Rassegna Stampa

di Roberto Arduini l'Unità 20 novembre 2003

L’imminente uscita nelle sale cinematografiche de Il ritorno del re, l’ultimo episodio de Il Signore degli anelli, ripropone l’annosa disputa sulla collocazione ideologica del suo autore. Inglese, classe 1892, J.R.R. Tolkien è stato un mito sia per gli hippy americani degli anni Settanta che per la destra italiana. Nel nostro paese, caso unico al mondo, il professore di Oxford è stato infatti considerato un reazionario e i giovani neofascisti crearono i “campi hobbit” in suo onore. Questa disputa Tolkien non l’avrebbe mai nemmeno immaginata, e fece di tutto per stroncare ogni equivoco, soprattutto quando la sua opera veniva letta come un’allegoria.
A trent’anni dall’esordio editoriale de Il Signore degli Anelli in Italia, un saggio traccia la storia di questa indebita appropriazione. Ne L’anello che non tiene, Lucio del Corso e Paolo Pecere offrono una documentazione molto approfondita su come il libro sia divenuto un serbatoio di simboli, iconografie, persino slogan a cui attingere a piene mani. Il tema è attuale perché la Destra ora più che mai rivendica a gran voce Tolkien tra i suoi padri.
Ma lo hanno mai letto? Probabilmente per niente o con molta disattenzione. Lo dimostrano i siti web delle sezioni regionali di Lega e An. E articoli apparsi su giornali, riviste, fantine collegate ai due partiti. Le Primule Verdi, un movimento giovanile legato al partito di Bossi, ad esempio invitano a divenire “bardi padani”,  scrivendo romanzi d’ambientazione celtico-padana, seguendo il Mnazoni del Fermo e Lucia (perché molto più “lumbard” dei Promessi Sposi) e appunto Il Signore degli Anelli. Ma cosa ha di padano il professore di Oxford? L’ovvia risposta è che le “storie fantasy possono rappresentare per i leghisti il legame con le proprie tradizioni”. In altri siti c’è anche la “biblioteca ideale del camerata”, in cui il capolavoro di Tolkien è definito “il libro dei libri, che più di tutti spiega cosa vuol dire essere di destra”. Ma lo hanno mai letto?
In un’intervista a Ideazione, un esponente di An ammette che il libro è “la nostra bibbia, perché  ci piace sentirci portatori dei valori della spiritualità e trasmettere pulsioni, sentimenti e idee.” Su molti volantini diffusi dai militanti di Azione giovani appaiono Gandalf e Aragorn, mentre si è arrivati a usare un’immagine dei membri della Compagnia dell’anello per protestare contro l’invasione degli extracomunitari: “Civiltà e difesa delle proprie radici” recita lo slogan. Ma i nove membri della Compagnia sono visibilmente di “razze” diverse e due di loro superano le reciproche diffidenze culturali per divenire amici inseparabili.
Passeggiando per strada, è facile poi leggere sui manifesti lo slogan “le radici profonde non gelano”, spesso unito a croci celtiche e a immagini di barbarici guerrieri muniti di spadone. La stessa frase viene impiegata talvolta per inveire contro gli immigrati clandestini (è il titolo di due articoli de la Padania, del 21 ottobre 1998 e del 29 gennaio 1999), e la si può trovare anche nelle antologie di massime neofasciste accanto a motti mussoliniani e pensieri di Ezra Pound e Giorgio Almirante. Peccato che la frase in questione abbia un senso completamente diverso: è una poesia che Gandalf invia a Frodo (lo hobbit protagonista) ed è un invito a diffidare delle esperienze, perché incontrerà un alleato inaspettato, Aragorn. “Non tutto quel che è oro brilla”, dice infatti il primo verso della poesia. Gli esempi potrebbero continuare. Ma gli autori vanno oltre, ricostruendo le varie fasi della trasformazione dell’opera tolkieniana in mito fondatore neofascista. Si è applicato al romanzo il concetto evolvano di “Tradizione” intesa come passato ideale da contrapporre alla modernità. Si tratta di una sorta di medioevo astorico, in cui oltre Tolkien coesistono Celti, druidi, templari, vichinghi, cavalieri della Tavola Rotonda, fino al punto di arrivare ai paradossali estremi leghisti.
Nel processo di acquisizione,grande responsabilità va all’introduzione di Elémire Zolla, che nella prima edizione italiana del 1970, pubblicata da Rusconi, ha sostituito la prefazione dell’autore stesso. Mentre Tolkien nega esplicitamente che le fiabe moderne debbano semplificare valori religiosi e morali o archetipi simbolici e tradizionali, Zolla trasfigura la sua scrittura esattamente in contenuti simbolici. Il professore di Oxford scrive espressamente: “Detesto l’allegoria in tutte le sue manifestazioni, e l’ho sempre detestata… Preferisco di gran lunga la storia, vera o finta che sia”, con la sua svariata applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori. Penso che molti confondano “applicabilità” con “allegoria”; l’una però risiede nella libertà del lettore e l’altra nell’intenzionale imposizione dello scrittore”. Il tema centrale, ribadito in numerosissime lettere: “Non c’è allegoria nel racconto. Persino la battaglia tra oscurità e luce (come viene chiamata da alcuni lettori, non da me) per me è solamente una particolare fase della storia, un esempio dei suoi modi, forse, ma non il Modo” (lettera 109, in Realtà in Trasparenza, Bompiani). “La mia storia non è un’allegoria del potere…Penso che nemmeno ne sia il nocciolo. Fornisce il pretesto per una guerra, ma è per lo più una cornice che permette ai personaggi di mostrarsi per quello che sono. Il tema centrale per me riguarda qualcosa di molto più eterno e difficile: morte e desiderio di immortalità. Che è come dire che il racconto è stato scritto da un uomo!” (lettere 186 e 203). Purtroppo, l’introduzione di Zolla sarà ancora presente nella nuova traduzione riveduta e aggiornata dell’opera (con il contributo della Società Tolkieniana Italiana), edita dalla Bompiani, che uscirà il 19 novembre.
Sulle orme di Zolla, la Destra continua imperterrita a vedere nel libro una lotta epica tra il Bene e il Male, come si può leggere nell’articolo del Secolo d’Italia del 22 ottobre scorso, dal titolo “E Tolkien continua a infastidire la Sinistra”. Non essendo riuscita ad arruolare il professore di Oxford, la sinistra tenterebbe di sminuirlo. Immiserito e compresso in quest’ottica miope, Tolkien sarebbe ridotto a un filologo appassionato di studi linguistici che ha scritto una storia divenuta best seller.
E invece no, perché se è vero che Tolkien era un filologo appassionato di lingue, profondo conoscitore dei miti e delle leggende medievali, è vero anche che Il Signore degli Anelli è un’epopea fantastica, con tutta una serie di stratificazioni strutturali e stilistiche, in cui  espresso il totale rifiuto del potere, una radicale denuncia per le violenze e le brutture di un mondo violento e guerrafondaio, votato all’autodistruzione… vi ricorda qualcosa?