Rassegna Stampa

di Guido Caserza L'Unione Sarda 03 febbraio 2004

Accusata con una certa faziosità da Tiziano Scarpa di praticare un colonialismo alla rovescia, la casa editrice minimum fax continua a immettere sul mercato italiano autori di oltreoceano con una strategia editoriale efficace. Dopo la pubblicazione di tanti inediti del grande Carver e dopo quella, clamorosa, dell’antologia di narratori americani inediti anche negli States, ecco ora una nuova antologia della poesia americana, intitolata West of your cities (pp. 326, euro 14), curata da Mark Strand, settant’anni nel 2004 e Poeta Laureato d’America nel 1990.
Il titolo dell’antologia non è semplicemente denotativo: “Ad ovest delle vostre città” non vuole solo indicare la provenienza geografica di queste poesie, ma anche la loro alterità rispetto alla nostra cultura letteraria e, in particolare, alla nostra tradizione poetica. Sebbene si intuisca il magistero della Dickinson in molti di questi poeti, e nonostante la Dickinson si fosse nutrita della grande poesia metafisica europea, la nuova poesia americana coniuga la realtà e il simbolo, la materia e l’infinito declinandoli su ritmi più ampi, arcature sintattiche che tendono al narrativo e, soprattutto, impiega un lessico e una lingua semplici, che parlano direttamente all’orecchio del lettore.
Gli antologizzati sono dodici poeti nati fra il 1934 e il 1950, rappresentano la nuova generazione post-Beat e, come precisa Strand nella prefazione, «sono tutti contrari alla guerra in Iraq», anche se questo non è il dato saliente dell’antologia.
Il dato saliente è piuttosto l’amore per la poesia e il fastidio per le prese di posizione dirette, per la giustificazione teoretica o per l’enunciazione moralistica. Come scrive Strand, questi poeti «costituiscono la generazione successiva a quella che va da Robert Lowell a Sylvia Plath, e le loro opere rappresentano la corrente più vasta e vitale della poesia americana in questo momento». A differenza dei Beat, non sono però tenuti insieme da alcun collante ideologico o politico e le loro poetiche, rese nell’intelligente traduzione di Damiano Abeni, sono molto differenti.
Si va dal linguaggio pulp di Frank Bidart - che nelle sue ballate criminali esibisce un linguaggio e una materia crudi (“Quando la colpii in testa provai una bella sensazione, / poi me la feci un paio di volte”) o stati psichici e corporali estremi, come nella ballata Ellen West, diario di una anoressica che gioca con la privatezza del sentimento in bilico fra psicanalisi e poesia - alla poesia ironicamente confessional di Louise Gluck (“Divenni una criminale quando m’innamorai. / Prima facevo la cameriera”), che coniuga magistralmente intensità semantica e semplice linguaggio denotativo.
Ci sono poi i poeti che esibiscono un ingenuo abbandono al flusso eracliteo della natura, come Jorie Graham (nata a Roma nel 1950) o come Charles Wright che canta l’Apalachia, i monti della Virginia: “Nella Virginia sudorientale, subito prima di Abingdon, / le montagne cominciano a formare una spalla”.
Ingenuità e poesia sapienzale si intrecciano in un delicato equilibrio, e soprattutto con quella fiducia nella parola che gli americani ancora ostentano. Ma la stessa parola diventa oggetto di meditazione e di concettualizzazione in altri poeti. Si legga ad esempio la splendida "Meditazione a Lagunitas" di Robert Hass (“l’altro concetto per cui, / poiché a questo mondo non esiste alcuna cosa / a cui il rovo della mora corrisponda, / una parola sia l’elegia dedicata a ciò che significa”), o l’accorata poesia filosofica di John Koethe dove la riflessione sull’esistenza si fonda sull’incertezza dell’identità dell’io: “Ero altrove, poi qui. / Ho delle foto che lo provano, e dei vestiti nuovi.”
Ma la riflessione della poesia su se stessa non diventa mai arida metaletteratura: la sintassi narrativa interviene sempre a dare un tono comodo e rilassato a queste poesie, un cui altro tema importante è quello del corpo, esibito nelle sue disiecta membra nel già citato Frank Bidart, o nella sua prosaica consistenza in Robert Pinsky, che in "Tristezza e felicità" scrive: “Lo spazio vuoto, / credo, spiega il post / coitum triste”. Heather McHugh invece interroga e metaforizza il corpo: “Venire”, ci dice la poetessa, “è il modo che il corpo ha / di piangere, dopo che ha subito / una serie di colpi...”, mentre un inno al corpo femminile si trova in Charles Simic che, con la poesia "Seni" (“Adoro I seni, sodi / seni pieni, protetti / da un bottone”) sembra risalire alla tradizione francese degli encomi.
Lo stesso Simic, dando prova di possedere una tastiera con più registri lirici, modula un epitaffio che compendia la grande tradizione poetica americana in poche righe: “Il dito malcerto di una donna / scorre la lista dei caduti, / la sera della prima neve”. Qui dato oggettivo e sentimento convivono con estrema semplicità, così come i sensi e l’astrazione, il realismo e la magia convivono con naturalezza nelle poesie di Strand: “Oh guarda, la nave salpa senza di noi! E il vento / viene da est, e la prossima nave è tra un anno”. Dato privato e temi pubblici convivono invece nelle poesie di C. K. Williams, autore della memorabile È così con gli uomini il cui inizio dice: “Vengono ficcati nella terra / come chiodi; se si muovono di un centimetro, / li si martella giù di nuovo”.
Per concludere, si può muovere a Strand il rimprovero di avere antologizzato il meglio della poesia americana riconosciuta dalle istituzioni (fra i presenti ci sono quattro Poeti Laureati e sette vincitori del Pulitzer) e, quindi, di avere trascurato le voci della poesia più alternativa e underground che sicuramente vivacizza la cultura americana. West of your cities resta comunque uno strumento indispensabile per chi si voglia aggiornare sulla poesia di oltreoceano anche perché, come ricorda lo stesso Strand, la poesia americana non è terminata con i Beat, né con i “Black Mountain poets”, né con la “New York School”.