Rassegna Stampa

di
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Nazione Indiana
• 27 febbraio 2008
Filippo La Porta to Christian Raimo
Caro Christian, ho appena fatto una recensione al libro da te curato (Il corpo e il sangue d’Italia), però la tua introduzione mi ha lasciato perplesso. In che senso? A prima vista ineccepibile, ultracorretta. ll valore semantico della parola “verità” (che una volta Freccero disse trattarsi di citazione dagli anni ‘60), e poi il principio di realtà e perfino la “provocazione etica”! Ma sei sicuro che queste cose ti appassionino? Mi sono perso forse qualche passaggio. In un dialogo con Cortellessa non ricordo che tu opponessi una resistenza memorabile al suo negare il valore semantico dei concetti di “verità” e “autenticità”…
Dopo aver letto la tua introduzione ho pensato di avere di fronte un ircocervo: che so, il corpo di Cortellessa ma la testa socratica di Fofi, il nichilismo un po’ cinico di Scarpa e lo sdegno che dà sul vernacolo di Giacopini… Mi permetto di dirtelo proprio perché tu stesso inviti a mettersi in gioco. Visto un po’ dall’esterno il tuo atteggiamento sembra una variante all’interno del gioco italianissimo dei travestimenti. Ma: pronto a ricredermi, naturalmente. L’etica? Sì, vabbè, ma su cosa la appoggiamo? Una tradizione? Il passato? Il futuro? L’amore per qualcosa o qualcuno? Una fede appunto nella “realtà”? Tutte cose che, credo, abbiamo urgente bisogno di ri-motivare di nuovo. Non ti pare?
Christian Raimo to Filippo La Porta
Innanzitutto, grazie. Provo a rispondere un po’ ai tuoi punti interrogativi, e poi a ribaltarti le definizioni. Verità, principio di realtà, provocazione etica: sì credo che queste cose mi appassionino. Sono sinonimi per me di tutto ciò che di interessante, di toccante può produrre la scrittura. Ossia qualcosa che vada oltre il consumo emozionale, informativo, o estetico. In questo senso io e Andrea Cortellessa abbiamo lo stesso obiettivo polemico. Una tendenza entropica del linguaggio: dove qualsiasi forma retorica è una versione del tautologico. Quella che forse tu definivi la scrittura creatina - un esercizio dopato della pratica letteraria. La grande quantità, l’enorme quantità di libri non necessari che affolla le librerie. A questo stato di fatto, a questo paesaggio, peggiorato direi anche soltanto dai tempi recenti in cui mi sono fatto quella chiacchierata con Andrea Cortellessa, io e Andrea cerchiamo di rispondere in modi diversi, anche perché possediamo strumenti diversi, bagagli diversi. E io - detto per inciso - ho molto da invidiare al suo. Semplificando: mentre io credo sia possibile tentare una battagliera e diciamo così popolare sfida a questo regime linguistico antropico, Andrea è invece per guerriglia e carboneria. Mi spiego con le evidenze: tutti e due lavoriamo adesso a dei progetti editoriali. Andrea alla collana fuoriformato, che è un progetto bellissimo, ma già per sua natura, fuori mercato, fondamentale e bellissimo. E’ in questa bellezza - priva spesso di mediazioni - che lui riconosce, secondo me eh, una possibilità di azione. Una militanza. Io cerco lo scontro diretto. Già il fatto che il primo libro che ho curato per questa collana sia un’antologia, vuol dire per me chiamare a raccolta le forze. Quest’antologia, nella mia testa, ha una contrapposizione nucleare con un pensiero quasi unico che trovo nel giornalismo attuale, nella scrittura politica, nelle forme dl reportage che oggi acquistano sempre più spazio anche in Italia. Per sintetizzare:
“lo stare dalla parte giusta”, senza essermi davvero interrogato sulle ragioni del conflitto; l’indicare il nero per mostrare di essere nel bianco. Il libro di Roberto Saviano ha avuto in questo senso uno strano valore: ha messo al centro dell’interesse letterario, diciamo così, il corpo sociale. Ma sull’onda del successo di Gomorra, si è assistito a una specie di sdoganamento indiscriminato di due tendenze: il raccontare i fatti propri in un libro come se fossero uno strumento testimoniale di valore assoluto, non mediabile - e questo vale anche nei casi più nobili diciamo così, ti faccio l’esempio del libro ambiguo – proprio perché vuole chiarire TUTTO – di Mario Calabresi (Spingendo la notte più in là). E - seconda tendenza: il racconto famelico della realtà, soprattutto il disagio, la voglia moralista di inchiesta. Sono due modi di farla breve, mentre la letteratura non è mai breve. Non è mai breve perché inciampa, e proprio dove inciampa cerca, e muove, altri strumenti. E qui per me sta tutta la questione imprescindibile del valore della verità. Ti ricordi lo tiravo fuori, pure presentando il libro di Marco Mancassola. Ci dev’essere una dimensione verticale, di domanda morale certo, di interrogazione spirituale, anche nel pezzo più scaltro di indagine sociale o antropologica, di racconto testimoniale.
