Rassegna Stampa

di Marco Purpura Daemon 06 aprile 2004

Il caso Vittorio è il primo romanzo di Francesco Pacifico per la minimum fax. È uscito lo scorso autunno e ha raccolto un buon successo sia di critica che di vendite. L’autore è molto giovane (anche se è più vecchio dell’intervistatore...), classe ’77, la storia è generazionale (un brandello d’Italia messo giù su carta, proprio tale e quale lo ha vissuto una buona parte dei nati nella seconda metà degli anni Settanta), e a quanto pare Pacifico sta già lavorando al secondo romanzo. Sarebbe già abbastanza per scatenare una febbrile smania da intervista. Ma ci sembra doveroso aggiungere che quello che mi ha spinto a mettermi in contatto con Francesco, proponendogli una chiacchierata, non è stato soltanto l’aspetto così invitante della situazione, è stato soprattutto il lavoro di ricerca e di invenzione che ha fatto sulla lingua dei suoi personaggi. La lingua e la comunicazione linguistica tra i suoi personaggi si evolve man mano che gli stessi personaggi evolvono passando da un’epoca culturale ad un’altra della nostra storia italiana.
Dalla parolina-tormentone che ritorna ossessivamente negli anni del liceo fra un gruppetto di amici, all’inglese semifinanziario entrato potentemente nelle nostre vite, oppure, se preferite, dalla migliore tradizione del romanzo epistolare al romanzo via mail...

Domanda quasi di rito: influenze del cinema sul modo di costruire e raccontare storie oggi. Nel Caso Vittorio ci sono parti che sono puri dialoghi. Battute di una sceneggiatura. Sembrano molto vicini a una scrittura cinematografica.

Partiamo da una constatazione: è normale trarre film dai romanzi, mentre il contrario accade solo per dei blockbuster d’azione, di cui vengono messi in vendita, forse per un pubblico di ragazzini, romanzi tratti da. L’ultima volta credo sia stato per Hulk di Ang Lee. Qualche tempo fa mi ero messo in testa di trarre dei racconti dai film di Eric Rohmer, mio regista preferito. È un’impresa che richiede tempo, ma sarebbe interessante vedere come in una trasposizione in questo senso ci sarebbe la stessa libertà totale che c’è quando un film viene tratto da un romanzo.
Per quanto riguarda Il caso Vittorio, diciamo che come temi e ambienti è davvero un figlio della Nouvelle Vague. Se però stessimo parlando di dischi, direi Jim O’Rourke per le strutture a blocchi distrutti da una caduta, The Smiths e Belle and Sebastian per i testi. E se parliamo di quadri, direi Cézanne (ma non i ritratti). Ma siccome è una conversazione a tema, parleremo di cinema. Dico tutto questo perché si può parlare dei rapporto fra romanzo e film solamente senza sopravvalutarlo: i buoni romanzi, secondo me, si ispirano soprattutto ad altri buoni romanzi. La cattiva letteratura di oggi, figlia immediata di cinema e musica leggera, è effimera. Come i romanzi tratti dai filmoni d’azione.
Quindi, in che senso scrittura cinematografica: nel senso che a volte grazie alle altre arti si possono capire i limiti della propria, cercando di superarli. Controesempio (in cui il cinema scopre i suoi limiti grazie alla letteratura): il narratore di Jules e Jim, o, per fare un esempio recente, quello femminile di Kill Bill: tali narratori, utilizzati in modo pensato, e non un tanto al chilo, permettono di giocare con ellissi e punti di vista in un modo che nel romanzo funziona meglio che nei film. L’ellissi è una delle cose per cui mi piace scrivere romanzi. Le ellissi riempiono l’immaginazione del lettore (o spettatore) di dettagli precisissimi tratti da fatti mai raccontati.
Tarantino ha detto in un intervista che i registi che traggono film dai romanzi non colgono gli aspetti più affascinanti della struttura romanzesca: la libertà di fare digressioni ed entrare nei particolari in modo così appagante da non doversi curare in modo paranoico di quelle dinamiche da trama che si trovano nei manuali di sceneggiatura.
Sto rovesciando insistentemente la domanda solo perché non vorrei che il cinema, il quale deve più alla letteratura che viceversa, venga visto come il lato forte del rapporto fra le due arti. Se ogni tanto noi scrittori ci prendiamo qualcosa indietro, ne abbiamo il diritto... In fondo il cinema ha reso irrilevante il romanzo, ci deve un risarcimento!
Prova del nove: Eric Rohmer voleva fare lo scrittore, poi ha fatto il regista. Io gli rubo i dialoghi e le strutture, così le riporto dove sono nate, nella testa di uno, Rohmer, che voleva fare lo scrittore. Certo, non che sia un maestro di piani sequenza, ma è un grande artista.
Comunque, se devo citare i miei "maestri di dialogo", ecco un elenco: Rohmer, Tarantino, Rohmer, Checov, Rohmer, Maupassant, Elio e le storie tese e infine Harold Pinter. In questa lista ci sono quattro registi, due scrittori, un gruppo di zappiani e un commediografo. Quindi, sì, certo, l’influenza del cinema è preponderante.

