Le parole, quelle scritte, stampate nitide e nere sulla pagina bianca, sono prive di corpo. Sono lettere che si susseguono, macchie di inchiostro unite dagli occhi del lettore e poi lette, immaginate, ri-pensate e trasfigurate in presenze, in fantasmi che appaiono e scompaiono nella mente, come anime irrequiete, come emozioni salvabili, archiviabili, incastonate tra lettera e lettera. Tanto più, se le parole (quelle scritte e lette) sono state pensate per uno spettacolo teatrale, la sottrazione del corpo è ancora più conclamata, nitida, tangibile. Immaginare la scena, immaginare l’atto, il fare, il gesto, il suono, il colore, la luce; immaginare volti e pelle, unghie, capelli, carne: presenze di attori mentali che si muovono sul palco del libro aperto, mentre le parole acquisiscono la loro tridimensionalità. C’è un momento - proprio quello della sottrazione del corpo - in cui il testo teatrale smette di essere tale e diviene pura letteratura. Così i testi raccolti da Debora Pietrobono in Senza Corpo - voci della nuova scena italiana, si lasciano leggere come piccoli racconti, novelle, i cui personaggi agiscono in un territorio ancora in bilico tra la materialità della scena teatrale, e l’immaterialità del paesaggio sognato dalla mente di ognuno.
Nel libro la curatrice ci presenta un insieme di testi che sono cartina di tornasole della nuova drammaturgia italiana, ripercorre dal Nord al Sud le distanze geografiche che separano i vari autori, lega tramite un sottile filo le differenze stilistiche tra di essi, gli oggetti della loro ricerca. Eppure come a voler creare un paradosso, nonostante la mancanza di carne suggerita dal titolo, è proprio il corpo a divenire chiave di volta di questi testi.
A partire da Nati in Casa, di Giuliana Musso e Massimo Somaglino, le cui parole si concentrano sul corpo femminile per raccontare come sia cambiato nel tempo il “venire al mondo”. Da un corpo trattato da medicinali e apparecchi elettronici si ritorna, sulla bicicletta veloce di un’aspirante infermiera, a tempi più lontani, in cui luci notturne, piccole case, acqua calda, mani di levatrici e sangue si schiacciavano sui corpi, intersecandosi alle preghiere, alla curiosità, al mistero, alla voglia di veder nascere una nuova vita.
I “corpi”, scelti da Debora Pietrobono, sono malati, sofferenti, gridano a squarcia gola il loro dolore, si perdono nei dialetti, nelle tradizioni, ripercorrono momenti storici, assorbendoli nella memoria delle proprie viscere, negli impulsi animaleschi, nella follia. Come in Il chiodo di Pirandello, Sergio Pierattini metterà nelle mani della folle Maria Zanella un sasso col quale poter inspiegabilmente e improvvisamente colpire la sorella. Al contrario della novella di Pirandello il gesto rimarrà, però, irrisolto, perso nella memoria di un suono, di un tonfo; un rumore secco, lo scorrere perpetuo di un fiume, della follia, della memoria che riaffiora e torna a stravolgere ogni cosa. La stessa follia attanaglia il protagonista di Il cattivo di Michele Santeramo dedito ad esperimenti culinari su cadaveri e mosche, sui corpi lasciati tra gli scogli dalla corrente del Mar Adriatico. Corpi stranieri sui quali abbandonarsi insieme alla propria follia in un percorso di conoscenza – affettiva e sessuale - alla quale i cadaveri si prestano attraverso un tacito e inquietante consenso.
Ancora di memoria si servirà Daniele Timpano in Ecce Robot!! Cronaca di un’invasione. Ossia il racconto dello spopolare degli Anime e dei Manga giapponesi in tutta Italia negli anni 70, tra l’accusa di pornografia e violenza, genitori e politici che tentano di fermare l’invasione, e ragazzini attaccati al loro Mazinga del quale non conosceranno mai la conclusione. Il cartone animato, elogiato, in un testo semi-argomentativo, diviene il capro espiatorio di problemi più reconditi e sottili, dell’immagine di genitori e famiglie in cui la vera violenza si esplica e invade le menti dei piccoli. Sempre di memoria vive l’autoritratto di Oscar De Summa – Selfportrait – una confessione spietata distribuita in versi liberi e righe di parole che scorrono leggere nella loro bestialità di maschile seduzione e abbandono. L’amore carnale, il dolore l’autocommiserazione e il ricordo di una storia che finisce e colpisce prima di tutto il corpo, il cuore. («Mirate bene. Mirate Bene. Mirate al cuore. Mirate bene. Che ogni foro che mi fate, se non è il definitivo, è solo motivo di sofferenza»). Visionarietà ironica e spietata come quella che percorre tutto il testo di Tumore di Lucia Calamaro: storia del dolore di una madre che attende la morte della propria figlia e tenta di salvarla attraverso le improbabili cure proposte da un’infermiera. I corpi delle due donne si muovono in uno spazio non delineato, mai descritto, perso nel buio, ma sempre giocoso, clownesco, sbagliato, monco. Come l’ala dell’angelo che nella fine del racconto scende sulla terra, comicamente disperato, o ancora come la voce dell’autrice che interviene liberamente nel bel mezzo della storia per scusarsi con i protagonisti stessi.
Di piccoli istanti, intangibili e indicibili, vive invece la scrittura morbida e dolce di Tino Caspanello. L’autore, in Nta ‘ll aria descrive il corpo di due operai immersi nel lavoro, svuotati della loro stessa vita. Soltanto per un attimo, l’arrivo di una donna misteriosa, donerà loro una pausa, regalerà del tempo senza rumore, ma anche il vento, il fischiare di una nave, il correre di un treno e un cappello, una sigaretta, un rossetto da diva per dare significato all’esserci. Essere su un balcone, partecipare ad una festa inesistente, per quel solo momento in cui la vita merita di essere vissuta, e in cui il tempo passa inesorabile senza lasciare traccia.
Ancora di inadeguatezza, infine, ci parla Venticinquemila granelli di Sabbia di Alessandro Langiu, che descrive una Taranto fatta di palazzine identiche, omologate, completamente industriali; case di operai in cui polvere rossa si posa, sporca, uccide, non lascia via di fuga. Madri combattono contro questa polvere per salvare la propria dignità, mentre la storia di Panz, Nunzio e Mustazz, prende lentamente luogo attraverso partite di calcio e fughe dal cimitero, attraverso i malanni che attanagliano tutti gli operai e gli abitanti del quartiere.
Se la parola scritta estratta dal contesto scenico perde la sua materialità, Debora Pietrobono nella raccolta di questi piccoli diamanti, ne lascia intravedere comunque la carne, che sorpassa la vista, e fa sì che i corpi – pur Senza corpo – appaiano dolenti, teneri, morbidi, felici e inquietanti, dinanzi ai nostri occhi.
Che sono occhi di carne, che leggono carne.