Rassegna Stampa

di Laura Lilli la Repubblica 03 febbraio 2004

Se speravate che il genere "horror" prima o poi accedesse alla letteratura "alta", i tredici racconti di Shelley Jackson fanno per voi. Quest'opera prima è scritta con tutta la precoce e un po' mostruosa sapienza letteraria dei giovani privi di innocenza, eppure fragili come angeli caduti, che abbiamo avuto nel 2001 in Burned Children of America. Shelley Jackson è una di loro. Alcuni critici americani (forse un po' avventati) l'hanno paragonata ad Angela Carter. Certo la sua irrefrenabile immaginazione è onirica, delirante, angosciosa, da nipotina di Kafka e Jeronimus Bosch – tenute le debite distanze. Un uovo nasce da un occhio umano come un irritante granello di polvere e rapidamente ingigantisce, può ospitare e anche divorare persone pur desiderando (e ottenendo) di esserne covato. Il latte piove dal cielo, la città di Londra ha le mestruazioni, il cancro è un affettuoso puntino rosa che una mattina si affaccia nella stanza, mandrie di spermatozoi vagano per le pianure americane. E' facile leggere in questa nuova mostruosa geografia del corpo la mancanza di senso, ordine, forma e certezza dell'epoca in cui viviamo. Ma l'accanimento di questa scrittrice contro l'integrità del corpo umano non si ferma qui. Sta infatti lavorando a un testo (Skin) di duemila parole da tatuare indelebilmente ciascuna su una divers persona. Che poi se ne andrà per i fatti propri con buona pace della letteratura.