“Mai che questa gente ti racconti qualcosa di un po’ diverso, come, che ne so, gli amori di un uomo e di un cucchiaio”. Vero o falso che sia, il detto memorabile attribuito a Calvino da Fruttero e Lucentini rischia di suonare obsoleto e insieme profetico. Ormai anche quel genere di amore, e i mondi possibili che lo rendono possibile, ha abbandonato da tempo la frontiera avventurosa del “diverso”, e ha preso stanza nella nostra normalità di lettori. Come spiegare, altrimenti, il senso di consentaneità preliminare con cui leggiamo la prima raccolta di racconti di Shelley Jackson (La Melancolia del corpo, minimum fax, pp.189, trad. di Martina Testa), autrice tra l’altro di un ipertesto come The Patchwork Girl, e in procinto di varare un racconto/performance di duemila parole, Skin, non leggibile su carta o pixel ma sulla pelle, appunto, di duemila partecipanti che si tatueranno una parola a testa?
Che parlino di spermatozoi capaci di raggiungere le dimensioni di un bufalo e di andarsene in giro per la città, di uova o di tumori che si insediano nelle abitazioni dei loro non troppo perplessi coinquilini, della città di Londra mensilmente irrorata dalle mestruazioni, di campi dove vengono coltivati nervi con cui è possibile intrattenere vere e proprie storie d’amore, o di un mondo in cui il latte occupa lo stesso posto che nel nostro riserviamo all’acqua, questi tredici racconti non sono stati affidati dall’autrice alla custodia dell’angelo del bizzarro. Circola in essi, al contrario, un’aria di normalità, ogni situazione è sempre presentata come consueta o come suscettibile di diventarlo, i personaggi non mostrano mai stupore o smarrimento, o se lo fanno è per riprendersene subito. Certo, nessuno può restare indifferente quando un cancro gli invade il salotto, ma è sempre meglio che se ne stia lì piuttosto che si metta a seguirti per strada o si attacchi al campanello, no?
Defamiliarizzare il quotidiano o rendere plausibile l’insolito: vecchia storia, formula di struttura ormai fin troppo nota su cui si sono edificate le basi dell’intero edificio della letterartura modernista (incluse, direi, buona parte delle sue propaggini postmoderne). Qui ci troviamo oltre, in un territorio in cui l’opposizione tra il consueto e l’inconsueto ha perso nerbo, togliendo a quel chiasmo la sua legittimità estetica. Tutto è possibile e nulla è sorprendente; e se tra norma e assurdo non c’è più frontiera, è chiaro che toccherà all norma prevalere e all’assurdo avere la peggio e scomparire.
Non a caso, dunque, questi racconti scelgono ad oggetti quella che al senso comune potrebbe sembrare l’ultima barriera rimasta tra l’umano inteso come limite e l’infinita vertigine dei possibili: il corpo. Ora, non è stato certo il postmoderno, con la sua body – art, il suo immaginario splatter e il suo “realismo psicotico” (la definizione è di Mario Perniola), il primo a operare effrazioni ai danni dell’umana epidermide. Mostri e torture, assemblaggi e smembramenti popolano la nostra fonction fabulatrice dal mito a Sade a Frankenstein a Bataille arrivando magari fino a Orlan e a Bret Easton Ellis. Con la differenza, però, che subire (o leggere) quelle deformazioni faceva male, trasgrediva imperativi morali, suscitava un’attrazione direttamente proporzionale alla ripugnanza – o una risata demente: mi sono trasformato in un insetto! Il mio naso se ne va a spasso per la Prospettiva Nevskij! Nell’universo della Jackson, invece, nessun male, nessuna violenza, nessuna colpa; totale reversibilità tra il dentro e il fuori (“adesso ero capace di estendere questa mia “internità” in quella “esternità””, dice la protagonista di Catarro), perfetta capacità di rispecchiamento tra l’io-narrante o narrato e quel corps morcelé che, ci insegnava la psicoanalisi, solo a fatica e con gran dispendio di energie relazionali riesce a erigersi a soggetto, e può tornare ai suoi frammenti solo a prezzo di una spaventosa discesa negli inferi della psicosi. Ma alla psicosi vera e propria i personaggi della Jackson non arrivano mai, nemmeno il protagonista di un racconto come Nervi, che pure sperimenta il dolore di vedere il sistema nervoso di cui si è innamorato andare in fiamme, e ha però al tempo stesso la certezza che il suo amore, complice “una manciata di fibre che sfuggiva alla raccolta dopo la mietitura, uno tsunami di particelle magnetizzate dal sole, una breve interferenza nei campi”, potrà forse un giorno o l’altro ritornare da lui.
