Rassegna Stampa

di Il Foglio 05 febbraio 2004

Ci sono scrittori che producono in serie, scrivendo e riscrivendo sempre lo stesso libro: tutti belli o tutti brutti, qualche volta tutti mediocri, comunque usciti dallo stesso stampo. Altri si rendono irriconoscibili da un romanzo all’altro. Qualcuno comincia in maniera promettente e poi delude. Qualcuno inizia senza farsi troppo notare e poi si impone anche ai più distratti. Qualche altro scrive un unico capolavoro, magari in tarda età. A poco più di 40 anni, David Foster Wallace vanta una lunga lista di romanzi, racconti e saggi, incredibilmente altalenanti per generi e risultati. Nell’elenco c’è “Lyndon”, 50 pagine da innamoramento istantaneo sulla carriera e i segreti di Lyndon B. Johnson, visto con gli occhi dell’assistente addetto alla corrispondenza, tale David Boyd. Porta la firma di Wallace anche “Infinite jest”, il romanzo più lungo, vantato, ambizioso e francamente illeggibile (se non a pezzetti, meglio ancora evitando le puntigliose note, nell’edizione italiana di Fandango occupano 100 pagine su 1400) che sia capitato in questi anni tra le mani degli speranzosi lettori. Nato in Illinois, studi di filosofia a Harvard, un passato di droghe e alcol che ora pare soppiantato dalla ricerca spirituale, David Foster Wallace ha scritto cose originali e sensate su un argomento ad alto rischio di banalità come la televisione. Vorremmo tenercele strette, e preferirle alle “Brevi interviste con uomini schifosi”: titolo foucaultiano che a lettura finita si rivelò essere una delle cose migliori del libro. L’altalena continua con le pagine bellissime e tristissime sulle navi da crociera, prima che Jonathan Franzen ambientasse proprio lì un lungo (e altrettanto malinconico) capitolo delle “Correzioni”. La filosofia era anche nella “Scopa del sistema” che ha per protagonista un’allieva di Wittgenstein, misteriosamente scomparsa.
L’ultimo libro, uscito negli Usa in una collana di divulgazione scientifica, è dedicato all’infinito: “Everything and more: A Compact history of the Infinity” (“Tutto e di più: una breve storia dell’infinito”): Basterebbe il titolo, le sigle sparse nel testo e 400 note a far fuggire buona parte dei lettori, se non ci fosse il suo nome in copertina. Ma Wallace ormai è così di culto che perfino Zadie Smith lo venera al punto da mandare un amico in una libreria di Manhattan con l’unico scopo di carpirgli un autografo. E non risparmia le parole di elogio. Nell’”Introduzione” a questa nuova edizione di “La ragazza dai capelli strani” (ritradotto da minimum fax dopo che era uscito da Einaudi) gli attribuisce generosamente tutte le qualità necessarie a un romanziere: “empatia, intuito, capacità di connessione, perspicacia e aver-letto-tutto-quel-che-esiste-sulla-faccia-della-terra”. Meglio di Thomas Pynchon, meglio di De Lillo, paragonabile a Nabokov.
Conviene leggere la raccolta partendo da “Lyndon”. Dalle ire di un uomo con la doppia vita, sposato a una moglie che finirà alcolizzata e legatissimo a un nero dei Caraibi che si chiama Duvalier. Wallace lo mise in cantiere per dimostrare al suo insegnante di scrittura creativa (uno convinto che la contemporaneità andasse lasciata stare, perché improduttiva dal punto di vista letterario) che l’uso dei personaggi presi dalla storia e dalla cronaca non esclude l’esercizio visionario e l’invenzione. Forse Johnson non ha mai detto: “mai spiegarsi meglio, ragazzo. La gente non crede a quelli che vogliono spiegarsi meglio”. Ma la regola gli si addice, fino a risultare più vera del vero. Con nome, cognome e relativo talk show arriva anche David Letterman, nel racconto “la mia apparizione in tv”: a base di vanità, patemi e pastigliette di Xanax per darsi un po’ di forza davanti alle telecamere. Qui la ricostruzione è un po’ meno riuscita, come se David Foster Wallace avesse messo il freno alla fantasia.