Rassegna Stampa

di Roberto Mussapi Il Giornale 03 febbraio 2004

Sapevo da tempo che negli Stati Uniti esistono poeti importanti, nati più o meno intorno al 1935, poeti quindi non giovani e non vecchi, considerando che le loro voci si sono affermate da tempo. Due di essi, sicuramente tra i maggiori, sono miei amici, si chiamano entrambi Charles, sono nati più o meno negli stessi anni, uno nel 1935 uno nel 1938, hanno in comune un lungo soggiorno italiano, derivato dal servizio militare nella seconda guerra mondiale, amano moltissimo il nostro Paese, sia Charles Simic, nato a Belgrado, sia Charles Wright, nato nel Tennessee, traduttore di Dante e Campana. Tutti e due sono pubblicati da non molto in Italia: Simic con Hotel Insonnia (Adelphi, 2002), Wright con Crepuscolo americano e altre poesie (Jaco Book, 2001). Sono pressoché opposti, e quindi complementari: Wright è un visionario dalla potenza fluviale e irradiante, Simic un metafisico dell’ombra, un poeta dalla scrittura nitida e silente. Se aggiungiamo poi l’opera di Marc Strand, nato in Canada nel 1934, uno dei maggiori autori attuali di lingua inglese, abbiamo già una triade di assoluto valore, sufficiente a definire fiorente la poesia contemporanea statunitense. Considerando che Jorie Graham, una poetessa veramente notevole, è nata nel 1950 (a Roma dove è cresciuta), ed è quindi decisamente più giovane, abbiamo la sensazione di una continuità, di una traccia che perdura e si sviluppa.
Sapevo quindi che negli Stati Uniti la poesia attualmente è vitale ad alti livelli, ma l’impressione diventa molto più forte per merito di un’antologia, West of your cities, che presenta un blocco di poeti dalla generazione di Strand a quella della Graham. Attraverso questo libro ben concepito e ben tradotto, il lettore italiano può avere una visione d’insieme immediata e forte di una realtà poetica che non si limita a poche grandi individualità ma rappresenta un fenomeno.
L’antologia, concepita appositamente per l’Italia, pubblicata da Minimum fax (pag.312, euro 14), è curata dallo stesso Marc Strand e da Damiano Albeni, autore delle ottime traduzioni. Un lavoro eccellente che ci presenta una sequela di voci, non molte e non poche, di forte rilevanza. Non tutte della stessa altezza, ognuna unica e inconfondibile, come è ovvio, estranee a movimenti o gruppi, rivelano però alcuni tratti comuni, testimonianza di una civiltà letteraria: quando qualcosa di affine appare in autori coevi e diversissimi, è evidente la presenza di un comune sostrato di pensiero e anima. In questo caso comune a tutti è una grande capacità drammaturgia e narrativa condensata nel verso: le parole di questi poeti non restano imbozzolate nella sfera di nascita, ma parlano, immediatamente, naturalmente, a un pubblico. Il lettore sembra presente, lì, nella pagina. La poesia, insomma è anche teatro, si rende cioè visibile e percepibile, è scesa dalla cattedra o dalla torre per salire più efficacemente in scena. Inoltre domina tutti questi autori una visione della poesia come ricerca immaginativa, attraversamento della realtà producendone immagine e disvelandone segni: interrogano il destino e ce ne raccontano, in musica, le apparizioni e gli enigmi. In breve: non esiste ideologia, qui, il poeta non pensa nemmeno un attimo a divenire strumento di critica politica o sociale, dalle relazioni che regolano una civiltà.
Esemplare in questo senso il poemetto di Frank Bidart su una donna anoressica, non limitato a una formulazione realistica, ma drammaticamente ossesso dalla realtà del corpo, dal nostro peso sulla terra. Una costante metafisica più forte e marcata negli altri autori, dai già citati, scrutatori dell’ombra o svelatori di luce, come Simic e il suo Caronte e Wright nel suo straordinario Libro Appalachiano dei morti. O come Louise Gluck, che, nelle sue moderne metamorfosi, fa parlare i cervi, il papavero, che torna alla figura mitica ed enigmatica della sirena, per riapprovare a Orfeo, alla vicenda esemplare del cantore e della sposa Euridice, e al miracolo e al dramma della voce, della poesia stessa, di fronte alla vita sempre fuggente.
Il lettore che apra e segua questo libro vedrà una successione di poeti che cercano il significato della vita oltre la morte, che parlano con le ombre e fanno parlare le cose, o le interrogano in attesa di risposte, che fanno vibrare e risuonare il paesaggio e l’anima segreta del mondo. Avrà la sensazione di assistere a molti drammi, che potremmo riassumere in uno splendido verso di Charles Simic: “Mi svuoto della mia vita e la mia vita resta”.