Rassegna Stampa

di Andrea Grieco Alphabet City 12 febbraio 2008

Frutto di una stagione irripetibile, di quella Nouvelle Vague che ha conferito liceità artistica alle opere cinematografiche, il cinema di Jean-Luc Godard è con il tempo divenuto quasi ectoplasmatico, involontariamente invisibile per quello spirito autarchico che lo ha sempre sostanziato e la caparbieria nel tenersi lontano dai grandi sistemi di produzione. Un approccio originatosi ben prima che il regista avesse la possibilità d’impressionare pellicola con il seminale À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro, 1960), già sviluppatosi sulle pagine dei Cahiers du cinéma con quell’attitudine analitica rigorosa, appassionata e intrinsigente con qualsivoglia speculazione merceologica che contraddistinse gli alfieri dell’allora nascente critica cinematografica.
Un movimento disfattosi negli anni e di cui Godard resta l’unico, con la pratica filmica e saggistica, a continuare ad afferrare la specificità del mezzo espressivo e al contempo a ridefinire terminologie e metodologie interpretative che hanno rappresentato capisaldi ontologici del pensiero per immagine, in special modo il concetto della tanto abusata e fraintesa politique des auteurs.

La copertina italiana del libro edito da Minimum FaxCon Due o tre cose che so di me, antologia di testi selezionati dalla raccolta francese Godard par Godard curata da Alain Bergala, è possibile saggiare l’acume della riflessione del regista parigino attraverso interviste, conversazioni e commenti ai propri film.
Un libro che in maniera non ortodossa ripercorre le tappe fondamentali della produzione godardiana: la scrittura propedeutica all’esordio filmico, il periodo ideologico e la conseguente fondazione del Gruppo Dziga Vertov, fino ad arrivare al confronto con la televisione e i nuovi mezzi di riproduzione audio-visivi.
Una lettura entusiasmante per l’estro e l’intensità con cui Godard affronta le tematiche più svariate, con un’attitudine dialettica intenta a comprendere la complessità e la cangianza di fenomeni, questioni e intuizioni di qualsivoglia ambito di ricerca, un argomentare analogico che avanza per corrispondenze intuitive, immaginifiche e concettuali. Un flusso di idee non accomodante, un piglio polemico, a volte feroce, che lascia evincere la carica rivoluzionaria che ha permeato l’intera sperimentazione di Godard, che ha inteso politicamente ogni singola fase del suo operare artistico, comprese la produzione e la distribuzione, gangli essenziali e quasi sempre appannaggio dell’imperante modello hollywoodiano che ha omologato e spesso mortificato il potenziale linguistico insito nel cinema. Sovente infatti, traspare dalle parole di Godard il rimpianto per le forme che la settima arte avrebbe potuto assumere e che il cinema degli albori, l’audacia illuministica tedesca o la ricerca ejzenštejniana avevano lasciato intuire; così come è palpabile il rancore per un cinema che al momento opportuno perde il suo contatto con la storia e, di fronte all’orrore dei campi di concentramento, indietreggia e lascia il campo al deserto morale.