“La più elegante scrittrice di prosa che abbiamo oggi in America”, declama Rick Moody. “La sua audacia lascia incantati”, incalza Dave Eggers. Se è vero che ogni scrittore giovane ha le sue ossessioni, allora Lydia Davis è la nemesi comune a molti nomi delle ultime generazioni. Un’icona del racconto breve, di quelle già pronte a prender posto fra i classici postmoderni, giusto un po’ più in basso - ma solo per necessarie questioni d’anagrafe - di Cheever e Barthelme. Cinquant’anni, dunque, all’attivo una corposa attività di traduttrice dal francese (attualmente sta lavorando alla Recherche proustiana) e pochi volumetti di short stories dal sapore agrodolce e dalla perfetta costruzione emotiva. I trentatré racconti di Break it down che l’hanno fatta conoscere al mondo e l’hanno resa famosa tra gli appassionati (con la consacrazione del Whiting Writers Award nel 1988), arrivano finalmente anche in versione italiana. E ci palesano la sua cifra delicata, apparentemente casuale, eppure intrinsecamente chirurgica, quel “minimalismo dell’anima” determinato a indagare i pezzi di verità tra le vite incrinate o infrante dei nostri tempi nevrotici. Perché la verità vera non esiste, soprattutto nel rapporto insondabile tra i sessi, esistono soltanto i particolari a riempirne l’aspirazione dell’idea: “Sapere se è arrabbiato o no; se mi ama o no; quanto è capace di ingannarmi nei fatti e dopo i fatti a parole”, elenca la protagonista di "Storia". Di queste briciole di non-saggezza la Davis fa un uso accorto disseminandole ad arte in testi fratturati che non danno speranze o soluzioni ma giocano sapientemente con la forma: strutture essenziali e urgenti come haiku (e non indenni da palese autoironia: “Ah, il mio paese, ravioli che furono, e la neve, poi”, dice pacchianamente Il poeta giapponese Issa), pensieri in libertà, frammenti di ritratti, piccole favole simmetriche in cui la nostalgia cede a sorpresa all’ineluttabilità di un finale infelice: “La donna voleva tornare a casa, ma era già a casa, là nel mezzo della campagna in una casa assediata”.