Mark Strand è un importante poeta americano e Minimum fax un editore intelligente. Insieme, e grazie al lavoro di Damiano Abeni, traduttore di vaglia, han dato alla luce una bella antologia di poesia americana contemporanea. Non sarebbe una notizia di gran rilievo, se queste cose, come dovrebbe, fossero normali. Invece è la prima volta in quarant’anni che una squadra tipo “dream team” (una decina di premi Pulitzer e altri nomi di gran fama) viene riunita e presentata in un’antologia per il lettore italiano. E lo spettacolo di poesia è notevole. La figura di Mark Strand, considerato uno dei maggiori poeti americani (è del ’35), è ormai familiare in Italia. Ci torna spesso, ci sta bene. E questa antologia è dovuta alla sua amicizia. Il fatto non è secondario.
Nella breve nota introduttiva, Strand, Premio Pulitzer 1999 e già Pocta Laureato d’America nel 1990, indica uno dei motivi di importanza di tale antologia: “Per la maggior parte dei lettori stranieri la poesia americana sembra essere terminata con i Beat (Allen Ginsberg e Gregory Corso), i “Black Mountains Poets” (Charles Olson e Robert Creeley) e la “New York School” (John Ashbery, Frank O’Hara e Kenneth Koch). Questo volume” continua Strand, “è un tentativo di aggiornare il lettore attento e di mostrare che la poesia americana è viva e vegeta”. Naturalmente nessuno al mondo pensava che la poesia americana si fosse fermata. Solo che mancavano in Italia editori coraggiosi che si assumessero il rischio di dare un nuovo panorama, dopo quello fazioso e fortunato della Pivano, con al poesia degli “ultimi americani”. Qua e là, sotto le sigle di Jaca Book, de L’Obliquo, di Adelphi, di Donzelli o di Giano, erano apparsi libri di alcuni di questi poeti, e già da tempo si era capito che l’idea stessa di “ultimi americani”, deliziosamente ambigua e per così dire ideologicamente orientata, era fasulla. Mentre una rassegna sistematica delle voci più importanti d’America (una per tutte, Adrienne Rich) è stata offerta negli ultimi anni da “Poesia”. Di americani poeti ce n’erano parecchi in giro, e di notevole valore. Così ora questa raccolta di poeti che non sono più giovani (la meno agée è Jorie Graham, nata nel ’50) ci mostra in un colpo quel che doveva essere assodato da una ventina d’anni e che al lettore curioso di poesia veniva negato di conoscere. I curatori di questo libro si muovono in un senso contrario in quello imboccato da Fernanda Pivano nel 1963. Intanto, Mark Strand, essendo interno a questo mondo di nuova poesia e trattandosi di suoi coetanei e, in alcuni casi, più che conoscenti, non può barare. Non può arrivare da fuori con una bella idea e applicarla alla realtà. Certo la Pivano si è sempre piccata di essere “amica” di molti dei suoi poeti, e conosce gli Stati Uniti, ma la sua antologia, ancora oggi, lascia il senso di una costruzione un po’ forzata. E le migliori sorprese si trovano, per così dire, a margine del tracciato da lei offerto al lettore. E mentre allora dominava (nella prefazione e nelle scelte) la presenza di un discorso di grande passione e di forte impronta ideologica, qui, più coerentemente rispetto al diffuso atteggiamento (snobistico?) anglosassone, non ci sono discorsi, teorie e troppi preamboli. Ci sono i testi. E nei testi una movimentazione della vita, per esempio, nei versi riflessivi di Robert Hass, uno dei migliori a mio parere, o nella sequenza di Robert Pinsky, traduttore di Dante e scheggiante poeta.
In generale, questa antologia, ci presenta poeti “preziosi”, non solo in quanto tutti molto colti ed esperti (sono professori e quasi tutti insegnanti di scrittura creativa). Sono preziosi per la levigatezza meditativa con cui avvolgono di sguardi il mondo. Sono uomini e donne che sanno di non potersi accontentare di un pensiero semplice, né di una sensibilità diritta, e che vengono dopo un periodo della poesia (e della cultura) che in vario modo ha eroso ogni aura novecentesca, creando nuove immagini e nuova retorica intorno alla poesia (per esempio quella tipizzazione neoromantica che Flannery O’Connor accusava nei Beat quando li trovava insopportabili nel pretendere di avere anche l’odore dei poeti).