"Il cinema ha reso irrilevante il romanzo"...dopo aver preso molto dalla letteratura. Adesso, viceversa, gli scrittori devono essere quasi dei fanatici di cinema, per potere scrivere liberamente. Penso a narratori americani contemporanei come Lethem...
Ma, se volessi prendere le parti di un ipotetico ippopotamo della Crusca: cosa succede alla lingua nei romanzi nostrani?


Bisogna capire cosa si intende per "romanzi nostrani". Io parlerei di come usano la lingua gli scrittori quarantenni o meno che ruotano intorno a Scarpa, Moresco, Pincio, e, per la letteratura "nobile ma di genere", Evangelisti e forse Genna e Wu Ming. In questi romanzi secondo me la lingua viene vista come fonte di calore e usata per imprimersi bene nella testa dei lettori. Dalla freddezza di Scarpa al caldo infernale di Moresco, viene fuori un uso delle parole non riconducibile al cinema, totalmente letterario. Soprattutto i Canti del caos sono assolutamente non da cinema.

La trasformazione che operano le tecnologie sulla lingua. "L'italiano veloce" delle mail. C'è ed è un dato di fatto. Partiamo da questa constatazione per chiederci se sia proprio necessario, e perché poi, raccontarlo, descriverlo.

A questa domanda posso rispondere meno capziosamente, perché ho meno cose da nascondere. Il mio libro è diviso in tre parti. La prima si ambienta a metà degli anni novanta, quando non c’erano gli sms e le e-mail. La seconda parte è un’accozzaglia di dialoghi, lettere su carta e e-mail. Le e-mail sono brevissime e sempre lacunose. Le lettere di carta, visto che i francobolli si pagano, sono molto più complesse. Tuttavia le e-mail creano un tessuto molto fitto, una specie di mosaico o di sinfonia di rumori. Nella terza parte interviene l’uso del cellulare e degli sms. Ancora più concisi!
Per quanto mi riguarda, più che ritenere necessario raccontare questi nuovi mezzi di comunicazione, mi riesce divertente usarli. Anche qui, secondo me non bisogna sopravvalutare l’importanza delle novità, anche perché certe apprensioni sono profezie che si autoadempiono: nel senso che se uno pensa che c’è il rischio che l’sms affossi la comunicazione, sicuramente ciò accadrà. A metà del mio libro c’è un personaggio che per qualche tempo insiste con i suoi amici, che si sono trasferiti in altre città o all’estero, perché le spediscano, per favore, lettere di carta, lettere vere. Gli amici non hanno tempo e continuano con le e-mail. Lei insiste per ricevere lettere di carta. Mi sembra un dettaglio divertente, anche se non so dargli un significato preciso.

Va bene. Quello è un diritto del lettore più che dell’autore...
C’è anche il nuovo giornalismo dei quotidiani gratuiti metropolitani, dentro Il caso Vittorio. Claudia, una delle protagoniste, giovane e intellettuale e, ovviamente, con aspirazioni letterarie, finisce per lavorare alla redazione di un ipotetico City, o Leggo. Lei difende il proprio lavoro frustrante dicendo che risponde al bisogno di dare informazioni, "alfabetizzazione" politica e civile, delle masse che non comprerebbero comunque i quotidiani. C’è qualcosa di sbagliato?


Di regola non credo mai a quello che dicono i miei personaggi. Probabilmente in una conversazione potrei benissimo trovarmi, una sera, a sostenere che i giornali da metropolitana servano ad "alfabetizzare" le masse, ma detto da un personaggio che è chiaramente scontento del proprio lavoro e vuole lo stesso che la sua amica glielo invidi...
Quei giornali non sono per niente alfabetizzanti. Parlano solo della Sars e della chirurgia estetica. Spero che falliscano. Più che un mezzo di informazione, mi sembra una raccolta di leggende popolari sempre aggiornate.

La sensibilità linguistica, le antenne linguistiche dello scrittore, verso le modificazioni della realtà quotidiana. Per raccontare una storia si devono rubare le parole alla vita concreta che vediamo scorrere intorno a noi?

Tutti gli scrittori sono convinti di saper rubare le parole alla realtà concreta. Non credo sia in discussione l’intenzione. D’altra parte ognuno si ricorda solo una parte delle conversazioni. Quando due miei amici litigano, credo sempre a entrambi mentre li sento raccontare il referto della litigata. Ciascuno racconta la storia in modo coerente, e io ci casco sempre.
Io alle volte scrivo dei dialoghi in cui i personaggi sono esageratamente ideologici e hanno dei preconcetti. Non so precisamente se la gente nella realtà è molto ideologica e rigida, nelle conversazioni, ma ho il sospetto di sì. Ovviamente non ho le prove. Anzi probabilmente le conversazioni non avvengono, e le parole della vita concreta non esistono, e quando le si registra, con qualunque mezzo, su qualunque supporto tecnologico, si perde il grosso del loro significato. Tanto meglio, così ognuno è libero di reinventarsele a suo piacimento.