Rassegna Stampa

di Sara Cortellazzo L'indice 07 aprile 2008

Il volume presenta una raccolta di interviste rilasciate da Stanley Kubrick dagli inizi della sua carriera sino al 1987, anno di uscita del suo penultimo film, Full Metal Jacket. Non riuscì infatti a lasciare testimonianza dell'ultima sua opera, Eyes Wide Shut (1999), in quanto morì quattro giorni dopo aver consegnato la versione definitiva del film alla Warner Brothers. Schivo, riservato, restio a parlare del proprio lavoro, il regista americano in verità concedeva puntualmente interviste per pubblicizzare l'uscita delle sue opere: tredici pellicole, prodotte tra il 1953 e il 1999, che hanno profondamente segnato la storia del cinema e l'immaginario degli ultimi cinquanta anni del Novecento. Quando Kubrick iniziò a rilasciare interviste, come annota nella sua introduzione Gene D. Philips (padre gesuita, amico e studioso dell'opera del regista), il suo metodo di lavoro era già ampiamente consolidato: completo controllo artistico dei propri film – dalle primissime fasi di progettazione e sceneggiatura, sino alla postproduzione – e dunque una totale indipendenza, pur lavorando nello studio system dell'industria cinematografica americana. Nelle prime conversazioni con il cineasta, gli interlocutori spesso sottolineano l'unicità del "caso Kubrick" che, con una formazione da autodidatta, divenne ben presto un esempio per i giovani aspiranti colleghi, in quanto cineasta indipendente già a trent'anni. Emiliano Morreale, che ha curato la prefazione alla pubblicazione, rileva come i primi passi di Kubrick siano stati seguiti da una critica in qualche modo spiazzata da un autore che è apparso sin da subito molto diverso e distante dagli altri: "L'oggetto Kubrick, nella penna dei vari giornalisti, si forma a poco a poco, per approssimazioni successive". In America circola molto interesse riguardo al suo modo di farsi strada autonomo; in Italia viene percepito come autore "di sinistra", antimilitarista, interessato alle tematiche sociali. Che queste interpretazioni fossero fuorvianti, appare chiaro dopo l'uscita di 2001, ma ancor prima, con Lolita, quando si inizia a costruire una diversa percezione del personaggio-Kubrick, "che è stato in vita – scrive Morreale – il regista mondiale più circondato dal mito. Un mito giornalistico costruitosi nei decenni con gli ingredienti classici dell'invisibilità, del mistero, della leggenda vera e propria".
Nelle diverse interviste emerge la radicalità di un autore visionario e apocalittico, di un "regista terminale, che ha lavorato alla conclusione della storia del cinema" (Sandro Bernardi). Come Kubrick stesso sottolinea ironicamente nell'intervista che chiude il volume, rilasciata a Tim Cahill e pubblicata su "Rolling Stones" nel 1987, "certi critici assistono ai miei film aspettandosi di vedere l'ultimo film" – e quell'"ultimo", annota Morreale, si può interpretare in molti modi. Questa percezione si diffondeva infatti in occasione dell'uscita di ogni sua nuova pellicola, dato che essa rappresentava in qualche modo una riflessione definitiva sul genere cinematografico di volta in volta affrontato. Non a caso, quindi, "già a qualche anno dalla sua morte – scrive Morreale – Kubrick è cominciato a sembrare un regista lontanissimo, un unicum nel cinema mondiale, l'ultimo regista del cinema".