Cresciute in fretta, Marta e Claudia, due studentesse amiche, capisquadriglia degli scout, leggono Kerouac e il “manifesto”, ascoltano Guccini, orecchiano Marx e partecipano alle manifestazioni di protesta. In rapporto conflittuale con la famiglia, amano la libertà dei viaggi e prediligono “relazioni senza ragnatele”. Nella sfera spugnosa delle loro utopie e passioni si riflette disordinatamente il mondo che, a un tratto, prende il volto di Vittorio, pariolino saccente, con la “testa da alieno”, destinato a inoltrarsi in un futuro di “fantasia deforme”, finendo “come in una puntata di Beautiful”. E ha inizio, presso le ragazze, la sua “sopravvalutazione”, un “abbaglio”. Dal canto suo, il giovane compie una sorta di “doppio gioco” e si abbandona a erotiche avventure, fantastiche e reali. Frammentata e analitica, la cronaca di storditi giorni, imprecisati sogni e sottili malinconie stampate in gesti fermi nell’aria, in parole di fumo si allunga come un suono che a poco a poco non è più se stesso ma visione pittoresca, orizzonte vasto di paesaggi, città, interni. A ordinarli in un dispositivo romanzesco è il soffio crudele di una provvisorietà cui è affidato il compito di governare su troppo fragili vite.
Il caso Vittorio di Francesco Pacifico è un racconto composito di emozioni e fatti molecolari salvati dalla dispersione in una trama costipata e illustrativa proprio perché il loro sviluppo per segmenti contigui risponde al denominatore comune del cammino nel tempo. L’enucleazione in blocchi compatti esalta una struttura dall’arcata lunga in cui piccoli racconti rilanciano spunti, risonanze, motivi pronti per essere approfonditi. In ogni blocco (diagramma di fasi determinanti della vita dei personaggi) si affacciano volti nuovi, numerosi e sparsi in traiettorie talora bruscamente troncate e temi tumultuosi e inesausta scoperta delle cose.
Romanzo di iniziazione e scheggiato pezzo della storia e del “malcostume” dell’Italia dell’ultimo quarto di secolo, Il caso Vittorio impiega ottiche diverse. Il variare delle vicende scatta attraverso un taglio imprevedibile, guidato da molti registri stilistici e sempre sintonizzato con un ritmo ondivago, scheletrico e cantabile, puntato verso il quotidiano più usuale, appena scalfito da un anomalo graffio di immagini, e verso situazioni più impetuose e vaste nelle quali i fatti di tutti e quelli dei tre protagonisti prendono la stessa luce sortendo un inquietante, ipnotica miscela di fiction e di documento di un malessere.
Lasciata l’università, Marta è infermiera: convinta di non riuscire a far niente di buono, ingrassata e “ansiosa di tirare i remi in barca”, sceglie di fare la catechista. Claudia lavora in un piccolo giornale e, infine, mostra un’aria “triste, modesta e assai stupida”. Vittorio rimane un “insicuro pericoloso talebano, terribile doppiogiochista”. E sono tutti presi da amori, piccole e grandi contese con l’esistenza, dosi sempre più opache di sogni e naufragi nelle ossessioni e nei dubbi. Può accadere, così, che nell’ansia di perdersi e di ritrovarsi, qualcuno riesce anche a scorgere i “segni della Provvidenza”.
In un narrato di pieni e di vuoti, di clamori e di silenzi si intrecciano problemi di economia e metafisica, costumi di vita letteraria e complotti, bersagli mancati ed esigenze di credere in qualcosa. Implacabile, trascinato da un fatale andare privo di pietà, il racconto accompagna il lento sprofondare di tutti in uno smorto affanno di deriva. Marta raccoglie “in fondo alla spina dorsale alcune parole rimaste impigliate” e intanto sembra strano che Claudia non si stia smaterializzando, in un universo in cui le cose continuano a finire. E tutte le figure intorno sembrano degli attori. Forse vi sono troppi eventi o drammi in un contesto raggelato da un’inesorabile senso di perdita, sfoltito negli sfondi modellati sulla misura della didascalia.
L’autore, tuttavia, sa dare rilancio alle storie consolidandone la costruzione mercé un uso mobile e funzionale della discontinuità.
Trovano allora una collocazione giusta nei meccanismi narrativi l’aforisma e la lettera, l’epigrafe e lo spazio bianco, la scansione lirica e l’abbozzo, il dialogo bruciante e l’episodio estemporaneo.
E ancora, tra il commento dello scrittore e i “deliri narcisistici” dei personaggi si affacciano l’aneddoto ricco di propulsioni e l’accumulo notarile dei dati, i contatti via e-mail e il tormento che scava e non risolve. Poi, nell’apparenza lieta del finale, si ritrovano tutti fuori centro, a cominciare forse un’altra storia, o, come Claudia, a uscire di scena.