Prosegue la meritoria opera dell’editore minimum fax di
pubblicare testi d’autore che siano riflessioni sulla scrittura, la poetica, il
mestiere dello scrittore ad usum, fra gli altri, di coloro che aspirano a
diventare tali. Le pagine di Henry Miller, da poco in libreria e raccolte sotto
il titolo di Una tortura deliziosa, sono una deliziosa forzatura
editoriale perché chi volesse ricavare qualche indicazione di carattere generale
sullo scrivere, esportabile e applicabile al di là di Miller stesso, non ne
uscirebbe con soddisfazione piena. Però può leggere il racconto che lo scrittore
americano fa del “suo” lavoro, delle sue ambizioni, delle tensioni, delle
sfiducie e delle esaltazioni che lo accompagnarono.
Certo, nella terza sezione del libro compaiono alcuni
“comandamenti” che sono ironicamente contraddittori («4. Lavora secondo il
programma e non in base all’umore. Smetti all’ora stabilita; 7. Resta umano!
Vedi gente, va’ in giro, bevi se ne hai voglia; 11. Scrivi prima di tutto. La
pittura, la musica, gli amici, il cinema, tutte queste cose vengono dopo») e
anche alcuni programmi di approfondimento che sono eloquenti nelle sue forni di
ispirazione (vespasiani, funerali, passeggiate ossessive per Parigi, corazzate,
aerei, ponti, architettura, cimiteri, tombe, cemento); così come sono
significativi i paradigmi tematici, e i simboli, che lo scrittore si propone di
verificare: «Chiarire meglio il simbolismo: ventre materno, eroe-vagabondo,
labirinto-masse, neurosi-civiltà, malattia-follia». Temi piuttosto déjà vu,
com’è evidente. Il fatto è che in questi frammentari appunti scorre quella vena
del Novecento letterario che dalle avanguardie ha portato fino a Jack Kerouac,
del quale Miller si è dichiarato ammiratore, forse vivendolo come un proprio
epigono. Ma tali appunti tecnici risalgono agli anni ’32-33, biennio importante
per Miller perché aveva in preparazione Tropico del Cancro (‘34),
Primavera Nera (‘36) e Tropico del Capricorno (‘39), i suoi libri
migliori.
Le riflessioni sulla scrittura che si possono leggere
vengono estratte anche dai successivi Sexus e Nexus, lavori la cui
condensazione simbolica si fece più ardita, sottraendo il leggibilità. Ma già
dai primi romanzi era chiaro, oggi lo è ancora di più, che Miller apparteneva a
quella famiglia di scrittori che usavano la parola come una «freccia avvelenata»
e che le sue arditezze, lo sperimentalismo avevano una forte valenza ideologica.
Trasgressiva, come si direbbe usando una parola ormai totalmente vuota di senso
tanto è stata abusata. La formula era: sperimentalismo linguistico e vitalismo,
uso sfrenato, smodato, provocatorio dell’io biografico coniugato a quello
stilistico, entrambi scagliati contro ogni convenzione, letteraria e non,
insieme alla convinzione che più la vita era estrema, più lo sarebbe stata la
letteratura. Paradigma che oggi è declinato anche nella versione pop e rock, a
uso e consumo delle masse. Inevitabile, dunque, che compaiano anche le pagine di
Miller dedicate a «Scrittura e oscenità», riflessioni comprensibili dopo che i
suoi romanzi erano stati proibiti dalla censura.
Nichilista fino in fondo Miller ha buon gioco nel 1957 a
ritenere ridicolo l’oltraggio al pudore, dopo l’esplosione di «un’unica bomba
atomica». Di fronte alla corruzione della contemporaneità il linguaggio osceno è
nulla, sostiene. Moralismi ai quali oggi guardiamo con qualche tenerezza. Nel
Novecento abbiamo già visto ogni possibile estremismo dell’io. Quanto a Kerouac,
continuiamo a essere sedotti dalla fulminante battuta di Truman Capote secondo
il quale Kerouac non scriveva ma batteva a macchina.