L'analisi psicologica implacabile scava un profondo cunicolo di buio, di ossessioni sprizzate come da una corrente elettrica. Non esiste altro (solo una sconosciuta sagoma d'enigma e i fondali di una città di provincia) al di fuori di questo cuneo che penetra rapido e lento e allarga la pena: non la placa, non la illumina; la dilata, invece, e trova ancora qualcosa che fa male e nuove immagini simili a pugnalate inferte a ripetizione da «uno gnomo alle spalle».
La coppia, conduttrice del primo dei dieci racconti di Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? di Christian Raimo si riflette nel «caleidoscopio rotto» del mondo esterno. L'assedio strisciante dell'inquietudine, l'attesa delusa di un figlio, il gelo di e-mail sepolte nel cellulare, il timore di qualche sguardo gettato sul «retro delle cose» , la scoperta di una «sovrabbondanza di impressioni» : di tale firmamento interiore, di cose «incarcerate» l'una nell'altra, è fatta questa storia di emozioni taglienti e di dissolvenze seguite da un nuovo richiamo al concreto. Quando i pensieri e le parole passano su piani diversi, il dialogo tra i due protagonisti del secondo racconto sembra portarsi verso una dimensione di «ovatta» : ma sono frasi scambiate a raffica e costruite da un succedersi convulso, da una «velocità ansiogena». Atmosfere attenuate, esauste sopraggiungono in altri testi a cancellare i contorni di un paesaggio umano che si identifica con i suoi problemi, le angosce, o semplicemente con una condizione di scontento indefinibile. Incontriamo, continuando, una squadretta di calcio di maturi amici dilettanti chiamata Sogno, e un uomo che in una stanza, giornata dopo giornata, si figura gli oggetti divisi in verticali e orizzontali e elabora una cascata di pensieri e di visioni: infermo, a letto, perduto in un tempo «volato o evaporato» o «infernale eterno» , in cui un nipote, che periodicamente va a visitarlo «alla solita ora malata di afa» , è una voce intessuta di domande. «Si avvicendano momenti di vita ordinaria, trafitta da avventure eccentriche, grottesche: una scena «teatrale» , di quelle che stanno nel teatro borghese; la discussione di due innamorati sugli infiniti numeri primi e una serie di confidenze generate dalla noia. La struttura è quasi sempre orientata da un impulso di idee, riflessioni, curiosità che mette in moto un meccanismo narrativo capace di organizzare una costellazione di piccoli fatti, segmenti privi di uno svolgimento preciso ma risolti in un rovente monologo, in uno scambio di battute, in un indocile gioco del ricordo. Improvvise nascono sollecitazioni di ogni genere, pronte a far fiorire un interno o un orizzonte lontano, uno spettacolo di «facce sospese» o brucianti segnali dell'attualità (dalla politica al cinema, alla musica), la suggestione di uno scorcio cittadino (ecco piazza dei Cinquecento «oppressa nella vibrazione paranoica dei lampioni» ) e il guizzo resistente di una comparsa (l'autista di un autobus dai freni malridotti «guida balbettando sull'acceleratore» ). Da un mondo inclinato verso un senso di vuoto, un pericolo che non ha fretta di aggredire ed è quasi disposto ad accogliere i residui dei giorni, gli scarti, le ombre, escono figure notturne, le tentazioni ipnotiche di una realtà degradata, un po' indifferente, un po' infelice. Soffocante per quel colore plumbeo (anche quando vira verso un cielo «d'un biancore invadente, radioattivo» ) disteso dappertutto, insinuato nelle vicende, nelle parabole di personaggi mediocri che non sanno sfuggire al fallimento, nonostante la volontà di affrontare razionalmente i problemi, di comprendere le ragioni di ogni evento. Interprete abilissimo di situazioni rugginose, limbiche, Raimo si affida talora alla nuda scansione cronologica per spiare una vita (si pensi alla storia di Gabriele seguita con puntualità dalla nascita del personaggio all'entrata in un monastero di clausura), talaltra a una sorta di miscela di materiali eterogenei, riversati dalle citazioni, a segmenti parentetici, dalle fotografie alle cancellature, dall'uso spericolato dei ritratti alle aggressive trame delle metafore e delle iperboli, dagli appunti per un diario agli infiniti anelli della vertigine. Esemplare il testo conclusivo in cui l'io narrante registra le cose «come se le ammirasse da un treno» , si duole di avere come soli spettatori i «fili d'erba» e si avvia, in una mattina «ritagliata dal tempo e dalla geografia» , a diventare un «insieme di movimenti robotizzati». Sperduto in un'apocalittica periferia romana o in un letto d'ospedale, comprende che « un'unica circostanza unisce tutte le cose come i puntini del gioco della Settimana Enigmistica» . Ma alla fine saltano i nessi casuali e il dubbio si propone a ogni bivio. Domina la scrittura degli assilli della ragione che tiene conto delle parole costruttive, vitali e pure di quelle automatiche dei sogni vaganti nel dormiveglia gremito di detriti, dei cascami di ciò che rovina intorno e degli interminabili intervalli tra verità e finzione. I racconti visitati da un «delirio di idee» , da memorie culturali che non sempre consolano e dalla «distanza» dalle cose ci mostrano le vicende di sopravvissuti a naufraghi, incapsulati nei loro tormenti, in un vortice di interrogativi che non si avvolge su se stesso ma fa scattare un'eruzione di casi, aneddoti, cronache, creazioni dell'inconscio che a volte paiono non avere più fantasia. Tra il «corso eracliteo della vita» e il «demoniaco ciclo delle cose» erompe e si affonda un contesto di eventi e di figure che cresce da una nota di immalinconita riflessione o dalla denuncia civile: l'accanito fervore della prosa (smerigliata dagli urti, dalle scosse) accoglie e smista lo sfogo e la ricerca attenta verso una narrazione che fa saltare gli schemi dei più collaudati circuiti, portando all'equilibrio le componenti più ardue, i tragitti meno docili al racconto.