Rassegna Stampa

di Giuseppe Genna I Miserabili.com 02 dicembre 2003

Nell'antologia West of your cities, Carver non è rappresentato da alcun testo. Nella sua breve introduzione, il curatore americano dell'antologia, Mark Strand, non fa menzione di Carver mentre analizza schieramenti intergenerazionali che hanno dato i natali alla nuova poesia statunitense: Ginsberg e Corso col Beat, Olson e Creeley, la New York School in cui figura O'Hara (?) insieme ad Ashbery e Koch. Quindi, Carver non appare né tra i padri nobili né tra gli altrettanto nobili figli. Bene fa, quindi, minimum fax a porre rimedio a una magagna critica tutta intramericana, pubblicando Ultramarine (traduzione di Riccardo Duranti), secondo libro poetico del cosiddetto padre del minimalismo USA. Su questa vergognosa etichetta (che è pari soltanto alla vergognosa insistenza critica, sterilissima, che connette Carver a Checov) non intendo più spendere una parola. Mi permetto di evidenziare, invece, alcuni aspetti per cui è evidente che Carver rappresenta la via di uscita dalla crisi in cui sono certo piomberà, dopo Heaney e Walcott, la poesia in lingua anglosassone:
- Carver ha un rapporto molto disinibito con la tradizione. E' inutile mettersi a cercare, nei suoi versi lunghi, un respiro metrico whitmaniano, col solo risultato di forzare criticamente e di essere scientemente smentiti. L'altro troncone, quello che ho definito 'limbico' e che a mio parere costituisce l'altra metà della tenaglia tradizionale con cui ha a che fare ogni poeta americano, è Wallace Stevens: e anche qui si è tentato di apparentare, in maniera indebita, Carver all'autore di Sunday Morning (penso, per esempio, al Frank Kermode di Pieces of My Mind). E' un problema, quello della definizione di Carver rispetto alla tradizione anglosassone, che ebbe lo stesso Stevens chez nous: quando gli tradussero in Mattino domenicale il ben più prosaico Domenica mattina. Non voglio negare che, alle fondamenta dei testi poetici di Carver, esiste la 'seconda vita' di Holderlin. Soltanto, non mi pare possibile creare relazioni di ordine critico con chi risolve la questione innalzando la cosa alla Cosa, mentre Carver mi pare badare soltanto alle cose. Il suo è un laicismo assoluto e, mi azzarderei a dire, seriamente antimetafisico. Quello di Stevens, non saprei.
- Carver ha già risolto per tutti i futuri poeti americani un problema che è tipico di una lingua matura e pronta ad entrare nella fase dell'estenuazione (nel senso che a questa parola concede l'Agamben commentatore del Caproni di Res amissa): lo slittamento della poesia verso la prosa e viceversa. Carver ha risolto questo problema con la medesima disinibizione con cui ha sciolto la questione della tradizione. Non è più sufficiente analizzare gli slittamenti prosastici intratestualmente. Bisogna uscire dal testo e metterlo in relazione con altri testi, perfino scritti da altri. Sembra l'abc della filologia, ma non lo è: infatti ancora si ragiona poco sulla struttura data da Carver a ogni libro e alla sequenza dei libri pubblicati. Quando si incomincerà a leggere un racconto di Carver come se fosse un lunghissimo verso, allora l'orizzonte risulterà più chiaro.
- Carver ha attraversato un'ulteriore fase, a mia detta anticipatrice, di euforia da disinibizione: ha scritto sestine. Da tenere presente, quando si inizierà a rompere le palle con la tradizione del sonetto anglosassone e lo shakespearismo rispetto alla produzione poetica contemporanea.
- I temi sono carveriani: come si può dunque gerarchizzare la sua poesia rispetto alla sua narrativa?
- An account, per restare allo shakespearismo di Carver, rifà in astratto una celebre scena del Riccardo III. La rifà in senso contemporaneo. In che senso? La donna che bacia il marito morto davanti alla tv è contemporanea per la presenza della tv? No. Lo è per un distico che sta prima della descrizione agghiacciante della scena di morte: "What kind of life was this? A life / where a man was too busy even to read poems?".
- Carver trafora il nostro presente, standoci dentro fino in fondo, fino al fondo, suo e del presente: affondando col nostro presente, tentando invano di salvarlo nella letteratura, e sapendo tutto, via via ma anche da principio, di questo avverbio che è l'autentico apocalisse, la fine inverata di ogni tempo: 'invano'.