L'adolescenza, laboratorio per trasformazioni personali e ricerca dell'identità, è un periodo della vita molto frequentato in letteratura, spesso cadendo nei cliché dei giovani belli&ribelli. Al contrario, Paolo Cognetti riesce, nei cinque racconti che costituiscono la raccolta Una cosa piccola che sta per esplodere, a ritrarre il particolare momento, lo stacco finale, che porta ad entrare nella vita adulta, a guardare la realtà con occhi nuovi, a stabilire i confini del proprio io. Da questa prospettiva l'adolescenza è un concetto universale, chiave interpretativa di quello che è stato e di quello che poteva essere. Un processo di affermazione del sé che non conosce epoche o generazioni, che si snoda tra le decadi con la stessa violenza, lo stesso senso di necessità.
Le storie dei protagonisti sono tentativi di fuga dal determinismo della loro condizione familiare, dall'eredità dei padri che non si è più disposti ad accettare passivamente. Scrive Cognetti: "Nel sangue di ogni figlio scorre una malattia ereditaria: è una storia scritta apposta per te e cerca di educarti, indicarti la rotta, condannarti al destino dei padri. E qualunque sia la loro colpa, per quanto buona la loro volontà, non esistono mezzi pacifici per venirne fuori". E' così per Margherita/Margot, la protagonista di Pelleossa, rinchiusa dai genitori in una lussuosa clinica svizzera per ragazze anoressiche, regina glaciale della comunità, fino a quando l'arrivo di un'altra ospite, la dodicenne Lucia, incrina la sua torre d'avorio. E' così per Diego, la cui vita trascorre sempre uguale in una periferia divisa tra centri commerciali e fabbriche dismesse, ormai cosciente dell'impossibilità di tornare all'infanzia e ostinato nel tentativo di allontanarsi dal padre ubriaco e violento. E' così per Mina, che cerca di romanzare la propria storia, orfana di un padre che è sparito e di una madre che è stata incapace di reagire all'abbandono, la figura materna sostituita da una anziana maestra vicina di casa. E' così anche per Pietro, dodicenne che trascorre in un vecchio campeggio di montagna l'estate durante la "pausa di riflessione" tra i genitori. Ancora troppo piccolo per "esplodere", Pietro cerca un posto per sé in un capanno vicino al fiume, spettatore isolato ma attento della crisi familiare.
Sono tutti figli che fanno i conti con la figura dei genitori: assenti, ingombranti, confusi. Diego, nella fabbrica abbandonata, pensa: "Un padre è peggio di un nemico. Non puoi combatterlo ad armi pari". Il cerchio sembra chiudersi nell'ultimo racconto, in cui la storia della fuga della protagonista Anita è ricostruita, anni dopo, dal figlio, attraverso ricordi e fotografie. E' un ritratto delle ribellioni degli anni Sessanta, voglia di libertà e di emancipazione dalle gerarchie familiari e sociali, in un Paese che stava rapidamente diventando "moderno".
Lo stile di Cognetti è puro, distaccato ma non freddo, capace in poche frasi di fare immergere il lettore nella realtà dei personaggi, di creare empatia senza però invitare all'immedesimazione. La scelta degli ambienti - la clinica, il campeggio, gli appartamenti piccolo-borghesi - e una particolare attenzione all'ambiente naturale e ai suoi equilibri mutevoli di acqua pioggia e neve, sottolineano ulteriormente i cambiamenti del paesaggio interiore dei protagonisti.