Non ti sembra forse così?
Filippo La Porta to Christian Raimo
Caro Christian,
provo a replicare alla tua argomentata risposta.
1) Avanguardie conformiste
Innanzitutto: la mia sorpresa (certo, anche un po’ “retorica”) di fronte alla terminologia che usavi nella introduzione, deriva dal fatto che in questi anni mi sembra che tu costeggiassi quelle che altrove chiamo “avanguardie conformiste” (e allora vi inclusi, proditoriamente, Andrea), ossia quella diffusa retorica dell’oltre e dell’estremo, di origine avanguardistica, ben riassunta in un opuscolo Bollati sulla Bassa definizione. Mi sembravano davvero le stanche, quiete teorizzazioni epigonali, a tempo ampiamente scaduto, di posizioni che in altre epoche furono pure tragiche ed importanti e rischiose (per inciso: anche il romanzo di tua sorella, Il dolore secondo Matteo, pur scritto con estrema sapienza, mi pare che non eviti un effetto di “quieta simulazione dell’orrore”, come se la rappresentazione del male in fondo non le costasse niente!). Ma può essere che mi sbagliavo e che ti appiattivo su tutto il resto.
2) Gli esempi
Nel merito: dici che l’obiettivo polemico è una “tendenza entropica del linguaggio”. Benissimo. Ma oggi chi la incarna? Chi se ne fa artefice? Chi la avversa? Un conto è pensare che gli elementi di “resistenza” vadano cercati, poniamo, in Sanguineti, Lello Voce e Frasca, come fa Andrea, un conto in Moresco, come fa la Benedetti, un conto in Piergiorgio Bellocchio e in Marina Mariani, come fa Berardinelli, del quale Andrea ammira lo stile ma aborre i “contenuti”, trasformando l’acuminato Berardinelli in un prosatore d’arte! Non credi che, al di là della teoria, gli esempi siano decisivi? Va bene, poi Walter Siti involontariamente ci riunifica tutti, ma ne riparlo dopo.
3) Individuo e realtà
Se il nemico è la pretesa - aproblematica, acritica - dello “stare dalla parte giusta”, bisogna allora ridiscutere e riverificare ogni cosa, senza dar nulla per scontato (ad esempio: ogni volta che parliamo di “poteri”, definirli!) anche le premesse dei nostri discorsi (perfino, lo dico non solo con ironia, le premesse della nostra civiltà). Dunque: su cosa verosimilmente appoggiare le nostre “provocazioni etiche” e i nostri giudizi critici? Su Dio? Sulla natura? Su una razionalità condivisa? Sulle moltitudini di Toni Negri e sulle comunità autogestite della Klein? Su una tradizione ancora riconoscibile? Su una ideologia? Su una classe sociale? Su una dialettica della Storia? Sull’amore per la bellezza? Credo, caro Raimo, che quei giudizi oggi possano fondarsi solo su una percezione personale delle cose e poi - scusa l’enfasi della formulazione - sulla fiducia nell’esistenza della realtà, nella capacità individuale cioè di distinguere ancora ciò che è reale da ciò che non lo è (ed è invece simulazione di sentimenti e idee, calcolo e logica di potere, strategie e giochi di ruolo, autoesibizione). Dunque: individuo e realtà. Perfino Nietzsche e Heidegger, giustamente avversi al positivismo, pensavano che il linguaggio, pur modellando i fatti, non è che li producesse! La realtà, sempre condizionata dal linguaggio che usiamo per nominarla, esiste però indipendentemente da noi, e ha un suo ritmo, una sua consistenza tale da impedirci di parlarne a vanvera (vedi Hilary Putnam, che è un uomo, giuro!) Individuo e realtà (due cose che non piacciono né ai marxisti né ai cattolici) sono entità solo in parte verificabili, e dunque anche un po’ mitiche. Ma abbiamo bisogno di miti civili che, come le idee regolative di Kant, possano ispirare la nostra immaginazione e i nostri comportamenti.
4) Eroismi fuori tempo massimo
La carboneria, la resistenza clandestina, etc. sono cose lodevoli ma troppo “novecentesche” e conservano del moderno la parte più residuale (un pathos da guerra civile e da guerra di posizione, il privilegiamento aprioristico di ciò che è minoritario, il sentirsi eroici e sovversivi). Perché Siti piace a tutti? Perché uscendo da qualsiasi logica pseudoelitaria a) rischia, si mescola intrepidamente ai gerghi e alle icone e alle più impresentabili mitologie del presente e b) si misura frontalmente con la questione dell’autenticità, oggi ovviamente riproposta su basi diverse ma non eludibile (ad esempio: essere autentici attraverso il lifting!).
