Rassegna Stampa

di Claudia Bonadonna Pulp 20 maggio 2004

“La più elegante scrittrice di prosa che abbiamo oggi in America”, declama Rick Moody. “La sua audacia lascia incantati”, incalza Dave Eggers. Se è vero che ogni scrittore giovane ha le sue ossessioni, allora Lydia Davis è la nemesi comune a molti nomi delle ultime generazioni. Un’icona del racconto breve, di quelle già pronte a prender posto fra i classici postmoderni, giusto un po’ più in basso - ma solo per necessarie questioni d’anagrafe - di Cheever e Barthelme. Cinquant’anni, dunque, all’attivo una corposa attività di traduttrice dal francese (attualmente sta lavorando alla Recherche proustiana) e pochi volumetti di short stories dal sapore agrodolce e dalla perfetta costruzione emotiva. I trentatré racconti di Break it down che l’hanno fatta conoscere al mondo e l’hanno resa famosa tra gli appassionati (con la consacrazione del Whiting Writers Award nel 1988), arrivano finalmente anche in versione italiana. E ci palesano la sua cifra delicata, apparentemente casuale, eppure intrinsecamente chirurgica, quel “minimalismo dell’anima” determinato a indagare i pezzi di verità tra le vite incrinate o infrante dei nostri tempi nevrotici. Perché la verità vera non esiste, soprattutto nel rapporto insondabile tra i sessi, esistono soltanto i particolari a riempirne l’aspirazione dell’idea: “Sapere se è arrabbiato o no; se mi ama o no; quanto è capace di ingannarmi nei fatti e dopo i fatti a parole”, elenca la protagonista di "Storia". Di queste briciole di non-saggezza la Davis fa un uso accorto disseminandole ad arte in testi fratturati che non danno speranze o soluzioni ma giocano sapientemente con la forma: strutture essenziali e urgenti come haiku (e non indenni da palese autoironia: “Ah, il mio paese, ravioli che furono, e la neve, poi”, dice pacchianamente Il poeta giapponese Issa), pensieri in libertà, frammenti di ritratti, piccole favole simmetriche in cui la nostalgia cede a sorpresa all’ineluttabilità di un finale infelice: “La donna voleva tornare a casa, ma era già a casa, là nel mezzo della campagna in una casa assediata”.