Rassegna Stampa

di Tiziana Lo Porto pickwick.it 17 febbraio 2004

C’è una sana tristezza che talvolta viene fuori dalla surrealtà delle cose della vita. Abilità e mestiere di chi scrive è il sapere narrare detta surrealtà. Se è già complesso raccontare le cose per come stanno, tenendo sempre alto l’impatto emotivo nel lettore, ancora più complesso è infatti il riprodurre la naturale surrealtà in cui capita a tutti di imbattersi. Questo viene in mente a leggere i racconti di Shelley Jackson. La melancolia del corpo (minimum fax, traduzione di Martina Testa, pp. 189, euro 12,50) è il titolo della prima raccolta pubblicata in Italia di quella che Jonathan Lethem definisce in quarta di copertina: “patchwork monster della narrativa americana” (The Patchwork Girl è il titolo dell’ipertesto che l’ha resa famosa in America). Scrittrice singolare questa Shelley Jackson, dotata di quell’innata e indubitabile capacità di materializzare con le parole gli incubi del quotidiano vivere. Una capacità che era proprio della quasi omonima scrittrice horror americana Shirley Jackson. Con lo splendido The Haunting of Hill House, la vecchia Jackson fu autrice di una delle più belle e inquietanti storie di case stregate che siano mai state scritte. Una quasi omonimia del tutto casuale, e che però crea inevitabili grandi aspettative. Aspettative che, per fortuna, la giovane Jackson non delude.
Geniali, ironici e al tempo stesso dolorosi, reali nella loro surrealtà, belli come la vita, fatti di carne e di ossa i suoi racconti. Racconti che raramente capita di leggere, e in cui la bellezza sta nel funambolico riuscito equilibrio tra contenuto e forma. Un equilibrio sul quale si dovrebbe basare essenzialmente l’arte dello scrivere, ovvero la capacità di inventare il giusto correlativo oggettivo per ogni cosa narrata.
E così si parte da un cuore nero che mangia le comete e le sonde spaziali per dire il non amore, o la fine di una storia, senza che tra inizio e fine del racconto ci sia mai bisogno che un lui e una lei si incontrino, si amino, e poi si lascino. Un cuore nero, e dell’amore hai detto tutto. Poi, avanzi di pagina in pagina, e inevitabilmente ti imbatti in frammenti di storie che per quanto irreali possano essere, somigliano incredibilmente a quello che stai facendo prima, quando concentrata davanti allo specchio del bagno davi una sistemata alle sopracciglia, o a quello che hai fatto l’estate scorsa, lì a districarti i dreadlock a colpi di spazzola. Casualità anche questa, che rende ancora più amabile il libro, facendoti quasi venire voglia, lì dove la tristezza arriva per quel che è, di staccarti i pollici a morsi.