Nell'antologia West of your cities,
Carver non è rappresentato da alcun
testo. Nella sua breve introduzione, il curatore americano dell'antologia, Mark
Strand, non fa menzione di Carver mentre analizza schieramenti
intergenerazionali che hanno dato i natali alla nuova poesia statunitense:
Ginsberg e Corso col Beat, Olson e Creeley, la New York School in
cui figura O'Hara (?) insieme ad Ashbery e Koch. Quindi, Carver non appare né
tra i padri nobili né tra gli altrettanto nobili figli. Bene fa, quindi, minimum
fax a porre rimedio a una magagna critica tutta intramericana, pubblicando
Ultramarine
(traduzione di Riccardo Duranti), secondo libro poetico del
cosiddetto padre del minimalismo USA. Su questa vergognosa etichetta (che è pari
soltanto alla vergognosa insistenza critica, sterilissima, che connette Carver a
Checov) non intendo più spendere una parola. Mi permetto di evidenziare, invece,
alcuni aspetti per cui è evidente che Carver rappresenta la via di uscita dalla
crisi in cui sono certo piomberà, dopo Heaney e Walcott, la poesia in lingua
anglosassone:
- Carver ha un rapporto molto disinibito con la tradizione. E'
inutile mettersi a cercare, nei suoi versi lunghi, un respiro metrico
whitmaniano, col solo risultato di forzare criticamente e di essere scientemente
smentiti. L'altro troncone, quello che ho definito 'limbico' e che a mio parere
costituisce l'altra metà della tenaglia tradizionale con cui ha a che fare ogni
poeta americano, è Wallace Stevens: e anche qui si è tentato di apparentare, in
maniera indebita, Carver all'autore di Sunday Morning (penso, per
esempio, al Frank Kermode di Pieces of My Mind). E' un problema, quello
della definizione di Carver rispetto alla tradizione anglosassone, che ebbe lo
stesso Stevens chez nous: quando gli tradussero in Mattino domenicale
il ben più prosaico Domenica mattina. Non voglio negare che, alle
fondamenta dei testi poetici di Carver, esiste la 'seconda vita' di Holderlin.
Soltanto, non mi pare possibile creare relazioni di ordine critico con chi
risolve la questione innalzando la cosa alla Cosa, mentre Carver mi pare badare
soltanto alle cose. Il suo è un laicismo assoluto e, mi azzarderei a dire,
seriamente antimetafisico. Quello di Stevens, non saprei.
- Carver ha già
risolto per tutti i futuri poeti americani un problema che è tipico di una
lingua matura e pronta ad entrare nella fase dell'estenuazione (nel senso che a
questa parola concede l'Agamben commentatore del Caproni di Res amissa):
lo slittamento della poesia verso la prosa e viceversa. Carver ha risolto questo
problema con la medesima disinibizione con cui ha sciolto la questione della
tradizione. Non è più sufficiente analizzare gli slittamenti prosastici
intratestualmente. Bisogna uscire dal testo e metterlo in relazione con altri
testi, perfino scritti da altri. Sembra l'abc della filologia, ma non lo è:
infatti ancora si ragiona poco sulla struttura data da Carver a ogni libro e
alla sequenza dei libri pubblicati. Quando si incomincerà a leggere un racconto
di Carver come se fosse un lunghissimo verso, allora l'orizzonte risulterà più
chiaro.
- Carver ha attraversato un'ulteriore fase, a mia detta
anticipatrice, di euforia da disinibizione: ha scritto sestine. Da tenere
presente, quando si inizierà a rompere le palle con la tradizione del sonetto
anglosassone e lo shakespearismo rispetto alla produzione poetica
contemporanea.
- I temi sono carveriani: come si può dunque gerarchizzare la
sua poesia rispetto alla sua narrativa?
- An account, per restare allo
shakespearismo di Carver, rifà in astratto una celebre scena del Riccardo
III. La rifà in senso contemporaneo. In che senso? La donna che bacia il
marito morto davanti alla tv è contemporanea per la presenza della tv? No. Lo è
per un distico che sta prima della descrizione agghiacciante della scena di
morte: "What kind of life was this? A life / where a man was too busy even to
read poems?".
- Carver trafora il nostro presente, standoci dentro fino in
fondo, fino al fondo, suo e del presente: affondando col nostro presente,
tentando invano di salvarlo nella letteratura, e sapendo tutto, via via ma anche
da principio, di questo avverbio che è l'autentico apocalisse, la fine inverata
di ogni tempo: 'invano'.