5) Sperimentazioni
Infine: la tua antologia mi è piaciuta proprio perché indica nella commistione dei generi, e non in una trasgressione del linguaggio che ormai conclude nella pubblicità, il terreno più fecondo per la sperimentazione oggi.
Christian Raimo to Filippo La Porta
1)Avanguardie conformiste
Rispetto alle forme che tu chiami epigonali, elitarie, o carbonare d’avanguardia, io la penso un po’ come Rosenzweig la pensava con Rosenstock rispetto al rapporto tra ebrei e cristiani. Ossia qual è il ruolo che la comunità ebraica ha oggi per la chiesa, dal punto di vista di un ebreo che vorrebbe convertirsi al cristianesimo? L’ebraismo ha per Rosenzweig un valore profetico e di stimolo rispetto al progetto di Dio nel mondo? Ecco, per me il lavoro che può fare Cortellessa, con le debite proporzioni, è uno stimolo oggi assolutamente minoritario nel mercato culturale che però è essenziale per il rapporto con la tradizione, per la continua ridefinizione dei confini di cosa può essere sperimentale in una direzione connotata, certo, dalle esperienze delle avanguardie storiche. Il fatto poi che si sia messo a fare l’editore con la collana fuoriformato, ha tolto alla sua voce critica anche un tono filoapocalittico che rischia, sempre, per tutti, di assorbire il resto dei toni.
> 2)Gli esempi
Qui ti rinvio a un mio pezzo uscito di recente su Nazione Indiana intitolato Il cibo (non sono pochi quelli che cercano scialuppe), in cui faccio degli esempi di resistenza in un contesto che mi appare vada ridefinito.
> 3)Individuo e realtà
Parto dalla fine, parto da Kant e dalla sua formulazione dei limiti della nostra non solo conoscenza, ma esperienza in toto, anche estetica. Se dovessi ripartire da un fondamento, da un grund, da qualcosa che non sia riducibile a un terreno comune che frana appena ci metto piede, ti direi che mi interessa far interagire in un certo senso Wittgenstein con Levinas, e arrivare a Ricoeur forse. Ossia, se io parlo sto sempre dentro un contesto linguistico, che, come mostra Foucault, è un contesto di potere. Chiarificare questo è una pratica wittgesteiniana a cui aderisco in toto. Il saggio di Antonio Pascale su Il corpo e il sangue d’Italia andava in questo senso. Per me è stupido chi guarda solo la luna e non si accorge di come è fatto il dito. Da un punto di vista precisamente letterario invece, devo dare ragione all’ipotesi di Levinas di fondare un’etica dell’alterità assoluta. Il volto dell’altro che mi guarda e mi chiede risposta, mi responsabilizza prima che io mi muova all’agire. Se non c’è il volto dell’altro, se non c’è il dolore dell’altro, se non c’è lo sguardo dell’altro come prius assoluto, rispetto al quale io scrivendo posso solo che segnare il mio rimanere indietro, il mio scompenso, la mia incapacità strutturale, istologica, di rappresentare, la letteratura non ha senso, è una pratica di replicazione di un immaginario codificato. Dicevo Ricouer perché Ricoeur prova a dire questa cosa in Tempo e Racconto straordinariamente meglio di quanto saprei fare io, a proposito di scompensi.
> 4)Eroismi fuori tempo massimo
L’autenticità, o meglio la Verità con la v e tutte le lettere maiuscole è la stessa parola che tirava fuori qualche giorno fa Raffaelli sul Manifesto a proposito di un dibattito sull’impasse della critica. Verità è una parola inabusabile, crea una vertigine di senso, spiazza le categorie logiche. Mi ricordo che l’ultima volta che ci siamo incontrati dal vivo, alla presentazione del libro di Marco Mancassola Il ventisettesimo anno, la tirai fuori per il suo libro perché mi sembrava che se dobbiamo scoprire qualcosa del nostro presente, non possiamo che cercare da un’altra parte il bisogno di senso che una società (anche letteraria) come la nostra finge di placarci in ogni istante, senza mai farlo. Per questo Siti ci mette tutti d’accordo, perché dice esplicitamente: vado da un’altra parte, un’altra parte che non conosco, me ne vado dalla letteratura, da Pasolini, e me vado da Alda D’Eusanio, nelle palestre, tra le protesi dei cazzi. Il suo, come quello di Mancassola, è un romanzo di formazione, e oggi, probabilmente un romanzo di formazione non può nutrirsi di un’emancipazione culturale.