Nessuno, insomma, in questi racconti si fa mai troppo male, e men che meno il lettore. Non è una critica. Perché, al contrario, consiste proprio in questo la bravura dell’autrice, la sua originilità e insieme, paradossalmente, la sua tipicità. Originale la Jackson lo è nel fatto che non ci presenta il suo universo immaginario avvolto nelle tinte apocalittiche della mostruosità (il volto deformato di Sigourney Weaver in attesa di partorire il suo Alien), né in quelle euforiche di tanta cyberideologia post-umana inneggiante alle magnifiche sorti di un corpo/soggetto nomade, transgender, senza organi e senza padroni. Il suo mondo si limita a essere semplicemente quello che è, senza pretendere orripilate ripulse o entusiastiche adesioni. E se per autori e lettori qualcosa si è perso insieme alla possibilità di generare e di sperimentare quelle reazioni, se la città di Londra è un organo femminile attraverso cui scorre il sangue della madre terra ma con cui non sarà più possibile fare l’amore come lo si faceva, mescolando desiderio e disgusto, con la nevrastenica Parigi di Proust o la fetida Dublino di Joyce, sembra esserci in cambio da guadagnare una facoltà di iniziativa fantastica analoga a quella di cui godono i creatori di cartoni animati: un altro luogo dove in fondo non ci si fa mai troppo male, e dove attorno ai bernoccoli più fronzuti ed erubescenti accorrono subito teneri e simpatici uccellini canori. Dai racconti della Jackson, più che gli umori grotteschi e tragici del corpo, sembra emanare un sentore non sgradevole di plastica. Ma siamo lontani ormai dal tempo in cui, nei Miti d’oggi, Roland Barthes proclamava il suo amore per i giocattoli di legno e la sua antipatia per quelli di plastica, un materiale, diceva, che “ha un aspetto al tempo stesso igienico e grossolano”, e che “spegne il piacere, la dolcezza, l’umanità del tatto”. Da allora la plastica ne ha fatta di strada, non soltanto nel terreno dell’utile (vedi e riprova l’esilarante Dildo in questa raccolta), ed è giusto che la letteratura ne testimoni. Perché letteratura, colta e di buon taglio, sono i racconti della Jackson, e di quella pleiade di scrittori suoi coetanei, per lo più americani ma non solo, meno deliberatamente ma non meno decisamente in odore di plastica, che la medianica attenzione di editori come minimum fax o “Stile libero” Einaudi ha avuto il merito di farci conoscere.
Resta semmai da chiedersi il perché di quel titolo: Melancolia del corpo (of Anatomy, nell’originale inglese). Un rimpianto, forse? Forse il sospetto che soltanto il corpo, con la sua vulnerabilità e la sua transitorietà, poteva ancora permettersi qualcosa come la melancolia? O un estremo omaggio al buon vecchi prima di avventurarsi coraggiosamente, come chiedeva già Brecht, nel cattivo nuovo? Ed era poi così buono quel vecchio? E che giudizio dare, infine, su quel nuovo? Non ultimo dei suoi meriti, Shelley jackson lascia la risposta alla piena responsabilità del lettore.