Rassegna Stampa

di Florinda Fiamma RaiLibro 23 maggio 2008

Sospiri, tremi, forse piangi un poco; e capisci che, quando nella vita cambi il tuo indirizzo, perdersi è normale. Perdersi, forse, non è così sbagliato.

L’estate del 1975 è tutta “un fuggire e un rincorrere” per gli adolescenti di Torrematta, un piccolo paesino del Salento che è percosso da un’eco di guerra, nonostante lo scintillio del mare. Lo scontro è tra i Signori e i Cafoni. Il paladino di questa guerriglia è Angelo Conteduca, quattordici anni, detto Francisco Marinho (dal nome di un fuoriclasse della nazionale brasiliana), e poi per storpiatura: il Maligno. Ed è proprio la cattiveria del Maligno a caratterizzare l’ultimo romanzo di Carlo D’Amicis (tra i dodici finalisti del Premio Strega 2008). Il ragazzino, orgoglioso proprietario di un Fantic Motor Caballero e fidanzato di una patinatissima teenager della sua stessa “casta”, è un vero capo, con mente scaltra e sensi vigili, un numero uno, un leader indiscusso. Eppure, nell’estate di questa ironica e spesso esilarante lotta di classe tra bande di adolescenti, il Maligno inizierà a mettere in dubbio le sue categoriche convinzioni e, tra un colpo pulp e ferite da medusa, un menare le mani continuo e a volte pericoloso, saprà riconoscere il fascino di Mela, una dei cafoni, l’unica che è riuscita a mettere in dubbio la sua incrollabile figura di duro e, forse, anche il suo accanimento contro ciò che è diverso.

Marinho, detto Maligno leader dei signori, e Scaleno, il capo dei cafoni: i due ragazzini interpretano due modi per essere capo, due mondi, due pianeti lontani anni luce. Come esprimono, loro così diversi, gli stessi sentimenti di orgoglio e dignità?
I due ragazzi provengono da mondi lontanissimi, ma sono accomunati (almeno fino a quell’estate del 1975) dallo stesso senso di appartenenza: si combattono per ribadire la propria identità, per continuare ad essere ciò che sono sempre stati. Nell’accingersi a un nuovo capitolo della guerra (capitolo che coincide con la linea d’ombra della loro adolescenza), Scaleno intuisce invece che, se i cafoni riusciranno a impadronirsi dei beni dei signori, ad accedere alle loro forme di consumo, la lotta di classe potrà diventare strumento di conquista, di emancipazione. In realtà Scaleno, pur presagendo la trasformazione in atto, appartiene ancora a un mondo antico, e non sarà in grado di realizzarla. Ci riuscirà, invece, il furbo e rampante “Cugginu” (parente di Scaleno ma non troppo), che rappresenta l’anello di congiunzione, il momento evolutivo di questa parabola sociale.

Gli anni Settanta, l’ironia, le cadenze dialettali e un mondo a parte, come quello salentino, per raccontare la lotta di classe: perché e come hai scelto di combinare questi elementi nel tuo ultimo romanzo?
La metà degli anni Settanta mi sembrava il periodo giusto per rappresentare la definitiva perdita d’innocenza del nostro Paese. Inoltre, il 1975 è l’anno in cui muore Pier Paolo Pasolini: le sue profezie sul consumismo, sullo smarrimento delle identità sociali, contengono certamente un elemento reazionario, perfino naif, ma a distanza di qualche decennio ci rivelano tutta la loro tragica preveggenza. A suo modo, “La guerra dei cafoni” è anche un omaggio a quelle idee. Quanto alla Puglia, oltre ad essere la mia terra d’origine, è anche uno di quei microcosmi capaci di esprimere una propria, spiccata, identità, un codice di comportamenti forte e originale; oltre che – ovviamente – un’impronta linguistica marcata. Era quindi lo scenario ideale per quello che vorrebbe essere un “romanzo-mondo”, un libro che, attraverso un’unità di tempo e di luogo, prova a raccontare un cambiamento universale ed epocale.

Ancora un paragone: Sabrina, bionda, occhi azzurri, «una signora, figlia di figli di figli di signori»; e poi la bellissima Mela, una dei cafoni, che sembra quasi l’anima della storia e, nonostante a un certo punto dica che, «forse, ciascuno deve rimanere ciò che è», in realtà sarà l’unica a esercitare un ruolo formativo sul protagonista e, in fondo, la sola ad avere una reale capacità di comunicare con “i signori”.
Il parallelismo tra questi due personaggi è legittimo: Sabrina, la fidanzatina di Francisco Marinho, è già immersa nella società dei consumi, e diventa lei stessa un oggetto di consumo quando i cafoni tenteranno di insidiarla. È insomma un ponte tra lo schieramento dei ricchi e quello dei cafoni. Allo stesso modo, Mela è un elemento di contaminazione per il capo dei signori che, quando entrerà in contatto con lei, se ne innamorerà, sporcando il suo “pedigree”. Ogni personaggio del romanzo, in realtà (a parte, forse, Cugginu) cerca di rimanere aggrappato alla sua identità, ma diventa causa e strumento del cambiamento, e dello smarrimento, degli altri. Forse è una crescita. Forse è il naufragio da quell’età della vita – l’adolescenza – che resta là a guardarci – sempre più lontana, sempre più presente – mentre noi diventiamo adulti.