico. Sono stato in un ristorante buonissimo e un mio amico che è venuto con me in trasferta mi ha offerto addirittura il pranzo.
Hai pensato di rivolgersi a un agente letterario o pensi di farlo in futuro?
Non ho proprio idea. Un agente letterario implica dei guadagni. I miei guadagni con i libri me li immagino simili alla scena dei Blues Brothers in cui vanno a suonare nel locale country & western e alla fine invece di essere pagati sono loro a essere sotto di vari dollari per la birra.