Rassegna Stampa

di Pierluigi Lucadei IlMascalzone.it 17 gennaio 2008

Con tutta probabilità ha un titolo meno geniale di quello della raccolta di scritti pubblicata da minimum fax esattamente un anno fa (“Guida ragionevole al frastuono più atroce”), ma “Deliri, desideri e distorsioni” è, se possibile, ancora più grande e appassionante. Il talento di Lester Bangs è un autentico fiume in piena. Anche volendo, è impossibile stargli dietro. Però, che piacere impagabile provarci. Siamo negli anni in cui le utopie erano già cadute da un pezzo eppure la musica era ancora vista come una questione di primaria importanza, per lo meno da una manica di pazzi che erano soliti farsi cullare, cambiare, maciullare o salvare la vita da una canzone rock. Agli eredi di quella pazzia che, pur nel degrado senza rimedio di un’epoca mercificata e sommersa di ‘immondizie musicali’, ancora oggi riescono a trovare perle per cui può valere la pena aprire gli occhi la mattina è dedicato questo libro. Dentro è possibile trovare tutto l’armamentario critico di Lester Bangs: eccitazione, ferocia, passione vera, colpi bassi, calci nel culo; e poi i pronostici smentiti, le allucinazioni, i voli pindarici, le esaltazioni vertiginose come le stroncature perentorie. C’è la musica che ama, “Horses” di Patti Smith, Miles Davis, Charlie Haden, “The Marble Index” di Nico, e quella che pro Letto insieme a “Guida ragionevole al frastuono più atroce”, questo “Deliri, desideri e distorsioni” rappresenta un’opera imprescindibile per chi è una rockstar nella vita di tutti i giorni. Lester Bangs, per primo, ha vissuto come una rockstar, bruciando tutto, bruciando di vita, bruciando d’elettricità, bruciando di cattive abitudine, bruciando di una strana celebrità. Philip Seymour Hoffman ne ha offerto una credibile interpretazione in Quasi famosi, film di qualche anno fa girato dall’eterno rockettaro Cameron Crowe; REM, Bob Seger, Ramones l’hanno cantato nelle proprie canzoni; ma la via più corretta per conoscere Bangs passa, necessariamente, per i suoi dirompenti scritti.
Vorrei chiudere con la definizione di Keith Richards più esagerata che vi capiterà mai di leggere: «Keith Richards sembrava incarnare tutte le cose buie e tragiche che il trip degli Stones avesse mai fatto temere: l’anima insipida, la pelle giallastra, scorticato fino all’osso, e dietro l’ombra degli occhi nascosti dal riflettore la traccia di un’intelligenza malata, troppo cancerosa ormai per snocciolare maledizioni». Firmato Lester Bangs.