Rassegna Stampa

di Paolo Mauri La Repubblica 18 marzo 2004

La casa editrice minimum fax (il minuscolo è d'obbligo) nata una decina d'anni fa a Roma per iniziativa di ventenni che oggi sono fatalmente intorno alla trentina, ha le caratteristiche tipiche del laboratorio: esplorazioni in territori nuovi (i giovani americani consacrati da un'antologia originale poi venduta all'estero) recupero di autori trascurati (ancora una volta scrittori americani come Barthelme o Barth) assaggi di prose italiane per lo più di coetanei degli editori.
E' il caso, ora, dell'antologia intitolata La qualità dell'aria che ha per sottotitolo: "storie di questo tempo" a cura di Nicola Lagioia e Christian Raimo (pagg. 364, euro 13) con una prefazione (dei curatori che sono anche autori in proprio) che parla di un "forsennato corpo a corpo" con gli scrittori cinvocati (autoconvocati?) o comunque associati all'impresa.
Se il lettore prova ad attraversare i venti racconti proposti come se si trovasse di fronte ad un testo-patchwork scopre alcune cose interessanti. Gli autori hanno per lo più il pallino degli anni di piombo: quei Settanta in cui si colloca la loro data di nascita e dunque si propongono come narratori di un passato prossimo recuperato "dal vero" o anche solo immaginato. Comunque della storia, degli ambienti, dei delitti cui hanno assistito senza saperlo: l'aria in cui sono cresciuti. Compare e non solo una volta la Fiat, ma come Moloch remoto. Luogo in cui si decidono i destini del mondo. Più semplice esplorare la realtà dell'indotto: fabbrichette che la crisi manda improvvisamente all'aria.
Nella "Situazione" di Ernesto Aloia si narra la storia di Eugenio Gemona, che ha sposato Claudia, la figlia del principale, e ha una relazione con l'operaia Delfina. Lui è figlio di un professore di liceo ed ha dunque alle spalle una vita dignitosa ma non certo lussuosa. Ora ha conosciuto l'agiatezza e ne è diventato schiavo in modo anche un po' vergognoso: suo compito è infatti distribuire mazzette, corrompere, nascondere denaro. Cercherà in qualche modo di riscattarsi, di mettersi dalla parte degli operai, ma alla fine avrà la peggio. In "Più bella del rame" di Giordano Meacci la fabbrica "Rotor", che provvedeva a tagliare gommapiuma per i sedili delle auto Fiat, chiude a Torino e riapre a Roma. Nuovi clienti, ma meno operai perché la tecnologia avanza...
Christian Raimo nel suo "Magari no", che è un racconto on the road un po' scompigliato, avanza la curiosa ipotesi che coloro che incarnano una speranza debbano avere capelli folti, magari ricci come McEnroe. E cita (siamo sempre agli anni Settanta) le folte capigliature di Berlinguer, Pasolini e Moro, contrapponendole alle calvizie di Craxi e De Mita: "la fine della speranza, il rampantismo, l'illusione atroce di un'Italietta arricchita". E' un'idea che starebbe bene in un film di Moretti.
Alla storia del terrorista Nero Tuti e alla fabbrica di divani Lenzi dedica il suo racconto - referto Elena Stancanelli, puntandi agli anni Settanta attraversati dalle trame della P2.
Il disagio, la condanna , la solidarietà (nel racconto bergamasco della Parrella) lo straniamento (vedi la breve storietta di Covacich). Gli scrittori di La qualità dell'aria usano la prosa e i loro plot come una sonda. L'unico appunto di fondo che viene spontaneo fare è che "sanno troppo" e raramente si lasciano sorprendere dalle loro stesse invenzioni. La scrittur appoggia la riflessione, come del resto ci dice chiaramente questo ricorrere alla storia recente che sta alla base dei nostri anni. Forse (narrativamente parlando) rischiano poco. Mi viene in mente Foster Wallace e la sua magnifica rilettura del presidente Johnson. Anche lui era sceso quella volta all'indietro nella storia recente, ma l'aveva in qualche modo violentata, ce l'aveva mostrata da un'altra parte. La qualità dell'aria è un libro di narratori - filosofi. Non per nulla ci sono ache racconti - saggio, come quello di Emanuele Trevi su via Merulana. E c'è un'intervallo disegnato, la breve storia di un grande maiale che invade una città, che aspira ad essere una sintesi a priori.
Nel prendersi la responsabilità di raccontare il proprio tempo, come notano i due curatori, gli autori sanno di non aver partecipato a nessun otto settembre o venticinque aprile e neppure sono stati testimoni del delitto Moro. Ma gli scrittori hanno bisogno di eventi forti per trovare la loro strada? Forse qui c'è, sotto sotto, una qualche sottile sfiducia nei confronti della scrittura, in attesa che la storia, maiuscola o minuscola che sia, venga a riempire i vuoti. Comunque l'antologia era giusto farla: adesso aspettiamo che gli scrittori escano dal vivaio e guadagnino il mare aperto.