Rassegna Stampa

di Giorgio Fontana Vibrisse Bollettino 26 novembre 2007

Dopo un esordio felice come Manuale per ragazze di successo, Paolo Cognetti poteva fare tre cose: mantenere stabile il tiro, rovinarsi completamente, oppure superarsi. A conferma delle sue doti e soprattutto della sua volontà certosina, Cognetti sceglie la terza strada. Regalandoci altri cinque racconti di qualità assoluta.

Il filo conduttore di Una cosa piccola che sta per esplodere è l'adolescenza. Così sta scritto in seconda di copertina, così effettivamente si percepisce leggendo il libro. I protagonisti sono ragazzi e ragazze fra i tredici e i diciotto anni, fotografati nel momento chiave del mutamento, del cambio di pelle. Il tema della fine dell'innocenza è reso con grandissima maestria. Difficile parlare dell'adolescenza senza dire stronzate o evocare clichés, eppure Cognetti sembra riuscirci perfettamente. In particolare, ho trovato ottima (e astuta) l'idea di non dare alcun riferimento alla realtà odierna, ma di ambientare quasi tutti i racconti in un passato più o meno prossimo. Anche i temi scelti sono originali: un sanatorio di anoressiche, o un bimbo in una roulotte durante il campeggio esitvo, o un passato di madre ricostruito tramite fotografie. La lingua è sorvegliata, senza scivoloni, con picchi di sobrio lirismo eccetera eccetera eccetera. Eccetera.
Questo sarebbe un livello di lettura da segnalazione sul quotidiano. Invece: Una cosa piccola è anche e soprattutto un libro sull'eredità. Questo è a mio avviso il concetto-chiave, il perno sopra cui ruotano tutti i racconti. Cognetti ci parla di relazioni e rapporti fra genitori e figli. In ogni racconto assistiamo a un meccanismo di condanna o redenzione fra una figura paterna (o materna) e una figura giovane che porta la prima sulle spalle come un'ombra. In questo senso, non banale, il libro di Cognetti è un libro sull'adolescenza: non fa girare quest'età cruda a vuoto, come un fuso su se stesso: al contrario, la mette in relazione con l'elemento più forte che la determina: quello da cui si deve liberare. L'eredità, appunto. Il destino. Leggiamo, nel finale di "La meccanica del motore a due tempi": "Nel sangue di ogni figlio scorre una malattia ereditaria: è una storia scritta apposta per te e cerca di educarti, indicarti la rotta, condannarti al destino dei padri. E qualunque sia la loro colpa, per quanto buona la loro volontà, non esistono mezzi pacifici per venirne fuori."
Per questo l'adolescenza che ci viene restituita in queste pagine è così autentica, così vibrante. Perché è fotografata con la spada tratta. Irriducibile. Ferocemente innamorata di se stessa e delle sue scoperte: l'age lyrique di cui parla Kundera, in cui ogni cosa è pregna di senso, nel bene e nel male. E qui si rivela davvero vincente la scelta di storie solcate da un dolore inconsueto. Penso alla ragazza de "La figlia del giocatore", condannata a inventarsi di continuo la storia del padre, fuggito di casa. O alla solitudine glaciale (e liberata nella magnifica conclusione) di Margot, l'anoressica di Pelleossa, regina della casa di cura e creatura fragile, iper-intellettuale. Insomma, qui le storie ci sono. E sono ben lontane dal fotografare una semplice quotidianità. Niente sigarette lasciate marcire sul posacenere, niente silenzi o dialoghi stretti. Ma un'armata di fiumi che hanno sorgenti e radici profonde, e vi faranno male, e bene insieme.

Parentesi tecnica. Ho detto che con questo libro Cognetti supera il precedente. Se andate a riaprire Manuale per ragazze di successo, lo troverete limpido, asciutto, incredibilmente maturo, ma in qualche modo poco generoso. Una cosa piccola invece è un libro di grande generosità. Non solo perché narra storie più complesse e lo fa con grande sicurezza (penso solo ai cambi di telecamera nel secondo racconto). Ma anche perché queste storie non sono semplicemente mostrate, ma ricomprese e innalzate a livello universale con un tocco di psicologismo buono, di ricomprensione del dato, che prima non c'era, o c'era di meno. (Per dirla semplicemente: qui non troverete solo semplici descrizioni di gesti e fatti, ma anche inserti riflessivi che li illuminano di luce nuova).
Dal punto di vista della lingua, Cognetti si libera di certi carverismi ancora latenti, minimalismi facili, e forgia una sua voce - chiara, forte, impeccabile. Ad esempio, leggetevi l'attacco del primo racconto, e poi proseguite: scoprirete che quel lungo paragrafo è narrativamente del tutto inutile. Di primo acchito sembra un mero sfoggio di bravura (si sente odore di DeLillo), e invece no. Perché il suo noi straniante e universale, il suo essere posto proprio lì, ha invece un senso preciso: quello di introduzione al tema di cui sopra. Eredità, condanna, rivoluzione. Noi genitori decidiamo che tu debba fare-essere-diventare questo. Riaffermiamo una legge arcaica, che fino ad ora ha funzionato. Ma tu ora non ci stai. E la cosa piccola, da piccola che era, esplode.

Cognetti è uno scrittore di racconti "puro". Lui stesso ammette che il romanzo non gli interessa. Questo è bene: non proverà mai invidia o soggezione per la forma lunga. E c'è da sperare che eleverà di continuo l'arte del racconto, non molto considerata in Italia (o spesso ridotta a esercizi di "bello stile americano").
Quanto a me, forse sono stato troppo entusiasta, e questo è male. Mettiamola così. Il bottegaio Giorgio Fontana vi consiglia questo libro e spera di averlo scavato a fondo con onestà. Ma Giorgio Fontana in persona vi direbbe che era tempo che non leggeva dei racconti così belli e veri.