In queste poesie preziose – e a volte “professionali” tanto appaiono prive di sbavature – si assiste ad una potente lotta di conquista. E’ come se la poesia di questi americani, accettando uno statuto di massima impoeticità secondo i canoni normalmente predicati da una lettura neoromantica, mostrasse invece la vitalità di una percezione mobilissima e problematica nel mondo, non riducibile a nessuna ideologia, e tesa, in modo spasmodico pur sotto la pulizia dello stile, a riconoscere un dato umano primordiale. E’ come se questi poeti dicessero: non abbiamo più niente da difendere, facciamo anche un mestiere il meno poetico in assoluto, veniamo alla fine di un secolo che ha pressato la poesia sotto ogni spinta. Siamo come agli inizi, come i “cortesi”, facciamo un mestiere che ci permette di scrivere. Ma il problema non è la nostra biografia, anche se parliamo di quello che ci capita. Il problema è se ce la faremo tutti a salvare qualcosa di dignitoso nella vita.
E non è questo che deve fare la poesia? In ognuna di queste voci ricorre una sorta di preoccupazione per l’anima o per qualcosa che le somiglia. Ricorre nella varietà di stili che, nota Strand, fa sì che nessuno di questi appartenga a una scuola, a un gruppo, ed è motivo per cui nessuno “professa un’ideologia o propone giustificazioni teoretiche di quello che fa”.
Avendo conosciuto di persona alcuni di questi poeti posso dire che si tratta di uomini che vivono la condizione della poesia a volte senza slancio apparente. Affabili, professionali. E però si capisce che sono “concentrati”, che li inquieta un dramma aperto, sono uomini che non si sentono “a posto”. Sono costoro una voce “altra” dell’America ufficiale? Sono un antidoto alla lingua del funzionalismo e moralismo che sembra arrivare di là? Non credo che si ponga più in questi termini il problema di poeti come Strand e soci. Credo che se ciò avviene non è per un programma. E’ ancora vero, comunque, quel che notava Pavese interessandosi a quanto accadeva nella letteratura americana. Su quel palco, diceva pressappoco, avviene con più chiarezza il dramma che ci riguarda tutti. E il problema elementare della salvezza di qualcosa di umano, di qualcosa dei nostri sempre germinanti primordi, è oggi urgente davanti a noi.
Si incontrano poesie molto belle, come “Messaggeri” di Louise Gluck (del 1975), “Orfeo ed Euridice” di Jorie Graham (’87), “Teologia naturale” di Robert Hass (’89), alcuni momenti della lunga sequenza di Pinsky “Tristezza e felicità”, del ’75, e un paio di inediti di Strand. Verso la fine, ci sono le fortissime poesie di C.K.Williams, tra cui “La vicina”, del ’97, e l’alta voce di Charle Wright. Strand all’inizio si preoccupa solo di dire che tra le poesie di coloro che formano “la generazione successiva di quella che va da Robert Lowell a Sylvia Plath” ha cercato di includere quelle che riteneva migliori. Il traduttologo potrà fare qualche osservazione sul lavoro di Abeni. Il lettore più informato sulle cose d’oltreoceano potrà naturalmente obiettare circa certe omissioni (per esempio sarebbe stato bello trovare un poeta come Phlip Levine, Pulitzer nel ’95, erede della Beat Generation e della New York School, o un buon poeta “blues” come Ysef Komunyakaa, e ci potevano stare anche Edward Hirsch o Thylias Moss, per stare a due estremi opposti). O si potrebbe pretendere un maggior affondo, per esempio, su fenomeni come il new formalism (da cui esce una straordinari poetessa come Raquel Wetszeon), o il boom delle traduzioni di Dante e degli slam poetici, o come la nuova poesia newyorkese e, da ultimo, il lancio della poesia in radio con divi e dive a leggere. Ma l’America è grande, ed è abituata a segnare il passo (anche il nostro) non con grandi analisi e descrizioni di se stessa, ma con i gesti. Così come fanno ora Mark Strand e Damiano Abeni. Speriamo che altri facciano la loro parte, scendendo da questa fervida e provocante generazione poetica a voci a noi ancora più prossime nel tempo, e però come queste accomunate nel dramma universale.