Un uomo aveva ereditato un campo pieno di vecchie pietre che facevano parte di un'antica costruzione. Qualcuna delle vecchie pietre era già stata usata per costruire la casa nella quale egli attualmente viveva, non lontano dalla vecchia casa dei suoi padri. Prendendo alcune delle pietre rimanenti costruì una torre. Ma i suoi amici, guardando la torre dal di fuori (e senza preoccuparsi di salire i gradini ed entrare), si accorsero che quei mattoni provenivano da una costruzione più antica; pertanto, non senza fatica, distrussero la torre stessa, per cercare segni nascosti o iscrizioni e per scoprire da dove i lontani antenati avessero ricavato quel materiale da costruzione (...) Ma dalla cima della torre quell'uomo era riuscito a vedere fino al mare».
Così, facendo ricorso alle sue caratteristiche immagini, John Ronald Reuel Tolkien riassumeva, in una conferenza tenuta alla British Academy nel novembre del 1936, la sorte che la critica letteraria aveva riservato al Beowulf, uno dei maggiori poemi anglosassoni composto attorno all'VIII secolo e arrivato fino a noi grazie a un manoscritto risalente alla fine del X secolo.
Tra i maggiori cultori della letteratura medievale anglosassone, che studiò e insegnò per oltre trent'anni a Oxford - come è stato descritto proprio da uno dei suoi allievi della prestigiosa università britannica, Humphrey Carpenter, autore di una biografia tolkieniana pubblicata in Italia da Fanucci nel 2002 -, l'autore de Il signore degli anelli trasse da quelle matrici culturali ispirazione per le sue opere, tra le più lette in tutto il mondo nel corso degli ultimi trent'anni.
Eppure, qualcosa di simile all'incomprensione che a giudizio di Tolkien aveva accompagnato la lettura del Beowulf presso i critici e il pubblico inglese a cavallo tra l'Ottocento e i primi anni del secolo appena trascorso, può essere evocata anche per l'accoglienza che la stessa saga degli hobbit ha ricevuto tra Europa e Stati Uniti. Anche se nel caso di Tolkien, "la torre" più che essere abbattuta è stata, almeno apparentemente, conquistata e occupata per lungo tempo dai simboli e dal vocabolario della cultura di destra. L'arrivo anche sugli schermi italiani della versione cinematografica del terzo libro del Signore degli Anelli, può così rappresentare una ulteriore occasione per fare un po' di chiarezza su un autore e sui contenuti di un'opera a cui il successo non è ancora riuscito a restituire piena legittimità.
Un piccolo saggio pubblicato recentemente da Lucio Del Corso e Paolo Pecere, L'anello che non tiene, Minimum Fax (pp. 217, euro 7,50), aiuta ad inquadrare la sorte toccata a Tolkien, in particolare nel nostro paese, ricorrendo a una vasta documentazione e a una serie di interviste, compresa quella rilasciata da un insospettabile tolkieniano come Francesco Cossiga. «Nella storia della ricezione dei romanzi di Tolkien in Italia il travisamento a scopi politici (più o meno espliciti) pare una regola - spiegano i due ricercatori - Sin dalla metà almeno degli anni Settanta è cominciato un processo - oggi più che mai attuale, anche in conseguenza del successo che i film ispirati al libro stanno ottenendo - di sistematica appropriazione dell'universo tolkieniano da parte di partiti e movimenti di destra ed estrema destra, che hanno fatto del Signore degli Anelli un serbatoio di simboli, iconografie, persino slogan». «Si tratta - aggiungono Del Corso e Pecere - di un fenomeno che, nella sua ampiezza e sistematicità, costituisce un unicum sociologico. Nessun altro ciclo di romanzi, in Italia, è stato capace di catalizzare su di sé in maniera così capillare attenzioni del genere. Ma c'è di più. Parallelamente a questa singolare operazione, si è assistito, soprattutto negli ultimi quindici anni, a un proliferare di saggi critici sul romanziere inglese che, nello sforzo di accreditare l'immagine di uno scrittore (e una scrittura) intrinsecamente conservatore, hanno gettato i presupposti su cui far poggiare ogni sorta di ideologizzazione impropria dell'opera tolkieniana».
La storia di questa mistificazione è, in qualche modo, nota. Fin dalla metà degli anni Settanta il mondo neofascista italiano, sia dentro che fuori il Msi di Giorgio Almirante, vide nell'immaginario evocato da Tolkien una sorta di trasposizione sul piano letterario delle idee di Julius Evola, il filosofo della Tradizione che rappresentava il maggior riferimento intellettuale dell'intero arcipelago nero. "La rivolta contro il mondo moderno" evocata dall'ideologo del "razzismo spirituale", sembrava potersi adattare al rifiuto del mondo industriale che indubbiamente il creatore degli hobbit esprimeva, non vagheggiando però un ritorno al Medioevo quanto piuttosto una presenza meno invasiva della modernità capitalistica negli equilibri della natura. Non a caso Tolkien, prima di arrivare in Italia grazie alla traduzione proposta dall'editore. Rusconi, era stato "adottato" dagli ecologisti radicali statunitensi e dal movimento studentesco del '68 nordamericano, al punto che la stessa casa editrice di destra aveva apposto nel 1977 sul volume che raccoglieva la trilogia degli Anelli, una fascetta con la dicitura «la bibbia degli hippies». «Il male della modernità contro cui si rivolge lo sdegno di Tolkien è, prima di tutto, la civiltà delle "Macchine", sviluppatasi con la rivoluzione industriale - spiegano Del Corso e Pacere - Questo motivo, però, non è frutto di un'analisi originale di Tolkien né si sviluppa attraverso un vero e proprio pensiero politico, ma affonda le sue radici in un paesaggio culturale ben preciso: quello del movimento preraffaellita».
Anche l'elemento "eroico e guerriero", più volte evocato per far schierare a destra l'intera opera tolkieniana, e il resto della produzione fantasy a lui successiva, è decisamente forzato rispetto alle intenzioni dell'autore. Che, a detta degli estensori de L'anello che non tiene manifestava apertamente le proprie intenzioni antieroiche. «Tolkien - sottolineano - non indugia mai sui particolari più cruenti e guerreschi, limita il più possibile la descrizione delle modalità dei combattimenti e predilige soffermarsi su dettagli impressionistici, ricavando persino lo spazio per qualche divertita divagazione guasconesca (...) Ma è soprattutto la scelta di incentrare il romanzo su figure intrinsecamente comiche come gli hobbit, a determinare uno spostamento sistematico del baricentro del romanzo verso un fiabesco giocoso».
Come a dire che anche J. R. R. Tolkien, dalla sua torre, guardava probabilmente verso il mare. O, in ogni caso, verso un orizzonte di certo più vasto e articolato di quanto non abbiano voluto scorgere molti dei suoi interessati e, improbabili, sostenitori.