Frutto di una stagione irripetibile, di quella Nouvelle Vague che ha conferito liceità artistica alle opere cinematografiche, il cinema di
Jean-Luc Godard è con il tempo divenuto quasi ectoplasmatico, involontariamente invisibile per quello spirito autarchico che lo ha sempre sostanziato e la caparbieria nel tenersi lontano dai grandi sistemi di produzione. Un approccio originatosi ben prima che il regista avesse la possibilità d’impressionare pellicola con il seminale À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1960), già sviluppatosi sulle pagine dei Cahiers du cinéma con quell’attitudine analitica rigorosa, appassionata e intrinsigente con qualsivoglia speculazione merceologica che contraddistinse gli alfieri dell’allora nascente critica cinematografica.
Un movimento disfattosi negli anni e di cui Godard resta l’unico, con la pratica filmica e saggistica, a continuare ad afferrare la specificità del mezzo espressivo e al contempo a ridefinire terminologie e metodologie interpretative che hanno rappresentato capisaldi ontologici del pensiero per immagine, in special modo il concetto della tanto abusata e fraintesa politique des auteurs.
La copertina italiana del libro edito da Minimum FaxCon
Due o tre cose che so di me, antologia di testi selezionati dalla raccolta francese Godard par Godard curata da Alain Bergala, è possibile saggiare l’acume della riflessione del regista parigino attraverso interviste, conversazioni e commenti ai propri film.
Un libro che in maniera non ortodossa ripercorre le tappe fondamentali della produzione godardiana: la scrittura propedeutica all’esordio filmico, il periodo ideologico e la conseguente fondazione del Gruppo Dziga Vertov, fino ad arrivare al confronto con la televisione e i nuovi mezzi di riproduzione audio-visivi.
Una lettura entusiasmante per l’estro e l’intensità con cui Godard affronta le tematiche più svariate, con un’attitudine dialettica intenta a comprendere la complessità e la cangianza di fenomeni, questioni e intuizioni di qualsivoglia ambito di ricerca, un argomentare analogico che avanza per corrispondenze intuitive, immaginifiche e concettuali. Un flusso di idee non accomodante, un piglio polemico, a volte feroce, che lascia evincere la carica rivoluzionaria che ha permeato l’intera sperimentazione di Godard, che ha inteso politicamente ogni singola fase del suo operare artistico, comprese la produzione e la distribuzione, gangli essenziali e quasi sempre appannaggio dell’imperante modello hollywoodiano che ha omologato e spesso mortificato il potenziale linguistico insito nel cinema. Sovente infatti, traspare dalle parole di Godard il rimpianto per le forme che la settima arte avrebbe potuto assumere e che il cinema degli albori, l’audacia illuministica tedesca o la ricerca ejzenštejniana avevano lasciato intuire; così come è palpabile il rancore per un cinema che al momento opportuno perde il suo contatto con la storia e, di fronte all’orrore dei campi di concentramento, indietreggia e lascia il campo al deserto morale.